"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

22/12/13

Neoliberismo e egemonia culturale

Daniela Palma & Francesco Sylos Labini  |  Il 5 novembre del 2008 la regina d’Inghilterra visitò la prestigiosa London School of Economics e durante la cerimonia fece una domanda passata alla storia come “la domanda della regina”. Ci sono delle versioni discordanti sulle parole esatte che ha utilizzato, ma il senso è questo: “Come mai la maggioranza degli economisti non ha previsto la crisi finanziaria del 2008?” Ricordiamo, infatti, che il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008 ha dato origine alla più grande crisi finanziaria dal 1929 e alla recessione di tanti paesi che ancora dura, e che economisti di fama mondiale non sono stati capaci né di prevedere la crisi né  di interpretare quello che stava avvenendo dopo che la bolla era già scoppiata.
Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi scritto alla Regina una lettera, spiegando che una delle ragioni principali dell’incapacità della professione di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è la formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche matematiche: così che “l’economia – l’economics – è diventata una branca delle matematiche applicate.”

 Sono passati da quei giorni più di quattro anni e la crisi si è approfondita, mentre nulla sembra essere cambiato delle posizioni assunte sulla crisi dagli economisti che hanno voce in capitolo nelle maggiori istituzioni internazionali e nel governo degli stati. Qualcuno direbbe che, ultimamente, un numero crescente di attori della crisi sta maturando una riflessione sugli sbagli fatti e sulle possibili correzioni da mettere in pratica per cominciare almeno a invertire la direzione del declino economico che si è inesorabilmente affermata.
Molti dubbi hanno cominciato, infatti, ad addensarsi intorno alla tesi della cosiddetta “austerità espansiva”, che ha tratto la sua ragion d’essere nel ritenere responsabile della crisi la “finanza allegra” degli stati, ignorando (o facendo finta di ignorare) che il dissesto dei bilanci pubblici è derivato dal salvataggio pubblico di un sistema finanziario al collasso e collocato ormai a una distanza siderale  dalle questioni dell’economia reale. Ma i ripensamenti sull’erroneità dell’ “austerità espansiva” sembrano soprattutto aver riguardato gli effetti depressivi immediati che le politiche di austerità hanno impresso al ciclo economico. Le valutazioni prevalenti sull’origine della crisi sono ancora per lo più collegate all’idea che l’economia possa subire degli shock, ma che sia poi in grado di tornare allo stato della piena occupazione delle risorse, e che sia sufficiente mantenere il controllo sulle turbolenze dei mercati finanziari sotto il profilo della loro regolamentazione. Non fa invece parte di queste valutazioni l’idea che la crisi finanziaria sia l’epifenomeno di una profonda crisi dell’economia reale, una crisi di domanda che la finanza ha drogato drogando sempre più se stessa. E’ evidente che la diversa interpretazione della crisi condiziona le terapie che vengono messe in atto per un suo superamento e che, naturalmente, gli esiti delle terapie saranno tanto migliori quanto più il “modello” interpretativo della crisi ne catturi reali caratteristiche e fondamenti.

Ed è qui che sorge il problema cruciale.

Quando si parla di economia non è possibile infatti rapportarvisi alla stregua di una disciplina delle scienze naturali, poiché l’oggetto del suo studio è la società con caratteristiche storicamente determinate. Guardare a un “modello” piuttosto che a un altro nell’interpretazione fondamentale dei fatti economici, non significa quindi semplicemente introdurre assunzioni alternative rispondenti ad uno statuto epistemologico in grado di testarne la validità – così come accade nelle scienze naturali-, ma significa sposare delle vere e proprie weltanschauung diverse, visioni alternative del mondo in cui la componente egemonica della cultura dominante in ogni dato periodo svolge un ruolo determinante. In questo senso è possibile affermare che la genesi della crisi, il suo svolgimento, le possibilità di uscirne nonché gli effetti sulle economie che la attraversano, sono intrinsecamente collegati ad un problema di egemonia culturale.
Il modo con cui la riflessione economica prevalente si è rapportata alla crisi fin dal suo nascere è tipico della visione mainstream, che affonda le sue radici nei riferimenti principali della cosiddetta teoria neoclassica: l’economia è concepita come una scienza che studia le scelte alternative tra risorse scarse, e il mercato è il luogo di allocazione ottima delle risorse, garantita da soggetti razionali in grado di utilizzare tutta l’informazione disponibile veicolata dai prezzi che di tali risorse misurano la scarsità. Nel mercato si determina “naturalmente” un equilibrio che è il punto di incontro tra domanda e offerta, secondo un processo che è di tipo esclusivamente logico e che quindi prescinde totalmente dalle diversità tra economie nel tempo e nello spazio. Eventuali scostamenti dall’equilibrio del mercato, hanno solo natura temporanea perché il sistema economico è destinato a convergere verso l’equilibrio. In tale contesto la crisi non può essere prevista semplicemente perché non è neppure concepita. Ed anche di fronte al suo manifestarsi è possibile attribuirle il carattere della momentanea accidentalità, oppure individuare imperfezioni del mercato che non consentono il raggiungimento dell’equilibrio.
Molti economisti hanno infatti interpretato la crisi del 2008 attraverso il pregiudizio ideologico secondo cui la crisi finanziaria è stata innescata da cause del tutto imprevedibili, il fallimento della Lehman Brothers, ma, giacché, i mercati liberi tendono alla stabilità, non ci sarebbero state ripercussioni sull’economia reale. Questa interpretazione, che ha influenzato l’opinione pubblica e le successive scelte politiche, è originata da convinzioni teoriche secondo cui i mercati deregolati dovrebbero essere efficienti e gli agenti razionali dovrebbero aggiustare velocemente ogni prezzo non completamente corretto e ogni errore di valutazione. Il prezzo dovrebbe dunque fedelmente riflettere la sottostante realtà e assicurare l’allocazione ottimale delle risorse. Questi mercati “equilibrati” dovrebbero essere stabili: perciò le crisi possono essere innescate solo da grandi perturbazioni esogene come gli uragani, i terremoti o sconvolgimenti politici, ma certo non causate dal mercato stesso.

Questi pregiudizi teorici sono originati da un’eccessiva semplificazione del problema in cui l’idealizzazione non è solo dissimile dalla realtà, ma, in effetti, è completamente irrilevante alla sua comprensione. I fisici che si occupano di complessità studiano da una ventina d’anni sistemi che mostrano comportamenti intermittenti molto simili a quelli dei mercati finanziari, in cui la natura non banale delle dinamiche si origina da effetti collettivi. Le singole parti hanno un comportamento relativamente semplice, ma le interazioni portano a nuovi fenomeni emergenti così che il comportamento dell’insieme è fondamentalmente diverso da quello dei suoi costituenti elementari. Anche se uno stato di equilibrio esiste in teoria, questo può essere totalmente irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo e perché questi sistemi possono essere intrinsecamente fragili rispetto all’azione delle piccole perturbazioni evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per questo finché non s’interverrà sulle cause endogene delle crisi, e sui preconcetti teorici alla base dell’ineffabile equilibrio dei mercati liberi, altre crisi come quella di cinque anni fa si potranno ripetere senza alcun preavviso.
Secondo la visione che ha segnato lo stesso nascere della disciplina economica e che si afferma all’indomani della prima Rivoluzione Industriale con il pensiero di Adam Smith, l’economia è invece una riflessione scientifica sulla società, tesa a studiarne le caratteristiche che ne assicurano le condizioni di riproducibilità ed eventualmente di sviluppo in base a criteri di divisione del lavoro, in un contesto sociale, istituzionale e normativo che condiziona nel tempo e nello spazio ruolo e azione dei soggetti. Non a caso si parla di economia politica, guardando al mercato come a un complesso sistema istituzionale di norme storicamente determinato e privo di qualsiasi connotato di naturalità, che non è detto che assicuri il pieno impiego delle risorse.
L’approccio dell’economia politica è dunque intrinsecamente predisposto a concepire il prodursi di crisi e la necessità di operare nel mercato quei correttivi che assicurino almeno la riproducibilità del sistema economico. Al di là delle diverse versioni ed approfondimenti che si sono succeduti passando per Ricardo, Marx per arrivare fino a Keynes, la visione dell’economia politica resta ancorata a una rappresentazione del sistema economico in cui la dimensione delle classi sociali e la diversità di interessi che a queste si associano ne determinano un assetto fondamentalmente instabile[1].
Alla luce di ciò, è facilmente comprensibile come nella visione neoclassica mainstream sia assente un qualsiasi ruolo della politica, e che questa sia anzi subordinata ai mercati, agendo in una forma tutt’al più tecnocratica al fine di facilitarne il funzionamento. La predominanza trentennale di questa visione ha tuttavia prodotto una specifica egemonia culturale che, nonostante il perdurare della crisi, è dura a morire. E, in effetti la visione neoclassica mainstream appare dotata di una intrinseca capacità di sopravvivenza: la dimensione del sistema economico come dato di natura suscettibile di essere studiato secondo un metodo che si confà alle leggi delle scienze naturali, è un aspetto di fondo che la caratterizza e che porta ad escludere l’esistenza di qualunque dimensione ideologica alternativa con la quale confrontarsi. In questo modo la visione neoclassica mainstream ha goduto (e tuttora gode) della possibilità di blindarsi attraverso il portato assiomatico dei suoi assunti. E così facendo lascia trasparire che le uniche discussioni ammissibili siano quelle condotte entro la propria cinta concettuale.

Questa situazione si traduce in un predominio degli economisti mainstream nell’ambito accademico in ragione del quale vi è una maggioranza di economisti di scuola liberista sia nell’ambito dei media, che gioca un ruolo di orientamento dell’opinione pubblica, che nell’ambito più propriamente politico: dalle istituzioni internazionali ai governi stessi. E’ dunque interessante discutere più in dettaglio il legame tra la ruolo accademico e politico degli economisti, ed in particolare degli economisti mainstream. Mentre la “domanda della regina” è stata la cartina di tornasole per mostrare che ci fosse un problema fondamentale nell’attuale ricerca economica, nello stesso periodo i cui questa domanda è stata posta è stato reso pubblico il  risultato della valutazione per le discipline economiche in Inghilterra. Il risultato è stato sorprendente: l’economia come disciplina non ha ottenuto solo un buon piazzamento, ma ha avuto la migliore valutazione accademica di tutte le discipline  in Inghilterra.

La domanda che si pone Donald Gillies, filosofo della scienza e studioso dei sistemi di valutazione della ricerca, è la seguente: “Com’è possibile che una valutazione così errata sia potuta accadere?” E’ chiaro infatti che ci sia un problema fondamentale con l’attuale corso della disciplina economica se la più grande crisi globale mai avvenuta dal 1929 è esplosa lasciando la maggior parte degli economisti sorpresi. Per capire la sua interpretazione è necessario fare un piccolo excursus nell’epistemologia della scienza, perché è proprio in quest’ambito che la (apparente) veste tecnico-scientifica e depoliticizzata dell’economia gioca un ruolo chiave.

Thomas Kuhn nel suo magistrale La struttura delle rivoluzioni scientifiche ha sviluppato una visione della scienze naturali che è diventata molto nota e ampiamente accettata.  Secondo Kuhn, le scienze naturali mature si sviluppano per la maggior parte nel modo che egli descrive come “scienza normale”. Durante il periodo di scienza normale, tutti i ricercatori che lavorano nel campo accettano la stessa struttura d’assunzioni, che Kuhn chiama “paradigma”. Tuttavia, questi periodi di scienza normale sono, di volta in volta, interrotti da rivoluzioni scientifiche in cui è rovesciato il paradigma dominante del campo e sostituito da un nuovo paradigma. La differenza fondamentale tra le scienze naturali e le scienze sociali è generalmente che nelle scienze naturali, fuori dei periodi rivoluzionari, tutti gli scienziati accettano lo stesso paradigma, mentre nelle scienze sociali  i ricercatori si dividono in scuole concorrenti. Ogni scuola ha il suo paradigma, ma questi paradigmi sono spesso molto diversi l’uno dall’altro. Il contrasto è dunque tra una situazione con un paradigma singolo e una multi-paradigma.
Ad esempio, tutti i fisici teorici accettano il paradigma il cui nucleo è costituito dalla teoria della relatività e dalla meccanica quantistica. Questo non significa che i fisici teorici contemporanei sono eccessivamente dogmatici: piuttosto pensano che, in qualche momento nel futuro, ci sarà un’altra rivoluzione nel campo, originata da qualche nuova scoperta sperimentale, che sostituirà la relatività e la meccanica quantistica con alcune nuove, e forse ancora più strane, teorie. Tuttavia, essi sostengono, la relatività e la meccanica quantistica funzionano molto bene, nel senso che spiegano i fenomeni naturali, e quindi è ragionevole accettarle per il momento.
Se guardiamo all’economia troviamo una situazione molto diversa: la comunità è, infatti, divisa in diverse scuole. I membri di ciascuna di queste scuole condividono lo stesso paradigma, ma il paradigma di una scuola può essere molto diverso da quello di un altro. Inoltre, i membri di una scuola sono spesso molto critici verso i membri di un’altra scuola. Le diverse scuole, che per semplicità possiamo identificare in quella neoclassica, che ha il numero più elevato d’aderenti al momento, nelle varie versioni del keynesismo e nella scuola marxista, sono associate a ideologie politiche: in particolare queste scuole sono disposte su uno spettro politico che va dalla destra alla sinistra. Dunque, secondo Gillies, l’esame della comunità dei ricercatori in economia ha portato alla seguente immagine: questa comunità è divisa in una serie di diverse scuole di pensiero A, B, C…, ognuna con il proprio paradigma. I membri d’ogni scuola hanno una pessima opinione del lavoro di ricerca prodotto da altre scuole. Ora, se un sistema di valutazione della ricerca è applicato a questo tipo di comunità, quale risultato darà? La tesi di Gillies, che deriva dallo studio di quello che è avvenuto in Inghilterra negli ultimi venti anni, è che i lavori di ricerca dei membri di qualsiasi scuola che abbia il maggior numero d’iscritti riceveranno la massima valutazione. Nel caso specifico, la scuola dominate è quella dei neoclassici. In questa situazione, con l’affermazione di una scuola di mainstream, le altre scuole vengono marginalizzate.

Mentre nell’ambito delle scienze sociali questo è un fenomeno noto, nell’economia questo aspetto si lega ad un altro che riguarda appunto la matematizzazione dell’economia: l’uso di tecniche matematiche e statistiche proprie delle scienze dure che fornisce all’economia una apparente veste tecnico-scientifico così che il problema economico sembra che ammetta, come ad esempio nella fisica, una soluzione derivata secondo il metodo scientifico. Questa situazione è suggellata dal “premio Nobel per l’economia” che, al pari di quello nelle scienze esatte, sembra mettere un marchio di qualità alle scoperte nel campo. In realtà è bene ricordare che Alfred Nobel nel suo testamento non scrisse d’istituire un premio per l’economia. Il “Premio in Scienze Economiche della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel” è istituito 70 anni dopo il premio Nobel vero e proprio  e coloro che lo hanno promosso, conoscendo i principi basilari del marketing, sono riusciti, con la “violazione di un marchio di successo” a conferire un’aurea di prestigio alla scienza economica: è indubbio infatti che ogni anno su tutti i quotidiani del mondo appaiono commenti sui vincitori del Nobel e l’attenzione dei media, e dunque dell’opinione pubblica, ai premiati, e conseguentemente a quello che dicono e pensano, è altissima e certamente maggiore rispetto a qualsiasi altro premio grazie al prestigio di un marchio di successo.

La combinazione tra veste matematica dell’economia, con la sua apparenza tecnico-scientifica, e la sua apparente depoliticizzazione ha dato luogo alla falsa rappresentazione che l’economia sia una scienza al pari della fisica, per cui le soluzioni che vengono proposte sono soluzioni tecniche risultato di analisi scientifiche. Gli economisti mainstream hanno utilizzato questa ideologia. Ad esempio  Milton Friedman,  sosteneva che l’unica cosa che contava nell’economia era il suo potere predittivo proprio come la fisica. Più recentemente Luigi Zingales scrive nel suo Manifesto Capitalista: “La storia della fisica nella prima metà del XX secolo è stata una straordinaria avventura intellettuale: dall’intuizione di Einstein del 1905 sull’equivalenza tra massa e energia alla prima reazione nucleare controllata del 1942. Lo sviluppo della finanza nella seconda metà del Novecento ha caratteristiche simili”. La finanza come la teoria relatività, la meccanica quantistica e la fisica nucleare: dunque una visione dell’economia molto pretenziosa.

Da questo atteggiamento è nata quello che si chiama “l’invidia per la fisica”, disciplina quest’ultima  che basa il suo sviluppo su di un confronto serrato tra teoria e esperimento. Anche gli economisti neoliberisti dichiarano di procedere ad una verifica empirica delle loro teorie: ma quando gli economisti “si sporcano le mani con i dati” (come alcuni dichiarano di fare) siamo sicuri che il risultato alla fine non sia quello di “sporcare i dati con le ideologie”, con quelle ideologie (preconcetti considerati veri a prescindere dall’osservazione empirica) che invece guidano molte delle ricette che sono propinate come soluzioni scientifiche? Certo è che la falsificazione di una teoria scientifica è altra cosa dall’utilizzare alcuni dati opportunamente selezionati o accuratamente manipolati per portare acqua al proprio mulino. Sembra che si voglia la botte piena e la moglie ubriaca: il prestigio di una scienza dura senza pagare il dazio della falsificabilità, che è la vera e unica chiave di volta d’ogni scienza dura. Queste sono questioni fondamentali che vanno poste perché se non si ammette che la crisi economica ha prodotto una chiara crisi nei modelli economici dominanti, e se sono sempre i soliti, indipendentemente dalla bontà delle loro previsioni, a suggerire scelte cruciali in campo economico (ovvero in qualsiasi campo della vita pubblica) avendo a disposizione l’intero universo mediatico come accade in Italia, con ogni probabilità si continueranno a fare scelte sbagliate che peggioreranno le cose, mascherandole però da scelte dettate da una scienza naturale.
Per spiegare meglio il punto possiamo fare un parallelo con quella che è considerata la “regina” delle scienze dure, la fisica. I fisici hanno imparato a considerare criticamente ogni teoria entro dei limiti ben precisi che sono dettati dalle assunzioni usate e dagli esperimenti disponibili: hanno perciò da tempo appreso a non scambiare ciò che avviene nel modello con ciò che invece accade nella realtà. In fisica i modelli si confrontano con le osservazioni per provare se sono in grado di fornire spiegazioni precise, come ad esempio la processione del perielio di Mercurio che con la Teoria della Relatività Generale può essere calcolata di circa 0,019 gradi per secolo in accordo entro 0,0005 gradi per secolo con le misure sperimentali, oppure di fornire previsioni di successo, come ad esempio le onde elettromagnetiche postulate da Maxwell nel 1873 e generate da Hertz nel 1887. Similmente, si può asserire che l’uso della matematica nell’economia (neoclassica) serva ad un tale scopo? Oppure questo uso si riduce ad un puro esercizio retorico in cui si fa sfoggio di usare uno strumento (relativamente) sofisticato per calcolare precisamente cose irrilevanti come capita in astrologia? Ad esempio, secondo il filosofo della scienza Donald Gillies, “l’uso della matematica in economia neoclassica non ha prodotto alcun spiegazione precisa o previsione di successo”.
Per dipanare la questione si deve rispondere a questa domanda: gli assiomi fondamentali usati in economia sono sottoposti a test empirici? Ad esempio: i mercati liberi sono efficienti o sono selvaggi? La risposta a questa domanda viene dalle osservazioni o è un’assunzione indiscutibile? Questo è un punto cruciale in quanto chi pensa che i mercati liberi siano efficienti e si auto-regolino verso una situazione di equilibrio stabile sarà portato a proporre un ruolo dei mercati sempre più importante e ad “affamare la bestia”, lo Stato corrotto e clientelare. Chi pensa che i mercati liberi siano invece dominati da fluttuazioni selvagge e intrinsecamente lontani da un equilibrio stabile, generando invece pericolosi squilibri e disuguaglianze, sarà indotto a proporre un maggiore intervento dello Stato, cercando di migliorare l’efficienza di quest’ultimo.
Dunque il successo all’interno dell’università dell’economia mainstream, oltre a delle implicazioni puramente accademiche, pur importanti, come il fatto che le posizioni in ambito accademico vengono assegnate soprattutto ai membri della scuola dominante, comporta una implicazione politica fondamentale: quando è il momento di chiedere una consulenza all’“esperto” su un tema specifico, a chi si rivolgerà il politico di turno se non all’accademico? E, nel nostro tempo, quale categoria di accademici è la più ascoltata dai politici?
A questo proposito Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Guido Rossi ed altri hanno recentemente scritto una lettera in cui denunciano quella che è, a loro avviso, una gravissima distorsione della realtà da parte dei principali media di questo paese: “La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e un’intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate … come comportamenti obbligati … immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.”
I promotori di questa lettera non sono gli unici a denunciare un certo monopolio dell’informazione in tema economico. Ma c’è davvero un monopolio d’informazione? Per rispondere a questa domanda in maniera quantitativa abbiamo cercato di identificare chi tra i professori universitari d’economia ha maggiore spazio nei più diffusi quotidiani italiani. Abbiamo dunque considerato la lista dei professori di economia politica, che erano 704 nel 2008, e per ognuno abbiamo contato quanti articoli hanno scritto su La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e La Stampa negli ultimi 5 anni e precisamente dal 1 gennaio 2007 al 31 dicembre 2011 (per questo abbiamo utilizzato l’archivio della Camera dei Deputati). il risultato di questo studio è molto chiaro: c’è una netta predominanza d’economisti di scuola liberista a cui sono affidati i commenti economici sui principali quotidiani nazionali. E’, infatti, possibile identificare gruppi connessi di editorialisti che sono anche coautori di articoli scientifici e che dunque hanno la stessa visione del problema economico. E’ interessante notare che il gruppo connesso principale è formato da Francesco Giavazzi, Tito Boeri, Alberto Alesina, Luigi Zingales, Roberto Perotti, Luigi Guiso, Andrea Ichino e Guido Tabellini, tutti docenti o ex studenti dell’università Bocconi, la gran parte dei quali si è avventurata nel fallimentare lancio del partito “Fermare il declino” scegliendo come leader Oscar Giannino che ha poi abbandonato la partita in quanto ha millantato falsi titoli di studio proprio in economia.

Si potrebbe però argomentare: scrivono più articoli perché sono i migliori.  Tuttavia, come abbiamo discusso in precedenza, nell’economia ci sono diversi paradigmi e, a differenza di quanto accade nelle scienze esatte in cui è possibile una verifica sperimentale delle diverse teorie, coesistono in maniera conflittuale e per questo il pluralismo di posizioni è particolarmente importante. Ha oggi dunque ottime ragioni chi denuncia che la crisi economica è presentata quasi esclusivamente come una crisi del debito pubblico e non crisi delle banche, che hanno accumulato quintali di prodotti finanziari tossici. Il megafono di questa visione sono i soliti cultori del dio mercato e i seguaci delle le dottrine neoliberali che, facendo passare per soluzioni tecniche scelte ideologiche, “hanno goduto di un monopolio dei cervelli che non ha precedenti nella storia”
“Il nuovo e vincente personaggio che sta attraversando la scena del mondo è l’estrema destra economica che ormai comanda con forza brutale e che ha finalmente rimpiazzato il vuoto lasciato nella storia dall’estrema destra politica, ormai ridotta a poche caricature. L’estrema destra economica ha visto il vuoto culturale e politico che si è creato e si è inserita cercando di sovvertire la Costituzione solidaristica italiana nei tre punti fondamentali del rimuovere ogni controllo alle decisioni del settore privato, nel togliere al governo dei cittadini il controllo e la responsabilità della spesa pubblica (il cosiddetto vincolo di pareggio del bilancio) e nel mettere i lavoratori in condizione di ubbidire senza parlare, se hanno la fortuna di essere accolti dentro le mura di una delle fabbriche superstiti”. Nella confusione politica generale che stiamo vivendo, le idee dell’estrema destra economica hanno permeato i partiti di centrosinistra in tutta Europa. In Italia il Partito Democratico, porta avanti anche idee che altrove sono dell’estrema destra politica ed è non di rado in balìa di gruppi di pressione molto ben organizzati. Gli stessi che, presenti su tutti i media nazionali, come un sol uomo continuano propugnare le stesse tesi appoggiati anche da riviste e quotidiani di riferimento per i riformisti di questo paese, che danno ampio spazio a queste idee. Nel vuoto generale questa lobby di pensieri prefabbricati cerca di vendere a una politica ormai priva d’idee e di contenuti la soluzione liberista come l’unica possibile, falsando i dati e deformando la realtà. Per questo la battaglia culturale è intrinsecamente legata a quella politica: senza un punto di riferimento culturale l’azione politica rimane alla mercé di chi è più organizzato per manipolare l’opinione pubblica.
* Tratto dal numero 0 della rivista “La Costituente” dal titolo Egemonia e controegemonia, Anno I, 2013

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