"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

10/12/13

Il corpo biopolitico nel Capitale di Karl Marx

  • Et exultabunt ossa humiliata
Jacques Bidet  |  Si potrebbe essere tentati di cominciare da alcuni frammenti veementi del Capitale1, che denunciano l’incorporazione del lavoratore alla macchina e il commercio di «carne umana»2. Se vogliamo comprendere fino in fondo l’invenzione biopolitica di Marx e la rivoluzione teorica che essa comporta, però, dobbiamo abbordare la questione da lontano, e considerarla nel suo intero dispiegamento concettuale, economico-politico. Marx si proponeva di produrre una teoria della società «moderna» (o anche, secondo i suoi termini, «borghese», o «capitalista»), o quantomeno di fornire un contributo a una tale ricerca. Considerava la sua opera maggiore, Il Capitale, come uno degli elementi di una costruzione più larga, che avrebbe dovuto articolarsi in tutto un insieme di «libri». Questa teoria appartiene al progetto designato con il nome di «materialismo storico», ovvero, per riprendere il termine delle Annales, a un progetto di «storia totale», capace di prendere unitariamente in considerazione la dimensione economica, politica, culturale ed ecologica. I concetti che essa elabora articolano queste diverse facce della realtà sociale. Per quanto insufficiente possa esserne la realizzazione (e non c’è da meravigliarsene, visto ciò che se ne “sapeva” all’epoca), si tratta al contempo di una «storia globale», nel senso che si è stato recentemente attribuito a questo termine. Marx aveva di mira diverse prospettive di «lunga durata», diverse storicità. E, più specificamente, diverse storicità del corpo, relative ai diversi modi della sua attualità.

Foto: Jacques Bidet
Il progetto di una storia sociale del corpo, congiuntamente economica e biopolitica, si annuncia già nel primo dei concetti della sua teoria, quello di «valore», tradizionalmente designato come «valore-lavoro». Questo non significa che il lavoro abbia un «valore», ma che il valore deve essere considerato a partire dal lavoro. Più precisamente, a partire dal corpo-al-lavoro.

Se è vero che il valore delle merci, a condizioni che dovranno essere precisate, è relativo al «dispendio di forza-lavoro» («dispendio produttivo del cervello, dei muscoli, dei nervi, della mano dell’uomo», precisa Marx in  MEW 58), è anche vero che il problema è posto in termini immediatamente corporei. Ed è proprio questa la scoperta di cui Marx si vanta sin dall’inizio del primo capitolo (nel § II), quella di un duplice carattere del lavoro: «concreto» in quanto mira, attraverso una tecnica particolare, a un valore d’uso altrettanto particolare, e «astratto» nel senso in cui, qualunque esso sia, implica pur sempre un dispendio di forza lavoro. «Sono stato il primo» scrive nel Capitale rinviando a Zur Kritik der politischen Okonomie (1859) «a mettere in rilievo il doppio carattere del lavoro rappresentato nella merce».

L’interpretazione “grundrissiana”, la lettura cioè del Capitale a partire dai Grundrisse oggi prevalente tra i filosofi, tende a fare a meno di questa cosa «fisiologica»3 . La teoria marxiana della merce sarebbe essenzialmente da comprendere a partire dal denaro. L’astrazione si rivelerebbe nello scambio di cui è il medium. E questa astrazione recherebbe in germe quella del capitale4. La nozione di «lavoro astratto» indicherebbe quindi, fondamentalmente, una relazione alienata, di perdita di senso, di negazione del valore d’uso. L’astrazione del dispendio di forza lavoro si trova assimilata (in modo maggiore o minore a seconda degli autori) all’astrazione del plus-valore, forma di ricchezza astratta. Il corpo-al-lavoro, nella sua attualità sociale-naturale, scompare dal nucleo teorico iniziale, per non comparire che al momento in cui Marx giunge a trattare della manifattura e della grande industria. Il che, come si vedrà, indebolisce e banalizza l’intero dispositivo teorico5.

Il tenore «biopolitico» che è proprio del concetto di «valore» non può essere compreso, in realtà, se non si distinguono i tre livelli di astrazione o di storicità su cui esso si articola. L’analisi presentata da Marx nel Capitale presuppone un preambolo che definisce laproduzione in generale, il «lavoro in generale» (L1), al quale il testo non assegna alcun luogo suo proprio, e che non compare se non frammentariamente e secondo i bisogni di una certa strategia di scrittura. Marx comincia in effetti –ed è l’oggetto della Sezione 1 del Libro 1 col definire la logica di produzione mercantile, L2, che come tale si estende su ampi periodi storici, non descrivendo questa logica se non in quanto in qualche modo governa la produzione capitalistica (L3), che è l’oggetto del resto dell’opera. Comincerò allora (I) col definire questi tre livelli nell’ordine logico L1-L2-L3. Su queste basi, considererò poi (II) la questione biopolitica in sé stessa e al suo livello più «concreto», quello del capitalismo6, e (III) i limiti incerti dell’analisi di Marx, i confini barbari che essa lascia inesplorati.

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