"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

27/1/14

Elogio della "crescita delle forze produttive" o critica della "produzione per la produzione"? | Il doppio Marx di fronte alla crisi ecologica

Karl Marx ✆ Werner Ruhner 
Anselm Jappe  |  Per fortuna, sono passati i tempi in cui, in un dibattito, si poteva aver la meglio su un avversario solo citanto un passo appropriato di Marx (o inventandoselo, come faceva Althusser, per sua propria ammissione). Per fortuna, sono passati anche i tempi in cui ci si doveva vergognare di citare un autore che la caduta del Muro di Berlino avrebbe smentito per sempre, secondo la vulgata neoliberista. Al giorno d'oggi, è difficile non utilizzare gli strumenti di Marx al fine di comprendere quello che ci succede e, allo stesso tempo, non siamo affatto obbligati a prendere alla lettera ogni sua frase. 

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Dire questo, non vuole essere un invito al saccheggio delle sue idee, ad un uso eclettico per cui ciascuno attribuisce a Marx quello che più gli piace. Né si tratta di caricare di "verità lapalissiana" ciò che c'è di buono e di meno buono in Marx, dal momento che la sua opera, come tutte le opere, è contraddittoria e che anche lui è stato figlio del suo proprio tempo, condividendone i limiti, soprattutto per quel che riguarda l'ammirazione eccessiva per il progresso. E' più proficuo distinguere fra un Marx "essoterico" ed un Marx "esoterico": in una parte della sua opera - la parte quantitativamente maggiore - Marx è un figlio dissidente dell'Illuminismo, della società del progresso e del lavoro, di
cui sostiene un'organizzazione più giusta, da realizzare attraverso la lotta di classe.

Nell'altra parte, la parte "esoterica", critica le categorie di base della società capitalista: il valore ed il lavoro astratto, la merce e il denaro. Dimostra che queste modalità di produzione, lungi dall'essere presupposti neutri o positivi, sono già in quanto tali negativi e distruttivi, ma sono anche storicamente limitati alla sola società capitalista. In seguito, il marxismo, in pressoché tutte le sue varianti, ha sostenuto il Marx essoterico e si è battuto, con più o meno successo, per una migliore distribuzione del valore, della merce, del lavoro e del denaro, dimenticando ogni critica teorica o pratica di queste categorie in sé. Una parte dell'opera di Marx sostiene indiscutibilmente lo sviluppo delle forze produttive come presupposto di ogni emancipazione, ed accusa la borghesia di porsi come ostacolo. A tal titolo, il suo pensiero partecipa dell'entusiasmo per il progresso, tipico della sua epoca. Una gran parte del marxismo storico ha esteso questo punto di vista, in particolare nei paesi del "socialismo reale". Però, in un'altra parte del suo edificio teorico, Marx ha analizzato la "produzione per la produzione", la produzione come fine in sé, finalità tautologica ed autoreferenziale del sistema feticista della produzione di merci. Non appare possibile oggi capire la crisi ecologica, in quanto connessione fra l'evoluzione tecnologica ed il capitalismo, se non si tiene conto dei vincoli pseudo-oggettivi che derivano della valorizzazione del valore attraverso il lavoro astratto e che spingono a consumare la materia concreta del mondo al fine di soddisfare le esigenze astratte della forma-merce. Ecco, in poche parole, la questione chiave.

Può essere utile riunire, come ha fatto Michael Löwy  nel suo libro sull'ecosocialismo, i passaggi in cui Marx esprime dei dubbi sulla logica produttivistica e dove riconosce che l'accumulazione del capitale è indifferente tanto ai bisogni umani, quanto alle devastazioni che infligge alla natura. Vi sono delle frasi, in cui Marx ed Engels indicano nell'inquinamento, nella degradazione dei prodotti alimentari e nell'esaurimento del suolo, degli effetti del capitalismo. Ma questo florilegio non arriva a dimostrare che Marx non fosse produttivistica, pur mantenendo i suoi dubbi. Per quanto concerne un riconoscimento esplicito della distruzione delle basi naturali, sicuramente era William Morris a vedere più chiaro di Marx. Il vero contributo al dibattito ecologico, della critica dell'economia politica di Marx, come viene formulata soprattutto nelle sue opere della maturità, risiede nell'analisi di un modo di produzione in cui il lavoro possiede una doppia natura: astratta e concreta. I suoi prodotti, le merci, hanno ugualmente una doppia natura - valore astratto e valore d'uso concreto. Ne deriva una subordinazione del concreto all'astratto che costituisce la novità della società capitalista e che rappresenta la sua vera specificità storica. E anche se Marx stesso non ne trae direttamente le conseguenze su un piano di quella che noi oggi chiamiamo "ecologia", queste conclusioni si impongono praticamente da sé sole al lettore attento. Sono, a mio modesto avviso, indispensabili per comprendere la folle logica produttivistica a cui siamo sottomessi. Sviluppare questo nucleo della teoria di Marx alla luce di tutto ciò che è venuto in seguito, mi sembra più utile per comprendere la nostra epoca che, per esempio, riferirsi direttamente al pensiero proto-socialista, o alla termodinamica ... 

Ciò permetterà soprattutto di riconoscere in che modo la catastrofe ecologica è la conseguenza inevitabile di una società in cui il concreto - il lavoro concreto, il valore d'uso, i bisogni ed i desideri umani - non esiste socialmente se non in quanto "rappresentazione", incarnazione, supporto materiale indispensabile ma "collaterale" della sola realtà che conta, anche se si tratta di una realtà fantasmagorica: il valore astratto creato dal lavoro ridotto a semplice consumo di energia umnana indifferenziata, misurata in tempi, e che possiede la sua rappresentazione visibile nel denaro. Questo costituisce la struttura di base della società capitalistica, e tutto il resta ne è un derivato. La caratteristica della società capitalista non è l'ingiustizia, la dominazione, lo sfruttamento, il furto del sur-prodotto estorto a degli individui privi dei mezzi di produzione: tutto ciò esisteva anche nelle società precapitalistiche. Ma si trattava sempre di un conflitto intorno alla ripartizione di un prodotto concreto, e si svolgeva in condizioni che rimanevano sostanzialmente identiche, o che cambiavano molto lentamente. Solamente il capitalismo ha scatenato un dinamismo cieco ed illimitato, una ricerca della ricchezza senza limiti. Tutto ciò che è concreto ha dei limiti. Solo la valorizzazione del valore attraverso il lavoro, e la sua accumulazione sotto forma di denaro e capitale sono illimitati. Allorché tutta la produzione non serve ad altro che ad aumentare la somma di denaro investita, quando il solo fine è trasformare cento euro in centoventi, poi in centoquaranta, ecc., il modo di produzione allora è governato da quello che Marx chiama il "soggetto automatico": il valore. Gli esseri umani, anche i più potenti, si ritrovano a traino di un sistema che hanno creato senza sapere che avrebbero dovuto alimentarlo ogni giorno, anche a loro proprie spese, sotto pena della loro rovina. Marx ha dato il nome di "feticismo della merce" a questa rinuncia dell'uomo al proprio potere. E' evidente che certi individui, certi gruppi sociali, traggono più benefici rispetto ad altri in questo sistema: ma essi stessi non sono né i creatori né i veri dirigenti. Non sono altro che i sottoufficiali del capitale, come li chiamava Marx. La crisi economica ed ecologica globale non è il frutto di una congiura di criminali potenti ed avidi (anche se questi ne possono determinare qualche sviluppo particolare). Nel dibattito ecologico si ricade spesso in una miscela di psicologia e di moralismo che spiega tutti i mali del mondo con le azioni di individui, o di gruppi, predatori, intesa come una sorta di cospirazione permanente: "i capitalisti", i politici corrotti, i banchieri, gli eurocrati, la Bilderberg Society, gli imperialisti, le multinazionali ... Purtroppo, movimenti come Occupy Wall Street si sono ampiamente impantanati nella palude della critica personalizzante che può portare al peggior populismo (il recente movimento dei "forconi", in Italia, ne è un esempio). Non va molto meglio quando si concentra l'analisi sulla sola critica delle "mentalità" o delle "ideologie", parlando per esempio del "rapporto occidentale con la natura" o del "culto del possesso": da dove provengono le mentalità stesse? Come si sono diffuse in una data società? Non si fa altro così che spostare la questione.

E infine, il ricorso alla critica marxiana della merce evita di riferirsi semplicemente ad una pretesa "natura umana", come fanno certe correnti ecologiste, per le quali è l'essere umano, in quanto tale, che si oppone alla natura e la distrugge. La critica marxiana ci spinge a concepire che è la società basata sul valore in quanto struttura pressoché totale, o per meglio dire totalizzante, ad aver reso così distruttivo l'agire umano verso la natura. Esiste oramai da molti secoli, e si è esteso al mondo intero. Non è affare di un gruppo ristretto di "capitalisti". Ha colonizzato tutta la vita, determinando, ad un grado maggiore o minore, le mentalità ed i comportamenti di praticamente tutti gli abitanti della terra. Da questo punto di vista, la critica marxiana non fornisce alcuna illusione riguardo la facilità di uscire dall'impasse. Né lo sviluppo sostenibile, né l'impiccagione dei banchieri, né delle comunità di autoproduzione agricola, né dei protocolli climatici andranno a risolvere i problemi. D'altra parte, la critica marxiana sottolinea che la radice dell'infelicità moderna, cioè a dire il lavoro astratto, il valore, ecc., sono dei fenomeni storici, e ci ricorda che molte società hanno vissuto in modo diverso e che perciò si potrebbe costruire un modo di vita che riposi su altre basi: un mondo dove il concreto non è ridotto ad essere al servizio di un feticcio senza contenuto che si autoriproduce e si accumula senza sosta. La crisi ecologica e l'esaurimento delle risorse naturali non sono affatto degli aspetti accessori del modo di produzione capitalista e non possono essere evitati stabilendo un capitalismo più "saggio", moderato, verde, durevole. Queste crisi derivano dal suo principio base; il "valore" di un prodotto sul mercato non è determinato altri che dal tempo di lavoro vivente socialmente necessario alla sua produzione. La concorrenza tra il capitale e la ricerca permanente dell'aumento di produttività, motore del sistema capitalista, possono utilizzare tutte le invenzioni tecnologiche che servono per economizzare lavoro: si produce sempre di più con meno lavoro. Un artigiano fabbrica una camicia in un'ora, un operaio alla macchina ne fa dieci, in un'ora. Ma le tecnologie non creano nuovo valore: solo il lavoro umano al momento della sua esecuzione ha questo potere. La camicia fatta alla macchina, nel nostro esempio, non contiene che sei minuti di lavoro, e dunque di valore. La porzione di plusvalore e di profitto - il solo fine di tutto questo processo - ne verrà necessariamente diminuita, per quanto grande possa essere il tasso di sfruttamento. La produzione della camicia industriale consuma altrettante risorse quante ne consuma la camicia artigianale - è il lato concreto. Ma dal lato astratto, dal lato del valore, ne fa produrre dieci, solo per evitare la contrazione della massa di valore e di plusvalore, e perciò fa consumare risorse dieci volte tanto, per ottenere la stessa quantità di valore e di profitto - e deve creare poi un bisogno sociale di camicie dieci volte tanto. In questo piccolo esempio c'è tutta la folle dinamica del produttivismo. Marx lo sapeva bene quando affermava, all'inizio del Capitale, che la scoperta della doppia natura del lavoro era la sua scoperta più importante ed è perciò che incominciava con essa la sua esposizione, ben prima di fare intervenire le classi sociali.

E' quindi difficile spiegare la crisi ecologica in modo strutturale senza ricorrere alle motivazioni soggettive degli attori, se si rifiutano le categorie della critica marxiana dell'economia politica. Diventa, allora, ugualmente difficile comprendere l'enorme forza di sollecitazione esercitata da questo meccanismo in permanente evoluzione. E' quello che in gran parte manca alla critica anti-produttivistica e che la fa sovente apparire tronca, o ingenua. D'altra parte, non si arriva ad identificare il problema se si riduce la teoria marxiana ad una critica del dominio personale esercitato dai proprietari giuridici dei mezzi di produzione, invece di vedere, nei proprietari, o nei loro sostituti, i gestori di un processo che li oltrepassa. Questa difficoltà a comprendere la natura profonda del modo di produzione capitalista, sfocia regolarmente in delle proposizioni "pratiche" che, in generale, hanno a che fare più con l'altercapitalismo che con l'anticapitalismo, malgrado le loro dichiarazioni di intenti. L'approccio appena descritto ha perciò dei punti di convergenza e di divergenza con l'ecosocialismo difeso da Löwy e con la decrescita proposta da Latouche. L'ecosocialismo si propone di unire il pensiero marxista e l'ecologia e ci ricorda che non possiamo uscire dal produttivismo e dalla crescita forzata senza uscire dal capitalismo. Ma - e questa è una gran domanda - cosa si intende qui per capitalismo? E dove situa, l'ecosocialismo, l'essenza del pensiero marxista?

Löwy cita Hervé Kempf, il quale parla di "una classe dirigente predatrice ed avida (che) ostacola ogni velleità di effettiva trasformazione; pressoché tutte le sfere del potere, e di influenza, sono sottomesse al suo pseudo-realismo ... quest'oligarchia ossessionata dall'ostentazione di consumo e dalla competizione esagerata" e aggiunge Löwy "quelli che decidono per il pianeta - miliardari, manager, banchieri, investitori, ministri, parlamentari ed altri 'esperti'." Dunque, i capitalisti ed i nemici della natura, sono sempre gli altri? Gli immigrati ed i lavoratori cinesi che si ammazzano di lavoro per avere il loro portatile o la loro automobile sono solo vittime della pubblicità? Sono solo i ricchi a distruggere il pianeta, come dice il titolo del libro di Kempf? O si tratta, piuttosto, di un modo di vita accettato praticamente da tutti, attualmente - cosa che, tuttavia, non ne fa espressione di una "natura umana", ma rimane specificamente capitalista? Che dire della grottesca lotta contro l'ecotassa in Bretagna, o della resistenza che, in Perù, oppone i piccoli "raccoglitori di rame" al governo che vuole imporre loro di cessare le loro attività, sicuramente assai nocive, o degli operai che difendono con le unghie e con i denti i loro posti di lavoro cancerogeni? Criticare il ruolo che il movimento operaio ha sempre attribuito al proletariato, o ai suoi successori, non significa rompere con la teoria di Marx! Uno dei primi a farlo, è stato André Gorz, citato come nume tutelare tanto da Löwy che da Latouche. Gorz è stato uno dei primi a dimostrare che il lavoro non può costituire la base dell'emancipazione sociale. Tuttavia, uno dei punti che hanno in comune i miei due co-conferenzieri è quello di insistere ancora sulla "salvaguardia dell'impiego". Cosa che non solo è "irrealista" - nel senso peggiore del termine - ma è soprattutto incompatibile con la principale lezione che si può imparare da Marx: bisogna farla finita con il lavoro come forma di organizzazione sociale e come creatore di "valore" - cosa che implica il pensare in funzione dei bisogni, e non del lavoro. Ma Latouche cade nel keynesismo, quando arriva alle "proposte immediate": uscita dall'euro, inflazione controllata, piena occupazione ... e questi sarebbero i primi passi per "uscire dall'economia"! Löwy, da parte sua, parla di una "abolizione graduale del mercato" - considerato che Marx aveva detto chiaramente nella sua "Critica al Programma di Gotha" che lo scambio di mercato deve sparire all'inizio della trasformazione socialista, e non alla fine. Latouche, invece, vuole mantenere i beni non-materiali dentro una forma di mercato, "almeno in parte" - come se il mercato potesse tollerare, al proprio fianco, un settore non di mercato. Gorz, alla fine aveva rinunciato ad un'idea del genere, dopo averla a lungo difesa. 

Perfino la miglior autogestione democratica della produzione, "garantita dall'assenza di burocrati", non serve a niente se non si libera delle catene del valore, del denaro, della concorrenza, del lavoro. Il "soggetto automatico" del valore potrà essere abolito, dal momento che non è esistito sempre. Ma esso non si lascia dettare altre regole. Un'officina gestita dagli operai in un regime che rimane basato sul mercato e sulla concorrenza seguirà la logica del valore, così come faranno tutte le altre unità di produzione. Bisognerà allora abolire per decreto denaro e salario, profitto e lavoro, mercato e scambio, da un giorno all'altro? In effetti, uscire dal denaro e dal lavoro non è affatto un programma "utopico", non è necessario evocare i Khmer rossi ... dal momento che è lo stesso capitalismo a farsi carico di questo programma. Solo che lo fa in maniera catastrofica, senza permettere di poter vivere senza lavoro e senza denaro. La sfida, per un pensiero ed una pratica critica, oggi è piuttosto di trovare delle risposte all'anomia che ne risulterà. I decrescitori ed i maussiani, sovente oppongono Karl Polanyi, o Marcel Mauss, a Marx. Effettivamente, Marx non ha fatto una critica esplicita dell'homo oeconomicus e dell'uomo prometeico - ma la sola critica possibile, che non si limiti ad una visione "idealista" della storia, si può trarre solo da Marx. Molte persone, da Castoriadis a Marshall Sahlins, da Louis Dumont ad Habermas, e lo stesso Latouche, sono partiti in guerra contro l' "economicismo" marxista - che è un fenomeno ben reale, sia presso i marxisti che presso lo stesso Marx. Ma non sono riusciti a vedere che la miglior critica poteva essere pronunciata proprio sulla vase della critica marxiana dell'economia politica. 

Il valore del pensiero di Marx risiede nel saper cogliere la totalità del capitalismo. Questo non significa che si tratta di un pensiero che spieghi tutto a partire da un solo principio, e tanto meno che vuole essere un pensiero totalitario. Ma riconosce il fatto che è il capitalismo ad essere una totalità reale, allo stesso tempo negativa e spezzata - ed è questa la sua specificità storica. Voler ancorare la decrescita a sinistra, ma rifacendosi non a Marx, ma ai primi socialisti, significa privarsi della sola teoria coerente sull'insieme capitalista, a favore di altri pensieri che possono aver anche avuto ragione contro Marx, su un punto o su un altro, ma senza mai avanzare una teoria completa. 

Per Latouche, i tentativi di unire marxismo ed ecologia non sono per niente "convincenti". Parimenti, egli pretende che la decrescita sia la vera eredità del marxismo, ammettendo così implicitamente la dimensione anti-produttivistica del pensiero marxiano. E, in un certo modo, non ha torto: la critica dell'economia, e del lavoro che l'ha fondata, è l'eredità più profonda della teoria marxiana, come hanno dimostrato, ciascuno alla sua maniera, la Scuola di Francoforte, i situazionisti, i teorici della critica del valore. Ma tutti questi sapevano bene che uscire dall'economia ed uscire dal capitalismo sono due cose che vanno di pari passo, e che un tale progetto non si realizzerà senza grandi lotte e conflitti. Due aspetti che la decrescita schiva volentieri, mentre l'ecosocialismo ne sembra più consapevole. Ma bisogna andare oltre l'economia, non ri-costruirla. E, più di ogni altra cosa, bisogna andare oltre l'immaginario capitalista dentro le nostre teste, cioè a dire quello che identifica l'abbondanza delle merci con la ricchezza possibile della vita. 

Voglio perciò concludere con un autore che mi è assai caro, allorché parlavo nel 1957 di
"la necessità di considerare un'azione ideologica conseguente per poter combattere, sul piano passionale, l'influenza dei metodi di propaganda del capitalismo evoluto: opporsi, concretamente, in ogni occasione, ai riflessi del modo di vita capitalista, con altri modi di vita desiderabile; distruggere, con tutti i modi iper-politici, l'idea borghese di felicità".

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