"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

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"Los hombres hacen su propia historia, pero no la hacen a su libre arbitrio, bajo circunstancias elegidas por ellos mismos, sino bajo aquellas circunstancias con que se encuentran directamente, que existen y les han sido legadas por el pasado. La tradición de todas las generaciones muertas oprime como una pesadilla el cerebro de los vivos. Y cuando éstos aparentan dedicarse precisamente a transformarse y a transformar las cosas, a crear algo nunca visto, en estas épocas de crisis revolucionaria es precisamente cuando conjuran temerosos en su auxilio los espíritus del pasado, toman prestados sus nombres, sus consignas de guerra, su ropaje, para, con este disfraz de vejez venerable y este lenguaje prestado, representar la nueva escena de la historia universal" — Karl Marx

10/7/14

Fenomenologia della crisi e il pensiero di Karl Marx

Karl Marx ✆ A.d. 
Luigi Pandolfi   |   Sono sempre più persuaso che nel modo in cui si presenta l’attuale fase di sviluppo del capitalismo su scala globale, con le cicliche e perduranti crisi che l’accompagnano, alcune delle categorie e delle intuizioni marxiane possono rivelarsi ancora utili nella comprensione di fenomeni sociali ed economici complessi. Proprio la riscoperta del filosofo di Treviri in questo delicato frangente, segnato dalla crisi di un’economia in cui la componente finanziaria ha decisamente preso il sopravvento, dimostra come la necessità di una critica dell’esistente si accompagni sempre più a quella di riferimenti interpretativi forti, che aiutino la comprensione della realtà. La crisi della politica non è quella che generalmente ci raccontano, parlando di stipendi della casta o di altre cose simili: essa è data dall’incapacità della stessa di corrispondere alle sfide di questa modernità, dal suo essere degenerata in politicantismo. Non sto proponendo un ritorno al passato, né credo che certi modelli di ieri siano riproponibili oggi. Non penso nemmeno che la foto di Karl Marx debba essere di nuovo appesa sui muri delle sezioni e venerata come si trattasse di una divinità. No. Propongo solamente una riflessione sui dilemmi del tempo presente, avvalendomi, per quanto è possibile, di qualche strumento che per tanti anni ha aiutato la comprensione della realtà, tonificando per questo anche l’azione.
Per non limitarci ad enunciazioni di principio, facciamo però qualche esempio. Il cuore della critica marxiana delle forme di
sfruttamento nelle società capitalistiche è quello che affronta il tema della mercificazione del lavoro e dell’appropriazione, da parte dei capitalisti, del cosiddetto pluslavoro, inteso come frazione di salario non corrisposto al lavoratore. Il lavoro, nelle società capitalistiche, al pari di ogni altra merce, ha un suo valore d’uso, vale a dire un suo grado di utilità per la società e l’economia, oltre che, di conseguenza, un suo prezzo (valore di scambio), nel quadro delle relazioni di mercato. Questi due fattori furono definiti da Marx anche come sostanza di valore e grandezza di valore.
La fonte del profitto nella società capitalistica è dunque data dal cosiddetto plusvalore, a sua volta il prodotto della differenza tra il lavoro impiegato per una data produzione e quello necessario alla riproduzione della forza- lavoro.
Il capitalista acquista la forza - lavoro come qualsiasi altra merce, ad un valore che è quello necessario alla sussistenza del lavoratore. Tale valore costituisce il cosiddetto salario. Per un dato numero di ore, il lavoratore lavora pertanto per il suo salario, per il tempo restante per il profitto del datore di lavoro.
Marx, prima nei Grundrisse poi nel Capitale, aveva affrontato, non senza accuratezza, la questione dell’applicazione delle macchine al processo produttivo, chiarendo che tale evenienza stava alla base, inevitabilmente, del tendenziale risparmio dei tempi di lavoro e, di conseguenza, ma solo nell’immediato, di una straordinaria massimizzazione dei profitti.
A lungo termine però, un aumento progressivo degli investimenti sul capitale fisso (macchine), a scapito del capitale variabile ( i salari degli operai), essendo quest’ultimo la fonte principe di estrazione del plusvalore, avrebbe determinato una tendenziale caduta dei profitti  (Caduta tendenziale del saggio di profitto). Non solo. Rimanendo sul punto, Marx aveva anche svelato come l’uso strategico delle macchine, favorendo un aumento dei volumi di produzione, un accrescimento dell’offerta di beni sul marcato, avrebbe determinato, come conseguenza, una diminuzione del valore di scambio di quest’ultimi. Quindi una diminuzione dei profitti.
Caduta dei profitti e contrazione dei consumi starebbero alla radice delle crisi cicliche del capitalismo. Crisi di sovrapproduzione, di sovrabbondanza di beni.
Per quanto attiene alle cosiddette “previsioni” di Marx, quella che più di altre ha stupito, per lucidità e fondatezza, è sicuramente quella relativa alla tendenza del capitalismo a globalizzarsi e ad accentuare la sua componente finanziaria. Proprio le recenti crisi che hanno investito il capitalismo mondiale, a partire dalla cosiddetta “bolla americana” fino alla crisi del debito nell’Eurozona, stanno a dimostrare come le turbolenze in ambito finanziario incidano sull’economia produttiva.
Profetiche, a tal riguardo, queste parole che troviamo nel secondo libro de Il Capitale:
“Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le Nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione.”
Queste quattro grandi questioni - reificazione e sfruttamento del lavoro, uso strategico e massivo della macchina e ciclicità delle crisi, mondializzazione e finanziarizzazione dell’economia - rivestono tutt’oggi una straordinaria rilevanza, sono ancora alcuni dei termini più pregnanti dell’attualità politica, a prescindere dalle interpretazioni e dai giudizi che se ne danno. Applicando i concetti, le categorie, fin qui fugacemente richiamate alla realtà del mondo contemporaneo, ai problemi sociali ed economici del nostro tempo, ci accorgiamo ordunque che gli stessi possono contribuire, molto più di quel che si pensi, ad illuminare il cammino della politica.
Il capitalismo, nello stadio attuale, sebbene globalizzato, fa i conti con la “limitatezza del mercato”: non siamo più nell’epopea fordista, in cui predominava un’idea di mercato illimitato, da riempire di beni di consumo. Al contrario è la saturazione del mercato lo spettro principale che hanno davanti le grandi imprese multinazionali. Questa circostanza, unita all’ipertecnologizzazione ed all’informatizzazione dei processi produttivi – agli investimenti sempre più massicci sul capitale costante,per dirla con Marx - ed alla concorrenzialità della manodopera dei paesi in via di sviluppo, sta alla base di una tendenziale, epocale, caduta del valore d’uso ( Utilità relativa per il sistema produttivo) e, di conseguenza,  del valore di scambio  (Salario) della merce lavoro nei paesi capitalistici avanzati.
È vero che il valore d’uso della forza- lavoro è dato, in Marx, essenzialmente dalla sua capacità fisica di soddisfare esigenze di produzione di beni, perciò il suo valore di scambio nel fabbisogno alla sua riproduzione, ma nel valore di questa particolare merce, seguendo proprio il ragionamento marxiano, c’è anche quello che chiamerei il suo grado di indispensabilità per l’impresa, la sua utilità in rapporto al fabbisogno di manodopera in un dato momento e in un dato contesto. Come un altro qualsiasi oggetto, sebbene molto speciale, il lavoro, nel quadro delle economie mercatiste, ha un suo grado di utilità nel soddisfare bisogni sociali e produttivi ed, al tempo stesso, un suo valore di mercato, un suo prezzo.

Per quanto speciale, come lo stesso Marx aveva chiarito, il lavoro, in questo tipo di società, è, a tutti gli effetti, una merce, di consumo e di scambio. Se allora per qualsiasi altra merce il valore d’uso consiste nella sua capacità di soddisfare determinati fabbisogni, nel caso della forza-lavoro tale fabbisogno può essere identificato anche con la domanda di manodopera. Pensiamo, in rapporto al concetto di lavoro come merce, alle modificazioni che sono intervenute negli ultimi anni nel mercato del lavoro. L’esempio più calzante a tal proposito sono i casi di “somministrazione di lavoro” da parte di agenzie interinale. La somministrazione di manodopera permette ad un soggetto definito “utilizzatore” di rivolgersi ad un altro soggetto appositamente autorizzato che costituisce il “somministratore”, per utilizzare il lavoro di personale non assunto direttamente, ma dipendente del “somministratore”. In questa fattispecie c’è una vera e propria sublimazione del concetto di reificazione del lavoro, che viene ad essere assimilato ad un qualsiasi altro oggetto.
I fenomeni che ho prima richiamato, tipici dell’attuale fase di sviluppo delle economie capitalistiche mature, sono alla base, come dicevo più indietro, di una sostanziale riduzione del valore d’uso, o, se si vuole, del grado di indispensabilità del lavoro, inteso sia in senso assoluto come tempo necessario nei cicli produttivi, sia in senso relativo come offerta di lavoro sul mercato.
La riduzione dell’utilità assoluta e relativa del lavoro ha, com’è facile immaginare, una ricaduta negativa sul corrispondente valore di scambio dello stesso, sul suo prezzo di mercato, che chiamiamo salario. Ma anche sul suo valore sociale, con pregiudizi, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei livelli di sicurezza nei luoghi di lavoro.
 La conseguenza pratica di questo stato di cose è, in primo luogo, un aumento dei livelli di sfruttamento e di dipendenza del lavoratore dal potere dell’impresa. Secondariamente la contrazione dei salari e, nel caso della delocalizzazione extranazionale della produzione, il depauperamento delle economie interne.
L’inedita possibilità di delocalizzare segmenti sempre più significativi della produzione da parte dei grandi gruppi industriali, costituisce da un lato una forma di beneficio diretto per quest’ultimi, dall’altro un fattore di deterrenza sul piano interno, da giocare in sede di negoziazione salariale e di ristrutturazione aziendale.
E che cos’è la tendenza all’abbattimento dei costi del lavoro, anche attraverso la delocalizzazione dei siti produttivi, se non il rimedio alla parabola discendente del saggio di profitto, determinata dai mutamenti nella composizione del capitale e dal fenomeno della sovrabbondanza di merci in rapporto alle dimensioni del mercato? Forse, o certamente, questa legge non spiegherà, come Marx invece pensava, di che morte morirà, o potrebbe morire, il capitalismo, ma ci aiuta a comprenderne l’intimo funzionamento.
A tutto ciò è legata infine, in termini sistemici, la questione della forza- lavoro eccedente, il problema della disoccupazione. A proposito di quest’ultima, Marx aveva parlato di esercito industriale di riserva, quella variabile che, nelle economie capitalistiche, insieme ad altri fattori, consente di tenere i salari a livelli di sussistenza ed a garantire la riproduzione del plusvalore, quindi dello stesso sistema capitalistico.
Si può dire che nelle nostre società gli alti tassi di disoccupazione non sono funzionali al contenimento della dinamica salariale ed alle strategie di ricatto dei datori di lavoro? Che, insieme al deterrente della delocalizzazione, la pressione della disoccupazione di massa non compensa la tendenza alla perdita di profitto? A queste domande risponderei così: questo non è il pensiero di Marx, ma la realtà del capitalismo, che Marx ha contribuito a disvelare, a descrivere, semplicemente a descrivere.
Bassi salari, precarizzazione dei rapporti di lavoro, abbassamento dei livelli di sicurezza nelle fabbriche, disoccupazione di massa, rappresentano pertanto i termini principali dell’attuale questione sociale, la cui lettura, senza dubbio, è facilitata dal ricorso a talune categorie marxiane, come quelle che abbiamo testé esaminato.
Rispetto alla società industriale degli albori, che Marx aveva analizzato da vicino, le uniche questioni davvero nuove sono che anche il lavoro intellettuale, specializzato, è stato assorbito dalla spirale della mercificazione e che la dipendenza dal potere dell’impresa si presenta sempre più sotto forma di rapporti di lavoro precari.
Anzi, proprio la precarizzazione del lavoro, che poi si tramuta in precarizzazione dell’esistenza, costituisce il prolungamento storico dei rapporti di lavoro alienati di cui Marx aveva ampiamente parlato nella sua opera, l’esito fatale della loro evoluzione.
Letteralmente col termine alienazione Marx indicava la condizione dell’operaio salariato, che, in regime capitalistico, è estraniato dal processo produttivo che lo riguarda e dallo stesso prodotto del lavoro: egli era, ed è, condannato a produrre beni che non gli appartengono, a produrre non per se stesso ma per gli altri. Una condizione che finisce per estraniarlo da se medesimo, dalla sua essenza, perché il suo lavoro non è libero e costruttivo, come lo era per i vecchi artigiani, bensì obbligato, meccanico, spersonalizzato.
L’alto livello di precarizzazione del lavoro nelle nostre società, aumentando i livelli di dipendenza del lavoratore, manuale o dell’intelletto che sia, dal potere dell’impresa e, per certi versi, dagli stessi beni che è chiamato a produrre, costituisce il fondamento di una forma ancora più micidiale di alienazione, di estraniamento da se stessi, dalla propria essenza sociale.
Alla produzione di beni per gli altri, alla tradizionale forma di estraniazione rispetto al proprio lavoro, nella nostra epoca, si aggiunge, pertanto un altro elemento alienante: il lavoro in forma precaria, ansiotica; ultima frontiera dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che aliena l’individuo dalla sua vita, dal suo futuro. Come non convenire allora sul fatto che alla base di tali questioni c’è quello che definirei il nodo principale degli assetti socioeconomici capitalistici: il fatto che il lavoro sia assimilato ad una qualsiasi altra merce: che tutte le relazioni sociali tendono a mercificarsi, con pregiudizio della dignità e della libertà dell’uomo? Che il lavoro salariato sia condannato a produrre ricchezza per gli altri, in misura inversamente proporzionale alla sua valorizzazione sociale?
E che dire poi, rimanendo sulle eredità spendibili del pensiero di Marx, delle crisi periodiche del capitalismo e degli effetti dell’economia speculativa, finanziaria, su quella reale? Anche su questo versante il filosofo tedesco aveva visto giusto, così come aveva visto giusto con riferimento alla concorrenza tra operai, sia sul piano interno che su quello extranazionale, a tutto vantaggio dell’impresa.
Vale la pena, tal riguardo, riportare un passo dello stesso Marx, la cui attualità è sorprendente:
“Su 1000 operai di uguale qualifica determinano il salario non i 950 occupati, ma i 50 disoccupati. Influsso degli irlandesi sulla condizione degli operai inglesi e dei tedeschi sulla condizione degli operai alsaziani (…)”
Parafrasando, potremmo dire influsso degli operai serbi, o polacchi, sulla condizione degli operai italiani. Una questione di stringente attualità! Che rimanda, oggigiorno, al tema della delocalizzazione della produzione, la strada  per beneficiare di costi di manodopera più bassi e di più bassi livelli di sindacalizzazione della forza lavoro, nei paesi emergenti o in via di sviluppo. Insomma ancora al tema dello sfruttamento del lavoro salariato e del valore mercantile del lavoro.
Potremmo stare a lungo su questi argomenti, ma una loro trattazione più approfondita costituirebbe il contenuto di un intero volume. Possiamo però concludere con una constatazione: nelle società capitalistiche ancora c’è molto cammino da fare sul terreno della mediazione tra uguaglianza formale ed uguaglianza sostanziale dei cittadini. L’intuizione marxiana sulla contraddizione tra uguaglianza nello Stato e disuguaglianza nella società in regime capitalistico, costituisce ancora oggi un punto cardine per la critica degli squilibri nelle nostre società.
Non per negare, come aveva fatto Marx, una funzione livellatrice dello Stato, ma, al contrario, per incoraggiarla. Per sostenere politiche di trasformazione dell’esistente, volte a liberare dalla spirale mercantile quegli spazi, qui beni, che attengono alla sfera della libertà e della dignità dell’uomo. Tra questi innanzitutto il lavoro, il terreno su cui si misura il grado di realizzazione della persona umana, la sua libertà, la sua indipendenza.
Fino a quando il lavoro sarà assimilato ad una qualsiasi altra merce, da scambiare e trattare al pari di ogni altro bene nel quadro delle relazioni di mercato, non si potrà dire che una società è pienamente libera e democratica.
Finché il valore del lavoro sarà calcolato come valore d’uso e di scambio, secondo il criterio capitalistico già esaminato, e non in base alla sua funzione sociale, in quanto attività nella quale, contribuendo alla crescita dell’intera società, l’uomo realizza se stesso, non si potrà parlare di libertà piena e sostanziale con riferimento alle nostre società.
Rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la  libertà e l’uguaglianza dei cittadini, costituisce tutt’ora un debito della politica nei confronti della società. Di tutte le società. Nondimeno il problema che abbiamo oggi è proprio il dileguamento della politica, l’assenza di grandi progetti di cambiamento, sostenuti da una visione del mondo larga e prospettica.
Ho già detto che non mi riferisco a dottrine millenaristiche, a nuove concezioni messianiche dello sviluppo storico, ma a concreti programmi di riforma dell’esistente, intorno ai quali organizzare, mobilitare, larghi strati della società, su cui fondare un’azione di governo autenticamente riformatrice.
E in questo, ancora Marx può venirci in soccorso, quando ci ricorda che l’economia politica sbaglia a considerare immutabili, oggettive, le leggi dell’economia capitalistica, poiché le stesse, così come sono realizzate dell’uomo, così dall’uomo possono essere cambiate.
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◆ El que busca, encuentra...

“Todo lo sólido se desvanece en el aire; todo lo sagrado es profano, y los hombres, al fin, se ven forzados a considerar serenamente sus condiciones de existencia y sus relaciones recíprocas” — Karl Marx

Not@s sobre Marx, marxismo, socialismo y la Revolución 2.0

— Notas notables
◆ Cecilia Feijoo: Apuntes sobre el Concepto de Revolución Burguesa en Karl Marx — Red Diario Digital
◆ Moishe Postone: Il compito della teoria critica oggi: Ripensare la critica del capitalismo e dei suoi futuri — Blackblog Franco Senia
◆ Pierre-Yves Quiviger: Marx ou l'élimination des inégalités par la révolution — Le Point
◆ Hernán Ouviña: Indigenizar el marxismo — La Tinta
◆ Emmanuel Laurentin: Les historiens américains et Karl Marx — France Culture
◆ Adèle Van Reeth: Le Capital de Karl Marx: La fabrique de la plus-value — France Culture
◆ Manuel Martínez Llaneza: Reproches a Marx acerca de El Capital (Bajo la égida de Friedrich Engels) — Rebelión
◆ Victoria Herrera: Marx y la historia — Buzos
◆ Alejandro F. Gutiérrez Carmona: La vigencia del pensamiento marxista — Alianza Tex
◆ Víctor Arrogante: El Capital y las aspiraciones de la clase trabajadora — Nueva Tribuna
◆ Mauricio Mejía: Karl Marx, el poeta de la mercancía — El Financiero
◆ Emmanuel Laurentin: Karl Marx à Paris: 1843-1845 — France Culture
◆ Jacinto Valdés-Dapena Vivanco: La teoría marxista del Che Guevara — Bohemia
◆ Aldo Casas: El marxismo como herramienta para la lucha — La necesidad de la formación en la militancia — La Tinta
◆ Evald Vasiliévich Iliénkov: La dialéctica de lo abstracto y lo concreto en El Capital de Marx — Templando el Acero
◆ Vincent Présumey: Suivi des écrits de Karl Marx / 1837-1848 - Part I, Part II, Part III & Part IV — Mediapart
◆ Roman Rosdolky: Marx ésotérique et Marx exotérique — Palim Psao
◆ Lepotier: Marx, Marxisme, Cui bono? — Bella Ciao
◆ Andrea Vitale: La critica di Pareto a Marx: una abborracciatura — Operai e Teoria
◆ Annelie Buntenbach: Marx provides us with a glimpse behind the scenes of capitalism — Marx 200
◆ Antoni Puig Solé: La Ley del Valor y la ecología en Marx — Lo que somos
◆ Vladimiro Giacché: Note sui significati di "Libertà" nei Lineamenti di Filosofia del Diritto di Hegel — Il Comunista
◆ Salvador López Arnal: Manuel Sacristán (1925-1985) como renovador de las tradiciones emancipatorias — Rebelión
◆ Paúl Ravelo Cabrera: Marx, Derrida, el Gesto Político y la supercapitalización mundial — Scribb
◆ Dino Greco: In difesa del marxismo — Sollevazione
◆ Alberto Quiñónez: Arte, praxis y materialismo histórico — Rebelión
◆ Josefina L. Martínez: Feminismo & Socialismo marxista - Eleanor Marx, la cuestión de la mujer y el socialismo — Rebelión
◆ John Bellamy Foster: Marx y la fractura en el metabolismo universal de la naturaleza — Scribb
◆ José Manuel Bermudo Ávila: Concepto de Praxis en el joven Marx — Scribb
◆ Carlos Oliva Mendoza: Adolfo Sánchez Vázquez: ¿marxismo radical o crítica romántica? — InfoLibre
◆ Bernardo Coronel: ¿El marxismo es una ciencia? — La Haine
◆ Sylvain Rakotoarison: Le capitalisme selon Karl Marx — Agora Vox

— Notas y comentarios sobre El Capital
◆ António Ferraz: Os 150 anos do livro ‘O Capital’, de Karl Marx — Correio do Minho
◆ Horacio Tarcus: Traductores y editores de la “Biblia del Proletariado” - Parte I & Parte II — Memoria
◆ Emmanuel Laurentin: Le Capital, toujours utile pour penser la question économique et sociale? — France Culture
◆ J.M. González Lara: 150 años de El Capital — Vanguardia
◆ Roberto Giardina: Il Capitale di Marx ha 150 anni — Italia Oggi
◆ Alejandro Cifuentes: El Capital de Marx en el siglo XXI — Voz
◆ Marcela Gutiérrez Bobadilla: El Capital, de Karl Marx, celebra 150 años de su edición en Londres — Notimex
◆ Mario Robles Roberto Escorcia Romo: Algunas reflexiones sobre la vigencia e importancia del Tomo I de El Capital — Memoria
◆ Antoni Puig Solé: El Capital de Marx celebra su 150° aniversario — Lo que Somos
◆ Jorge Vilches: El Capital: el libro de nunca acabar — La Razón
◆ Carla de Mello: A 150 años de El Capital, la monumental obra de Karl Marx — Juventud Socialista del Uruguay
◆ Rodolfo Bueno: El Capital cumple 150 años — Rebelión
◆ Diego Guerrero: El Capital de Marx y el capitalismo actual: 150 años más cerca — Público
◆ José Sarrión Andaluz & Salvador López Arnal: Primera edición de El Capital de Karl Marx, la obra de una vida — Rebelión
◆ Sebastián Zarricueta: El Capital de Karl Marx: 150 años — 80°
◆ Marcello Musto: La durezza del 'Capitale' — Il Manifesto
◆ Esteban Mercatante: El valor de El Capital de Karl Marx en el siglo XXI — Izquierda Diario
◆ Michael Roberts: La desigualdad a 150 años de El Capital de Karl Marx — Izquierda Diario
◆ Ricardo Bada: El Capital en sus 150 años — Nexos
◆ Christoph Driessen: ¿Tenía Marx razón? Se cumplen 150 años de edición de El Capital — El Mundo
◆ Juan Losa: La profecía de Marx cumple 150 años — Público
◆ John Saldarriaga: El Capital, 150 años en el estante — El Colombiano
◆ Katia Schaer: Il y a 150 ans, Karl Marx publiait ‘Le Capital’, écrit majeur du 20e siècle — RTS Culture
◆ Manuel Bello Hernández: El Capital de Karl Marx, cumple 150 años de su primera edición — NotiMex
◆ Ismaël Dupont: Marx et Engels: les vies extravagantes et chagrines des deux théoriciens du communisme! — Le Chiffon Rouge
◆ Jérôme Skalski: Lire Le Capital, un appel au possible du XXIe siècle - L’Humanité
◆ Sebastiano Isaia: Il Capitale secondo Vilfredo Pareto — Nostromo

— Notas y reportajes de actualidad
◆ Román Casado: Marx, Engels, Beatles, ese es el ritmo de Vltava — Radio Praga
◆ María Gómez De Montis: El Manifiesto Comunista nació en la Grand Place — Erasmus en Flandes
◆ Enrique Semo: 1991: ¿Por qué se derrumbó la URSS? — Memoria
◆ Michel Husson: Marx, un économiste du XIXe siècle? A propos de la biographie de Jonathan Sperber — A L’Encontre
◆ César Rendueles: Todos los Marx que hay en Marx — El País
◆ Alice Pairo: Karl Marx, Dubaï et House of cards: la Session de rattrapage — France Culture
◆ Sebastián Raza: Marxismo cultural: una teoría conspirativa de la derecha — La República
◆ Samuel Jaramillo: De nuevo Marx, pero un Marx Nuevo — Universidad Externado de Colombia
◆ Sergio Abraham Méndez Moissen: Karl Marx: El capítulo XXIV de El Capital y el “descubrimiento” de América — La Izquierda Diario
◆ Joseph Daher: El marxismo, la primavera árabe y el fundamentalismo islámico — Viento Sur
◆ Francisco Jaime: Marxismo: ¿salvación a través de la revolución? — El Siglo de Torreón
◆ Michel Husson: Marx, Piketty et Aghion sur la productivité — A l’encontre
◆ Guido Fernández Parmo: El día que Marx vio The Matrix — Unión de Trabajadores de Prensa de Buenos Aires
◆ Cest: Karl Marx y sus "Cuadernos de París" toman vida con ilustraciones de Maguma — El Periódico
◆ Leopoldo Moscoso: 'Das Kapital': reloading... — Público
◆ Laura "Xiwe" Santillan: La lucha mapuche, la autodeterminación y el marxismo — La Izquierda Diario
◆ José de María Romero Barea: Hölderlin ha leído a Marx y no lo olvida — Revista de Letras
◆ Ismaël Dupont: Marx et Engels: les vies extravagantes et chagrines des deux théoriciens du communisme! — Le Chiffon Rouge Morlai
◆ Francisco Cabrillo: Cómo Marx cambió el curso de la historia — Expansión
◆ El “Dragón Rojo”, en Manchester: Cierran el histórico pub donde Marx y Engels charlaban "entre copa y copa" — BigNews Tonight
◆ Marc Sala: El capitalismo se come al bar donde Marx y Engels debatían sobre comunismo — El Español

— Notas sobre debates, entrevistas y eventos
◆ Fabrizio Mejía Madrid: Conmemoran aniversario de la muerte de Lenin en Rusia — Proceso
◆ Segundo Congreso Mundial sobre Marxismo tendrá lugar en Beijing — Xinhua
◆ Debate entre Andrew Kliman & Fred Moseley — Tiempos Críticos
◆ David McNally & Sue Ferguson: “Social Reproduction Beyond Intersectionality: An Interview” — Marxismo Crítico
◆ Gustavo Hernández Sánchez: “Edward Palmer Thompson es un autor que sí supo dar un giro copernicano a los estudios marxistas” — Rebelión
◆ Alberto Maldonado: Michael Heinrich en Bogotá: El Capital de Marx es el misil más terrible lanzado contra la burguesía — Palabras al Margen
◆ Leonardo Cazes: En memoria de Itsván Mészáros — Rebelión (Publicada en O Globo)
◆ Entrevista con István Mészáros realizada por la revista persa Naghd’ (Kritik), el 02-06-1998: “Para ir Más allá del Capital” — Marxismo Crítico
◆ Rosa Nassif: “El Che no fue solo un hombre de acción sino un gran teórico marxista” — Agencia de Informaciones Mercosur AIM
◆ Entrevista a Juan Geymonat: Por un marxismo sin citas a Marx — Hemisferio Izquierdo
◆ Juliana Gonçalves: "El Capital no es una biblia ni un libro de recetas", dice José Paulo Netto [Português ] — Brasil de Fato
◆ Entrevista a Michael Heinrich: El Capital: una obra colosal “para desenmascarar un sistema completo de falsas percepciones” — Viento Sur
◆ Alejandro Katz & Mariano Schuster: Marx ha vuelto: 150 años de El Capital. Entrevista a Horacio Tarcus — La Vanguardia
◆ Salvador López Arnal: Entrevista a Gustavo Hernández Sánchez sobre "La tradición marxista y la encrucijada postmoderna" — Rebelión
◆ Jorge L. Acanda: "Hace falta una lectura de Marx que hunda raíces en las fuentes originarias del pensamiento de Marx" — La Linea de Fuego

— Notas sobre Lenin y la Revolución de Octubre
◆ Guillermo Almeyra: Qué fue la Revolución Rusa — La Jornada
◆ Jorge Figueroa: Dos revoluciones que cambiaron el mundo y el arte — La Gaceta
◆ Gilberto López y Rivas: La revolución socialista de 1917 y la cuestión nacional y colonial — La Jornada
◆ Aldo Agosti: Repensar la Revolución Rusa — Memoria
◆ Toni Negri: Lenin: Dalla teoria alla pratica — Euronomade
◆ Entretien avec Tariq Ali: L’héritage de Vladimir Lénine — Contretemps
◆ Andrea Catone: La Rivoluzione d’Ottobre e il Movimento Socialista Mondiale in una prospettiva storica — Marx XXI
◆ Michael Löwy: De la Revolución de Octubre al Ecocomunismo del Siglo XXI — Herramienta
◆ Serge Halimi: Il secolo di Lenin — Rifondazione Comunista
◆ Víctor Arrogante: La Gran Revolución de octubre — El Plural
◆ Luis Bilbao: El mundo a un siglo de la Revolución de Octubre — Rebelión
◆ Samir Amin: La Revolución de Octubre cien años después — El Viejo Topo
◆ Luis Fernando Valdés-López: Revolución rusa, 100 años después — Portaluz
◆ Ester Kandel: El centenario de la Revolución de octubre — Kaos en la Red
◆ Daniel Gaido: Come fare la rivoluzione senza prendere il potere...a luglio — PalermoGrad
◆ Eugenio del Río: Repensando la experiencia soviética — Ctxt
◆ Pablo Stancanelli: Presentación el Atlas de la Revolución rusa - Pan, paz, tierra... libertad — Le Monde Diplomatique
◆ Gabriel Quirici: La Revolución Rusa desafió a la izquierda, al marxismo y al capitalismo [Audio] — Del Sol

— Notas sobre la película “El joven Karl Marx”, del cineasta haitiano Raoul Peck
◆ Eduardo Mackenzie:"Le jeune Karl Marx ", le film le plus récent du réalisateur Raoul Peck vient de sortir en France — Dreuz
◆ Minou Petrovski: Pourquoi Raoul Peck, cinéaste haïtien, s’intéresse-t-il à la jeunesse de Karl Marx en 2017? — HuffPost
◆ Antônio Lima Jûnior: [Resenha] O jovem Karl Marx – Raoul Peck (2017) — Fundaçâo Dinarco Reis
◆ La película "El joven Karl Marx" llegará a los cines en el 2017 — Amistad Hispano-Soviética
◆ Boris Lefebvre: "Le jeune Karl Marx": de la rencontre avec Engels au Manifeste — Révolution Pernamente

— Notas sobre el maestro István Mészáros, recientemente fallecido
◆ Matteo Bifone: Oltre Il Capitale. Verso una teoria della transizione, a cura di R. Mapelli — Materialismo Storico
◆ Gabriel Vargas Lozano, Hillel Ticktin: István Mészáros: pensar la alienación y la crisis del capitalismo — SinPermiso
◆ Carmen Bohórquez: István Mészáros, ahora y siempre — Red 58
◆ István Mészáros: Reflexiones sobre la Nueva Internacional — Rebelión
◆ Ricardo Antunes: Sobre "Más allá del capital", de István Mészáros — Herramienta
◆ Francisco Farina: Hasta la Victoria: István Mészáros — Marcha
◆ István Mészáros in memoriam : Capitalism and Ecological Destruction — Climate & Capitalism.us