"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

◆

"Los hombres hacen su propia historia, pero no la hacen a su libre arbitrio, bajo circunstancias elegidas por ellos mismos, sino bajo aquellas circunstancias con que se encuentran directamente, que existen y les han sido legadas por el pasado. La tradición de todas las generaciones muertas oprime como una pesadilla el cerebro de los vivos. Y cuando éstos aparentan dedicarse precisamente a transformarse y a transformar las cosas, a crear algo nunca visto, en estas épocas de crisis revolucionaria es precisamente cuando conjuran temerosos en su auxilio los espíritus del pasado, toman prestados sus nombres, sus consignas de guerra, su ropaje, para, con este disfraz de vejez venerable y este lenguaje prestado, representar la nueva escena de la historia universal" — Karl Marx

27/11/14

Crisi di sistema e necessità di un’alternativa | Quale ruolo per i comunisti

1. La crisi capitalistica come “crisi generale”                                                                              Alexander Höbel

La crisi capitalistica in corso ormai da diversi anni – crisi economica ma anche sociale, politica e ideale – va connotandosi sempre di più come una “crisi generale” del sistema1. Affiancandosi a una degradazione costante dell’ambiente e del clima, frutto degli stessi meccanismi economici, essa si delinea ormai come una vera e propria “crisi di civiltà”, con rischi molto pesanti per i popoli e per l’umanità intera 2. Per il geografo marxista David Harvey, sono molte le contraddizioni strutturali che rendono necessario e possibile andare oltre il capitalismo, sulla base di un “umanesimo rivoluzionario” che “unifica il Marx del Capitale con quello dei Manoscritti economici e filosofici del 1844”3.  Dal canto suo Thomas Piketty, pur muovendo da presupposti non marxisti, ha confermato con una notevole mole di dati che negli ultimi decenni le diseguaglianze di reddito e nella distribuzione delle ricchezze si sono enormemente ampliate4. Ne risulta dunque smentita la tesi, propria anche di diversi premi Nobel per l’economia, di una tendenza alla “convergenza” dei redditi frutto dei meccanismi del mercato; al contrario, è ampliamente confermata l’analisi di Marx sul capitalismo come sistema polarizzante, ossia come sistema che tende ad allargare le differenze sul piano economico e sociale, ponendo sempre di più ristrette e potentissime oligarchie – la “classe capitalistica transnazionale”5 – in contraddizione violenta con gli interessi e la vita di masse sterminate di donne e uomini.

In Europa il decentramento della produzione e lo smantellamento di gran parte dell’apparato industriale, avviati negli anni ’80, hanno frammentato la classe operaia – alla quale intanto si sono aggiunti strati sempre più vasti di tecnici, informatici, “lavoratori della conoscenza” ecc. – rendendo estremamente difficile l’organizzazione dei lavoratori sul piano sindacale e politico, e più in generale rendendo la maggior parte dei paesi europei più poveri, più deboli e meno autonomi nel mercato mondiale.

Questo declino dell’autonomia e sovranità nazionale si è accentuato col processo di unificazione monetaria europea e col Trattato di Maastricht (1992). La centralizzazione della sola politica monetaria, mentre ha imposto seri vincoli all’iniziativa politica di governi e Stati, colpendo il meccanismo keynesiano fondato sulla spesa pubblica (fino a renderlo addirittura “illegale”)6 e contribuendo alla distruzione dello Stato sociale, ha provocato una perdita di sovranità che non si è accompagnata a nessuna vera unificazione politica, nemmeno sul piano delle politiche economiche o fiscali. L’impatto sull’Italia, come per tutti i paesi deboli dell’Unione europea, è stato tra i più pesanti7. Ma in generale è l’intero continente – come ha argomentato Vladimiro Giacché – a essere ormai avviato sulla rotta del Titanic; e l’applicazione ai paesi dell’Europa meridionale di ricette simili a quelle usate verso la ex Ddr dopo la riunificazione tedesca così osannata dai media lascia presagire risultati altrettanto catastrofici8.

L’indebolimento degli Stati nazionali (sui quali aveva inciso positivamente il compromesso sociale del 1945-75) ha dunque coinciso con la crisi del Welfare, e la retorica anti-statuale – forte anche a sinistra, tra movimentismo “libertario” e culto della “società civile” – ha favorito questo processo. Molti paesi, anche delle aree centrali del sistema, sono ormai in una condizione “semi-coloniale” rispetto al grande capitale transnazionale, con margini di autonomia e sovranità (sovranità nazionale e sovranità popolare) sempre più ridotti9.

2. Il contesto italiano, la crisi democratica, la necessità di un Partito comunista adeguato ai tempi

In Italia questi fenomeni sono particolarmente gravi, e si accompagnano a una disoccupazione di massa, alla diffusissima precarizzazione del lavoro, al fenomeno del lavoro gratuito (molto forte ad esempio tra i lavoratori della conoscenza10), alla crescita del peso anche economico dei poteri criminali.

Al tempo stesso c’è una crisi politica ormai conclamata, una crisi della democrazia così grave che lo studioso inglese Colin Crouch proprio guardando all’Italia ha coniato il termine “postdemocrazia”11. La crisi del capitalismo democratico, insomma, è andata di pari passo col venir meno del compromesso sociale keynesiano. Il Parlamento è sempre più ridotto a una funzione di mera ratifica di decisioni prese altrove, e dalle province al Senato si sostituisce l’elezione popolare con elezioni di secondo grado, tutte giocate all’interno del “ceto politico”. Leggi elettorali truffaldine hanno ridotto notevolmente la rappresentanza, per cui milioni di persone non hanno più voce sul piano istituzionale, e ovviamente queste persone sono soprattutto lavoratori, disoccupati e precari12.

Proprio l’Italia, dove è esistito il maggiore partito comunista dell’Occidente nel quadro di una democrazia dei partiti radicata e diffusa, la tendenza dominante è quella che va verso strutture politiche sempre più personali o espressioni di gruppi ristretti, partiti azienda o partiti del capo, in ogni caso cose che somigliano a dei “non partiti” ben più che alle organizzazioni di massa che abbiamo conosciuto nel Novecento.

Questa crisi democratica, che non è solo del nostro paese, impone ai comunisti di riprendere con forza e in modo nuovo la bandiera della democrazia, riaffermando il suo senso più profondo, quello della partecipazione di massa e del “potere del popolo”. La crisi del partito politico danneggia i lavoratori, i subalterni, che nel secolo scorso proprio nel partito di massa avevano trovato lo strumento essenziale della loro ascesa: è urgente dunque lavorare per porre rimedio a un deficit di organizzazione e di rappresentanza di cui si avverte tutta la gravità.

A fronte di una sinistra “assente” per subalternità culturale e ansia di omologazione, va ricostruita un’autonomia ideale e politica delle classi subalterne e del movimento dei lavoratori, e in questo quadro degli stessi comunisti13. D’altra parte, lo spostamento al centro del Partito democratico, l’idea inquietante di un “partito della nazione”, ma anche il disagio e il malcontento diffuso nel “popolo di sinistra” e le prime risposte che sono state date in queste settimane sul piano sociale e di massa, dimostrano che una reazione positiva è necessaria e al tempo stesso possibile.

Certo, il problema non può essere risolto dai comunisti soltanto. Bisogna contribuire a un vasto processo di ricomposizione del lavoro salariato (tra lavoratori di vario tipo, stabili e precari, italiani e immigrati, giovani e anziani, uomini e donne), e anche sul piano politico occorre ricostruire un fronte ampio di classe, di forze popolari e di sinistra. Tuttavia questo schieramento – per sua natura variegato e plurale – non può identificarsi in un “partito-calderone”, che sarebbe destinato a diventare un agglomerato di gruppi, “capi” e militanti impegnati in una lotta interna costante, ma dovrebbe, appunto, connotarsi come un fronte di organizzazioni diverse (oggi si parla molto di una nuova “coalizione”) capaci di coordinare i loro sforzi.

In questo schieramento e in questo percorso, i comunisti non possono essere solo una “tendenza culturale”. Sarebbe davvero paradossale se, di fronte a una crisi capitalistica così grave, rimanessero disorganizzati, frammentati, dispersi; o se affidassero le loro speranze a esponenti del ceto politico di “centro-sinistra” pienamente corresponsabili del disastro attuale. I comunisti hanno bisogno di una loro organizzazione per andare avanti nella lotta, e oggi come in altre fasi della storia italiana il loro ruolo – quello di prendere l’iniziativa senza isolarsi, ma al tempo stesso superando attendismi ed esitazioni – è più che mai necessario. Come ha scritto Gianni Fresu, “porre su basi nuove, in termini positivi e finalmente unitari, la questione comunista nel nostro Paese” e lavorare alla costruzione di un più vasto fronte della sinistra politica e sociale sono “due termini della stessa azione”14.

In Italia peraltro è ancora viva la memoria del Pci e di ciò che esso ha rappresentato, ed esiste ancora un “popolo comunista”, sia pure disperso, deluso, disorientato. Vi sono poi nuove generazioni che non hanno conosciuto quella esperienza, ma in qualche modo ne avvertono la mancanza, e comunque mostrano una volontà di lotta evidente e istanze tendenzialmente anticapitalistiche. Occorre dare qualche risposta a questa situazione, sapendo che se non lo si farà in tempi brevi uno straordinario patrimonio di esperienze e di elaborazione – che naturalmente va aggiornato e reso adeguato alla realtà di oggi – rischia di andare disperso in modo definitivo.

Il Partito dei comunisti italiani, che ha cercato di tenere vivo un legame di continuità con quella storia e con l’esperienza del comunismo novecentesco nel suo insieme, consapevole di non essere sufficiente, di non bastare da solo e così com’è, si è messo a disposizione di questo processo, aderendo all’appello per la ricostruzione del Partito comunista. Il dibattito e l’iniziativa politica per questo obiettivo, peraltro, sono in corso ormai da qualche anno. E diversi passi sono stati fatti, nell’analisi del contesto e nel definire l’obiettivo di “un partito di quadri e di militanti con influenza di massa”15. È giunto il momento di dare un primo sbocco a questo percorso, di ricostruire una presenza autonoma dei comunisti, unitaria, radicata tra i lavoratori, in grado di darsi un profilo politico e teorico adeguato.

Ma c’è anche un altro motivo che rende necessario che anche in Italia vi sia un partito comunista. Di fronte allo stato di crisi esistente, va rilanciata l’idea di un’alternativa di sistema e occorrono risposte radicali, che solo i comunisti possono dare. Va rimesso al centro del dibattito pubblico il tema della proprietà dei mezzi di produzione; la nostra Costituzione prevede la possibilità di esproprio di aziende private “che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”, e la loro gestione da parte dello Stato o anche di “comunità di lavoratori o di utenti”. Forse è arrivato il momento di ricordarsi di questo articolo.

Un discorso simile vale per il problema del lavoro: di fronte allo sviluppo straordinario dei mezzi di produzione, alla soluzione capitalistica (disoccupazione di massa) dobbiamo tornare a contrapporre la vecchia parola d’ordine dellavorare meno, lavorare tutti, ossia della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Così come vanno rivendicati un reddito di cittadinanza per i lavoratori precari, gli “intermittenti”, nei periodi di non lavoro; un nuovo ruolo dello Stato nell’economia e una programmazione democratica dell’economia che rimetta al centro il problema del governo dello sviluppo, il “perché e cosa produrre”; un grande piano pubblico di riassetto del territorio che crei lavoro e impedisca i ricorrenti “disastri naturali” che colpiscono il nostro paese; il rispetto fermo dell’articolo 11 della Costituzione, per il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; la radicale rimessa in discussione dei trattati europei; una politica di cooperazione e di scambi economici ad ampio raggio, con una interlocuzione privilegiata coi paesi mediterranei e coi Brics. Sono elementi di una piattaforma che molto difficilmente una formazione di sinistra generica potrebbe portare avanti.

Occorre dunque difendere la sovranità nazionale e la sovranità popolare, e al tempo stesso rilanciare l’internazionalismo. La stessa crisi capitalistica, l’insostenibilità del sistema, ma soprattutto l’esistenza di partiti comunisti, “fronti ampli” e anche di interi paesi che, in altri continenti, stanno realizzando esperienze di grande importanza, ponendo al centro proprio un nuovo rapporto tra Stato e mercato, non rinunciando alla proprietà pubblica e al governo politico dello sviluppo, con risultati ben diversi da quelli di un Occidente capitalistico in netto declino, danno anche a noi – comunisti italiani che operiamo in un quadro di forte difficoltà – grande fiducia in una possibilità di ripresa. Se ci sarà un esito positivo, dipende anche da noi. Sostenere questo appello, dare ai comunisti un luogo di confronto e azione comune per favorire il processo unitario, mi sembra un passo avanti nella giusta direzione.

Note

1 Cfr. A. Minucci, La crisi generale tra economia e politica. Una previsione di Marx e la realtà di oggi, Roma, Voland, 2008.
2 G. Chiesa, Invece della catastrofe. Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile, Milano, Piemme, 2013.
3 D. Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 284.
4 T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014.
5 L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista a cura di P. Borgna, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 12 e passim.
6 Si veda il commento di V. Giacchè all’approvazione del pareggio di bilancio in Costituzione: http://temi.repubblica.it/micromega-online/approvato-il-vincolo-di-bilancio-vladimiro-giacche-da-oggi-keynes-e-fuorilegge-impossibile-investire/.
7 M. Pivetti, Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull’Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa. Mercato e interesse nazionale, a cura di L. Paggi, Roma, Carocci, 2011, pp. 45-59.
8 V. Giacché, Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Roma, Aliberti, 2012; Id., Anschluss. L’Annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2013.
10 Tra questi ultimi è molto diffusa quella descritta da M. Bascetta nel suo articolo Economia politica della promessa, “il manifesto”, 22 ottobre 2014.
11 C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.
12 P. Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza. La privatizzazione della politica, Roma, manifestolibri, 2004.
13 D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Roma, Carocci, 2014.
14 G. Fresu, Due termini della stessa azione, http://www.ricostruirepc.it/due-termini-della-stessa-azione/.
15 Si veda il volume di O. Diliberto, V. Giacché, F. Sorini, Ricostruire il partito comunista, appunti per una discussione, Macerata, Edizioni Simple, 2011. Ma cfr. anche i nn. 1 e 2-3 del 2009 della rivista “Marxismo Oggi” dedicati a La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti.


◆ El que busca, encuentra...

“Todo lo sólido se desvanece en el aire; todo lo sagrado es profano, y los hombres, al fin, se ven forzados a considerar serenamente sus condiciones de existencia y sus relaciones recíprocas” — Karl Marx

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— Notas sobre Lenin y la Revolución de Octubre
◆ Guillermo Almeyra: Qué fue la Revolución Rusa — La Jornada
◆ Jorge Figueroa: Dos revoluciones que cambiaron el mundo y el arte — La Gaceta
◆ Gilberto López y Rivas: La revolución socialista de 1917 y la cuestión nacional y colonial — La Jornada
◆ Aldo Agosti: Repensar la Revolución Rusa — Memoria
◆ Toni Negri: Lenin: Dalla teoria alla pratica — Euronomade
◆ Entretien avec Tariq Ali: L’héritage de Vladimir Lénine — Contretemps
◆ Andrea Catone: La Rivoluzione d’Ottobre e il Movimento Socialista Mondiale in una prospettiva storica — Marx XXI
◆ Michael Löwy: De la Revolución de Octubre al Ecocomunismo del Siglo XXI — Herramienta
◆ Serge Halimi: Il secolo di Lenin — Rifondazione Comunista
◆ Víctor Arrogante: La Gran Revolución de octubre — El Plural
◆ Luis Bilbao: El mundo a un siglo de la Revolución de Octubre — Rebelión
◆ Samir Amin: La Revolución de Octubre cien años después — El Viejo Topo
◆ Luis Fernando Valdés-López: Revolución rusa, 100 años después — Portaluz
◆ Ester Kandel: El centenario de la Revolución de octubre — Kaos en la Red
◆ Daniel Gaido: Come fare la rivoluzione senza prendere il potere...a luglio — PalermoGrad
◆ Eugenio del Río: Repensando la experiencia soviética — Ctxt
◆ Pablo Stancanelli: Presentación el Atlas de la Revolución rusa - Pan, paz, tierra... libertad — Le Monde Diplomatique
◆ Gabriel Quirici: La Revolución Rusa desafió a la izquierda, al marxismo y al capitalismo [Audio] — Del Sol

— Notas sobre la película “El joven Karl Marx”, del cineasta haitiano Raoul Peck
◆ Eduardo Mackenzie:"Le jeune Karl Marx ", le film le plus récent du réalisateur Raoul Peck vient de sortir en France — Dreuz
◆ Minou Petrovski: Pourquoi Raoul Peck, cinéaste haïtien, s’intéresse-t-il à la jeunesse de Karl Marx en 2017? — HuffPost
◆ Antônio Lima Jûnior: [Resenha] O jovem Karl Marx – Raoul Peck (2017) — Fundaçâo Dinarco Reis
◆ La película "El joven Karl Marx" llegará a los cines en el 2017 — Amistad Hispano-Soviética
◆ Boris Lefebvre: "Le jeune Karl Marx": de la rencontre avec Engels au Manifeste — Révolution Pernamente

— Notas sobre el maestro István Mészáros, recientemente fallecido
◆ Matteo Bifone: Oltre Il Capitale. Verso una teoria della transizione, a cura di R. Mapelli — Materialismo Storico
◆ Gabriel Vargas Lozano, Hillel Ticktin: István Mészáros: pensar la alienación y la crisis del capitalismo — SinPermiso
◆ Carmen Bohórquez: István Mészáros, ahora y siempre — Red 58
◆ István Mészáros: Reflexiones sobre la Nueva Internacional — Rebelión
◆ Ricardo Antunes: Sobre "Más allá del capital", de István Mészáros — Herramienta
◆ Francisco Farina: Hasta la Victoria: István Mészáros — Marcha
◆ István Mészáros in memoriam : Capitalism and Ecological Destruction — Climate & Capitalism.us