"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

30/1/14

Razionalità, sviluppo delle forze produttive e sfruttamento | Cosa può dirci ancora il marxismo analitico

Karl Marx ✆ Lesco Griffe
Stefano Bracaletti  |  La definizione «marxismo analitico» (analytical marxism) si è ormai imposta per identificare alcuni autori che, tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta, hanno tentato una lettura dei testi marxiani e di vari concetti chiave del materialismo storico – quali sfruttamento, classe e coscienza di classe, forze produttive e rapporti di produzione – con gli strumenti della filosofia analitica (G. Cohen) e alla luce di una serie di sviluppi delle scienze sociali del 900, in particolare di alcuni paradigmi che cominciano ad affermarsi pienamente a partire dagli anni 60. Questi paradigmi sono l’individualismo metodologico e il concetto di microfondazione (J. Elster), la teoria dei giochi e la teoria della scelta razionale (J. Roemer). Centrale è anche, per quanto riguarda la proposta teorica di G. Cohen, il concetto di spiegazione funzionale, non tanto nella sua versione sociologica, così come codificata da R.K. Merton in Teoria e struttura sociale[1], ma con riferimento alle analisi di K. Hempel ed E. Nagel[2], volte a chiarire possibilità e limiti di questa forma di spiegazione in un ambito più generale e ad elaborarne una versione epistemologicamente raffinata, in grado di sottrarsi, almeno parzialmente, alle molte critiche formulate nei suoi confronti. Un obiettivo polemico dei paradigmi suaccennati, infatti, è
proprio la spiegazione funzionale ingenua. Con questa espressione ci si riferisce, in generale, alla strategia di spiegare qualcosa – si tratti di un comportamento singolo o collettivo, un’istituzione, un gruppo o una classe sociale – attraverso le (presunte) conseguenze positive che ha su qualche altra cosa, a sua volta un gruppo, una classe, un’istituzione o addirittura un sistema sociale in senso ampio. Più analiticamente, possiamo distinguere tra una forma di spiegazione funzionale sincronica, in cui un’istituzione – lo Stato ad esempio – è spiegata attraverso i suoi effetti (la riproduzione del capitalismo), e una diacronica, cioè una forma di teleologia, in cui un supposto stato futuro della società – ad esempio il comunismo – spiega il presente come sua preparazione: il capitalismo crea le basi materiali del comunismo[3].

In opposizione a questo modo di procedere, l’individualismo metodologico, quale modello generale di spiegazione nelle scienze sociali, considera i fenomeni sociali come il risultato della combinazione di azioni, credenze o atteggiamenti individuali. Il concetto di microfondazione specifica che, in particolare dove si enuncia una relazione funzionale tra variabili o si tenta di spiegare l’affermarsi di un interesse collettivo è necessario mettere in luce i meccanismi a livello individuale che, sotto opportune condizioni e attraverso varie forme di aggregazione, danno luogo al fenomeno complesso. Riuscire a specificare i meccanismi di livello individuale che permettono alla relazione funzionale di instaurarsi e di perdurare e all’interesse collettivo di affermarsi, impedisce l’introduzione, in questo tipo di spiegazioni, della forma di teleologia caratteristica della spiegazione funzionale ingenua a cui accenavamo. Impedisce, cioè, di dare per implicito il fatto che un comportamento o un’istituzione si realizzino perché hanno la funzione latente (cioè non riconosciuta e non voluta dagli attori sociali) di essere utili a una certa classe o gruppo sociale. Facendo propri questi due aspetti la spiegazione dei fatti sociali deve, secondo Elster, strutturarsi in tre passaggi: «la spiegazione causale degli stati mentali come i desideri e le credenze; poi la spiegazione intenzionale dell’azione individuale in termini di credenze e desideri soggiacenti. Infine la spiegazione causale dei fenomeni aggregati o globali a partire dalle azioni individuali che contribuiscono alla loro formazione»[4].

Da un punto di vista storiografico il marxismo analitico è stato interpretato sia come una risposta al marxismo althusseriano (o, più generale, strutturalista) e alle sue pretese teoriche in parte ritenute eccessive, sia come una ripresa dei temi della razionalità e della soggettività. Tuttavia, nonostante la diversità dello stile argomentativo, entrambi hanno in comune la critica alla teleologia. Invero, come osserva A. Callinicos, Althusser ha in un certo senso preparato la strada al marxismo analitico mostrando l’irriducibilità di Marx ad Hegel e liberando il materialismo storico dai residui di pensiero hegeliani. Lo sforzo di Althusser e Balibar, in Leggere Il Capitale[5], di ricostruire il materialismo storico in termini strettamente non-hegeliani aveva infatti costituito il punto di avvio per un riesame critico, una chiarificazione sistematica e per una  più coerente riformulazione teorica dei concetti base del materialismo storico, e tali operazioni sono ciò che E. O. Wright considera come caratteristiche fondamentali del marxismo analitico. Il fallimento del progetto althusseriano, percepito come una sorta di prova dall’esito negativo, – osserva Callinicos – ha dato maggiore sostanza a quella che A. Levine e E. O. Wright chiamano «la conclusione provvisoria» alla quale, negli ultimi decenni, era giunto lo studio scrupoloso di Marx da parte di ricercatori di formazione analitica. Secondo questa conclusione, nonostante i numerosi proclami, la metodologia di Marx non presenta caratteristiche particolari, almeno là dove essa approda a conclusioni solide e ben argomentate[6].

Riguardo ad alcune tematiche caratteristiche del marxismo analitico, vale la pena di osservare che il problema del rapporto tra agire intenzionale, scelta individuale e processi socio-economici oggettivi aveva cominciato ad assumere rilevanza anche nell’ambito di posizioni assai meno eterodosse di quelle qui presentate. G. Lukács nell’Ontologia dell’essere sociale [7] aveva tentato di mostrare come Marx non dimentica mai che dietro le «leggi economiche» esistono sempre posizioni intenzionali di singoli individui, le quali possono però produrre risultati non intenzionali. Insistere sul rapporto tra posizioni teleologiche degli individui e leggi economiche significa non solo rifiutare ogni forma di economicismo ma anche ogni sorta di teleologia oggettiva che pone, dietro i fenomeni economici e sociali, una misteriosa necessità non collegata alle intenzioni e agli scopi degli esseri umani che agiscono. L’interpretazione che Lukács cerca di dare di Marx può quindi essere considerata una presa di posizione ante litteram contro le forme di spiegazione funzionalista ingenua.

Sono anche, in particolare, gli anni in cui J. Habermas sviluppa, nell’Etica del discorso[8] e nellaTeoria dell’agire comunicativo[9], le tematiche della razionalità e della soggettività, dopo aver già elaborato nel suo testo del 1976, Per la ricostruzione del materialismo storico[10], uno schema dell’evoluzione storica non rigidamente basato sullo sviluppo delle forze produttive e sul loro rapporto con le relazioni di produzione, ma volto piuttosto a concepire una forma di sviluppo autonomo della coscienza morale in cui ontogenesi e filogenesi risultino collegate. Mentre Habermas è però più interessato a definire uno spazio trascendentale di comunicazione libero dal dominio e che valga perciò come punto di riferimento ideale dei processi d’intesa concreti e di processi democratici più generali, i soggetti che il marxismo analitico analizza sono collocati in un quadro conflittuale, in cui centrale è l’agire razionale auto-interessato e le dinamiche strategiche che permeano l’interazione. In questo quadro l’unica intesa possibile è un provvisorio coagularsi di interessi in una forma di azione collettiva.

1. «Rendere Marx sensato?». Teleologia e microfondazione

1.1    J. Elster, nel suo testo Making sense of Marx, legge i testi marxiani alla luce della contrapposizione «individualismo metodologico» / «spiegazione funzionale ingenua e teleologia».

Analizzando vari passi, tratti da diverse opere, egli cerca di mostrare che Marx è caduto spesso in varie forme di spiegazione funzionale e teleologica, mentre ciò che di valido ha scritto può essere ricondotto ai principi dell’individualismo metodologico e al concetto di microfondazione, così come precedentemente definiti. Lo schema teleologico risulterebbe perspicuo, ad esempio, in alcuni passi deiManoscritti economico-filosofici del 1844 e dei Manoscritti del 1861-1863 che identificano l’alienazione e la sua soppressione come l’essenza dello sviluppo umano. I tratti generali di questo schema sono noti. In una prima fase l’alienazione – intesa come situazione di non controllo dell’individuo sulle proprie condizioni di vita e di lavoro e sui frutti di quest’ultimo, e quindi di dipendenza materiale da altri, di impossibilità di soddisfare i propri bisogni e di sviluppare in modo creativo la propria personalità –   si afferma in modo necessario a favore dei capitalisti, i quali possono soddisfare i loro bisogni e, attraverso lo sviluppo delle forze produttive che essi favoriscono, sono veicolo di civilizzazione. L’operaio costituisce la base materiale necessaria di questo sviluppo e di questa civilizzazione ma solo in quanto operaio collettivo appropriato al capitale. Come individuo singolo, invece, il suo lavoro non gli appartiene ed egli non può andare oltre la mera sussistenza e il soddisfacimento delle pure funzioni vitali elementari. La soppressione dell’alienazione, cioè la futura società comunista, sancirà la possibilità, per ogni essere umano, di essere padrone del proprio lavoro e dei suoi frutti, di realizzare i propri bisogni e sviluppare la propria piena individualità. Elster cita anche altri passi dei Grundrisse e delle Teorie sul plusvalore in cui si fa accenno, ancora, ad una periodizzazione della storia di tipo hegeliano, nella quale, all’iniziale unità dell’uomo con i mezzi di produzione basata su relazioni di dipendenza personale oppure sulla proprietà comune, subentra, con la forma capitalistica, la separazione tra lavoro e mezzi di produzione cui farà seguito, con il comunismo, il recupero della precedente unità in una forma più elevata, non lacerata da forme di dominio personale, quale fine di tutto il processo.

É indubbio che nei passi citati vi sia una dimensione teleologica, ma bisogna considerare il fatto che essi sono tratti da testi o non destinati alla pubblicazione – nessuno sa dunque che forma avrebbero avuto se Marx fosse riuscito a darli alle stampe, che cosa avrebbe lasciato e che cosa avrebbe eliminato – oppure, come i Manoscritti del 1844, da tesi appartenenti alla fase giovanile del suo pensiero, fase rispetto alla quale il tema della teleologia e dell’influsso hegeliano è già stato oggetto di un ampio dibattito. Di conseguenza, è difficile comprendere l’insistenza e l’asprezza della polemica condotta da Elster, autore che, peraltro, opera a volte una strana scelta di citazioni. Trascurando quasi del tutto la linea interpretativa che fa capo all’Ideologia tedesca – testo in cui Marx polemizza con i filosofi che hanno rappresentato il processo storico come la storia dell’«Uomo» e non degli uomini concreti e che hanno visto ogni stadio dello sviluppo storico come scopo di quelli precedenti – Elster si sofferma in maniera minuziosa su passi tratti da alcuni articoli scritti da Marx per il New York Daily Tribune, che hanno, secondo lui, forti accenti teleologici. In tal senso invita ad esempio a soffermarsi su quanto Marx afferma sul suo atteggiamento verso la Turchia, ossia che la Russia «non fu che la schiava inconsapevole e riluttante del fato moderno, la rivoluzione»[11] o che la dominazione britannica in India fu «lo strumento inconsapevole della storia» per provocare la rivoluzione in Asia[12]. A ben guardare però queste espressioni sembrano svolgere una funzione (consapevolmente) narrativa e retorica giustificata dalla cornice giornalistica[13] e, come fa osservare A.Wood[14], non si trovano mai all’interno di insiemi di asserzioni programmatiche più generali sul materialismo storico né tantomeno in loro applicazioni. Appare quindi abbastanza azzardato collegarle a una visione teleologica generale dello sviluppo storico.

Elster cita poi vari passi tratti sia, come nel caso precedente, dai Manoscritti del 1844 e da articoli di giornale, che dal testo Le lotte di classe in Francia e, ancora, dal primo (in particolare dal capitolo sulla giornata lavorativa) e dal terzo libro del Capitale, nei quali, a suo parere, Marx utilizza una forma di spiegazione funzionale ingenua oppure oscilla tra quest’ultima e una forma di spiegazione microfondata [15]. In particolare, dal terzo libro del Capitale, Elster cita un passo molto noto sulla mobilità sociale:

Questa circostanza, che costituisce oggetto di tanta ammirazione da parte degli economisti apologeti, ossia che un uomo senza ricchezza, ma dotato di energia, di solidità, capacità e competenza commerciale, si possa così trasformare in un capitalista – e il valore commerciale di ogni individuo è in generale più o meno giustamente valutato nel modo di produzione capitalistico – sebbene porti continuamente in campo e in concorrenza con in capitalisti individuali già esistenti una schiera non gradita di nuovi cavalieri di fortuna, rafforza la supremazia del capitale stesso, ne amplia le basi e gli permette di reclutare al suo servizio sempre nuove forze dagli strati più bassi della società. Precisamente come la Chiesa cattolica nel Medioevo costituiva la sua gerarchia con i migliori cervelli del popolo senza preoccuparsi del ceto, della nascita, del censo, costituiva uno dei mezzi principali per consolidare la supremazia dei preti ed opprimere i laici. [16]

Secondo Elster, Marx spiega qui la mobilità sociale per mezzo dei suoi effetti positivi per la classe dominante e si limita a individuare qualcosa come un meccanismo solo avvalendosi dei vaghi concetti di «azione» e «interesse» del «capitale», nel senso di sistema capitalistico nel suo insieme. Quest’espressione avrebbe un senso se il «capitale» fosse in qualche modo definibile come un attore collettivo. In questo caso, si potrebbe attribuirgli l’elaborazione di un piano con cui, di fatto,  vengono consapevolmente selezionati i talenti migliori delle classi inferiori al fine preciso di rinnovare e rafforzare la classe superiore. Il «capitale» – sempre nel senso di sistema capitalistico complessivo – non è tuttavia trattabile, da un punto di vista strettamente analitico, come un attore collettivo, mentre lo è, almeno in linea di principio, la Chiesa, così come qualsiasi altra organizzazione sociale[17].

Si può tuttavia osservare che in questo passo, così come in realtà negli altri citati, i fenomeni descritti non sono spiegati da Marx esclusivamente attraverso le loro conseguenze favorevoli. Nel passo sulla mobilità sociale, ad esempio, Marx asserisce che la mobilità sociale ha conseguenze benefiche per il capitalismo – cosa che difficilmente può essere messa in dubbio – e non già che la mobilità sociale si verifica nel capitalismo perché ha degli effetti benefici sul sistema. Marx applica dunque il paradigma funzionale debole, precedentemente ricordato[18], che non presenta alcuna difficoltà epistemologica. Inoltre come diversi autori, tra cui D. Schweickart [19], hanno sottolineato, non è dato trovare nel pensatore tedesco, una presa di posizione teorica, di tipo più generale, secondo la quale un certo evento è spiegabile tramite le sue conseguenze.

1.2.    Intrecciato alla critica al presunto uso, da parte di Marx, di forme di spiegazione funzionale ingenua, è il tentativo di ritrovare, nei testi marxiani, analisi che cercano di mettere in evidenza le azioni e le scelte dell’individuo in quanto entità non completamente condizionata da una struttura sociale soverchiante. Sono sviluppati in maniera acuta, dal punto di vista delle dinamiche individuali, diversi concetti tra cui quelli di libertà e alienazione, anche se a volte è rilevabile un’enfasi forse eccessiva sulle alternative e sulle possibilità/libertà di scelta del singolo individuo[20].

Le parti di Making sense of Marx dove tuttavia è possibile cogliere meglio, a nostro avviso, il senso dell’analisi in termini di microfondazione così come i pregi e i limiti di un approccio basato sull’individualismo metodologico, sono quelle dove Elster prende in considerazione la teoria economica marxiana e quei passi della opera di Marx dove quest’ultimo ha posto direttamente o indirettamente il problema dell’ideologia, nonché, infine, quelli dove si è soffermato sulla descrizione delle classi sociali e delle loro dinamiche.

In termini economici, secondo le assunzioni dell’individualismo metodologico in senso stretto (reali sono solo gli individui, le loro intenzioni e i loro stati mentali), reali sono solo i prezzi e non i valori perché coloro che agiscono sul mercato prendono decisioni significative e consapevoli esclusivamente in base ai prezzi. Ciò spinge Elster a un drastico e, secondo noi, non sufficiente motivato rifiuto della teoria del valore. Al di là della critica dal punto di vista logico-metodologico appena accennata e di qualche riferimento più che tradizionale ai suoi punti di debolezza, manca, in effetti, in Making sense of Marx, un confronto e una seria critica a una serie di sviluppi che la teoria del valore ha avuto nella riflessione teorica successiva a Marx. Questi sviluppi mostrano posizioni contrastanti. Da una parte troviamo chi sostiene che il nesso causale che collega valori e prezzi di produzione è piuttosto labile, e può essere abbandonato senza alterare sostanzialmente le tesi di fondo del Capitale; dall’altra, chi invece sostiene che, pur essendo rilevabili delle incoerenze nel procedimento di trasformazione, la teoria del valore rimane fondamentale, al di là del semplice problema della determinazione dei rapporti di scambio tra le merci. Questo dibattito è probabilmente tutt’altro che definitivo, ma ha il merito di chiarire che l’abbandono della teoria del valore non è così scontato come un suo critico estremo, quale Elster si dimostra essere, potrebbe pensare[21].

Il suaccennato rifiuto da parte di Elster della teoria del valore insieme, ancora una volta, alla polemica sulla spiegazione funzionale e teleologica sembra tra l’altro favorire, anche in questa parte del testo, una determinata strategia espositiva. Per quanto riguarda il denaro, ad esempio, Elster riporta solo quei passaggi dei Grundrisse nei quali – secondo lui – Marx lo descrive come un’entità mistica autonoma, dotata di un proprio movimento dialettico, e nei quali la negazione dei principi dell’individualismo metodologico giungerebbe al suo massimo grado. Questa interpretazione trascura gli aspetti più empirici dell’analisi di Marx sviluppati nel Capitale, dove Marx si occupa in modo approfondito e con acutezza di problemi monetari, ritenendoli importanti per comprendere la dinamica di breve periodo dell’economia capitalistica. I fenomeni monetari contribuiscono in modo specifico, secondo Marx, alle fluttuazioni economiche, anche quelle riguardanti l’economia reale[22]. Le analisi di Marx sui problemi monetari connessi al ciclo sono perfettamente compatibili con un’impostazione basata sulla premessa del comportamento razionale degli individui. È discutibile, inoltre, che Marx abbia messo in pratica – come Elster sostiene sempre a proposito di alcuni passi dei Grundrisse sul denaro – un processo di ipostatizzazione mistica delle categorie economiche; ha invece cercato di cogliere un processo di ipostatizzazione reale messo in atto da individui reali secondo ipotesi coerenti con l’individualismo metodologico.

In generale, allora, per quanto riguarda la teoria economica di Marx, Elster salva solo quelle analisi che contengono, secondo lui, spunti coerenti con l’individualismo metodologico e con il concetto di microfondazione, cioè, come già abbiamo sottolineato, con un’impostazione che parte dal comportamento razionale dei singoli individui e da esso deduce entità collettive e fenomeni di livello globale o aggregato. Questa impostazione si ritrova, secondo Elster, in alcune intuizioni sul progresso tecnico e la scelta delle tecniche di produzione, nell’analisi del processo di equalizzazione dei saggi del profitto oltre che nella struttura logica della teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto. Queste due spiegazioni in particolare, così come sono formulate da Marx nel terzo libro del Capitale, sono fondate in modo corretto a livello delle motivazioni e delle azioni individuali, si basano cioè sul comportamento razionale dei capitalisti e da questo deducono grandezze aggregate. L’equalizzazione dei saggi del profitto avviene, infatti, attraverso lo spostamento di capitali tra i vari settori messo in atto dagli imprenditori razionalmente motivati a investire in quelli ad alto saggio del profitto. Attraverso una miriade di movimenti di questo tipo, regolati da domanda e offerta (in alcuni settori che erano ad alto saggio la domanda comincia a cadere a causa dell’eccesso di capitali investiti, causando lo spostamento di capitali verso altri settori dove la domanda è ancora alta) si arriva appunto alla formazione di un saggio medio.

Per quanto riguarda la caduta del saggio di profitto, il singolo capitalista è razionale nell’introdurre innovazioni che risparmiano lavoro. Ciò gli permette, infatti, di oggettivare meno lavoro nelle merci da lui prodotte e quindi di venderle ad un valore individuale inferiore al valore sociale, cioè di venderle allo stesso prezzo di mercato anche se i costi di produzione sono minori, ottenendo così un sovra-profitto. Poiché però, ovviamente, questo processo è messo in atto da tutti i capitalisti, nel lungo periodo si avrà complessivamente una riduzione della quantità di lavoro impiegata nei processi produttivi, cioè del capitale variabile, e un aumento del capitale costante. Questo fatto avrà come conseguenza, un aumento della composizione organica data appunto dal rapporto tra capitale costante e capitale variabile (c/v). Anche il saggio di plusvalore (p/v=s) aumenta, in particolare a causa dell’aumento della produttività dell’industria che produce beni-salario. Si consideri ora la formula del saggio di profitto data da r=p/(c+v). Se si divide ogni termine (sia a numeratore che a denominatore) per v essa diventa: r=s/(c+1), cioè saggio del plusvalore/(composizione organica del capitale + 1). Da questa formula, se l’aumento della composizione organica del capitale è, sul lungo periodo, maggiore del saggio di plusvalore, si ottiene la tendenza alla riduzione del saggio di profitto. Un fenomeno aggregato, che riguarda cioè il sistema economico nel suo insieme, è quindi spiegato partendo dal livello micro della razionalità individuale, ovvero la ricerca del profitto da parte dei singoli capitalisti che causa appunto l’aumento della composizione organica.

Non entriamo qui nel merito della discussione che si è svolta sulla validità di questa legge. Marx stesso aveva evidenziato una serie di cause antagoniste alla caduta del saggio del profitto, tra cui il fatto che l’aumento della composizione organica e quindi l’aumento della produttività, a causa dello sviluppo tecnologico e della progressiva meccanizzazione della produzione, si verifica in tutti i settori dell’economia. Si riduce, quindi, il valore non solo dei beni salario ma anche quello dei beni capitali. Per questa ragione la composizione organica in termini di valore potrebbe aumentare in modo lento, o non aumentare affatto. Questa riduzione del valore dei beni capitali potrebbe quindi costituire non – come la definiva Marx – una «causa antagonistica» alla riduzione della composizione organica espressa in valore, che col tempo affievolirà i suoi effetti, ma un ostacolo assoluto. Un altro aspetto significativo è l’andamento del saggio del plusvalore. Per Marx, come si è evidenziato esponendo la struttura della legge stessa, non necessariamente esso è costante, a causa della continua innovazione tecnologica che tende a far diminuire il valore dei beni salario. Nella sua visione, tuttavia, questo fatto compensa la progressiva riduzione del capitale variabile (cioè del numero di operai effettivamente impiegati) soltanto parzialmente, nel senso che il saggio del plusvalore non può aumentare oltre un certo limite. Questo limite, però, se si assume una crescente produttività del lavoro e i salari quasi sempre su livelli di sussistenza, non è per nulla definito. È quindi un fatto empirico determinare la direzione in cui il saggio del profitto si muove. Sul piano strettamente analitico non si può sostenere a priori niente di preciso[23]. Elster, comunque, salva solo la struttura logica della legge negando ad essa qualsiasi validità empirica. Secondo diversi autori, tuttavia, partendo da alcune premesse, come la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, la teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto risulterebbe verificabile empiricamente[24]. In ogni caso, l’insieme di analisi che va sotto il nome di «teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto», staccato dalla sua cornice apocalittica, può diventare la base di una teoria del ciclo economico con minori pretese ma più controllabile. Ad esempio, secondo la teoria economica recente, all’origine dell’inflazione e dei periodi di ristagno vi è la spirale prezzi-salari. Una politica dei redditi, in accordo con le organizzazioni dei lavoratori, è considerata il mezzo più efficace per rendere stabile il livello di occupazione. Marx, pur partendo da un modello di capitalismo di pura concorrenza, riteneva che il salario, nei periodi di espansione, sarebbe salito al di sopra del costo della forza lavoro e avrebbe tolto incentivi a nuovi investimenti. Egli diede così avvio alle spiegazioni «endogene» del ciclo economico oggi ampiamente accettate[25].

Per quanto riguarda l’ideologia, nelle parti della sua opera dove si è soffermato su questo problema, Marx generalmente non ha usato, secondo Elster, spiegazioni funzionaliste ingenue – cioè non ha dato per scontato che una certa visione della realtà si affermi solo in quanto utile a una certa classe sociale – ma è stato coerente con  una forma di spiegazione intenzionale, descrivendo meccanismi alla cui base ci sono individui, i loro interessi i loro stati cognitivi ed emozionali.

È possibile ritrovare in Marx la descrizione di quattro tipi di meccanismi ideologici[26] aventi, quale comune denominatore, la comprensione del tutto dal punto di vista della parte o, da un punto di vista leggermente diverso, la generalizzazione a un ambiente globale di caratteristiche valide solo localmente. Abbiamo allora: 1) l’inversione tra soggetto e predicato. Si tratta di un meccanismo cognitivo-motivazionale, nel quale cioè la spiegazione delle credenze è in parte basata sulla posizione sociale e in parte sull’interesse. Ne costituisce un esempio la critica alla religione ripresa da Feuerbach, a sua volta criticato da Marx per il limite della sua concezione dell’uomo, completamente astratto dai rapporti sociali. Secondo Feurbach, com’è noto, alla base della religione si trova un meccanismo di proiezione: l’uomo proietta i suoi attributi (forza, capacità, amore, intelligenza) nella figura della divinità, rendendola così una potenza autonoma. Il discorso feuerbachiano viene sviluppato da Marx nel concetto di alienazione in ambito economico-sociale, in cui, come nella religione, l’uomo è schiavo del proprio prodotto. Un ulteriore aspetto di quest’inversione è l’astrazione. Con questo termine Marx interpreta, nell’Ideologia tedesca, gli effetti della divisione del lavoro, divisione a causa della quale gli agenti di ogni sfera della produzione non materiale (diritto, politica, religione, morale) fissano il loro ambito di competenza come assoluto, facendone il riferimento ultimo e la forza propulsiva della realtà. Il secondo meccanismo è 2) la rappresentazione dell’interesse particolare di una classe come interesse generale della società, in particolare nei periodi rivoluzionari. Si tratta di un meccanismo «caldo», cioè motivazionale dove la spiegazione delle credenze è basata sull’interesse. Da vari passi dell’Ideologia tedesca, del Diciotto brumaio, de Le Lotte di classe in Francia emerge, in effetti, come Marx ritenesse necessario un meccanismo «caldo» di formazione delle credenze in vista dell’azione politica, più precisamente una forma di wishful thinking, cioè di illusione cognitiva per la quale sovrastimiamo la possibilità di realizzarsi di ciò che torna a nostro vantaggio. Esiste certamente una base oggettiva delle coalizioni tra classi, nel senso che gli interessi della classe che prende l’iniziativa coincidono parzialmente con quelle delle classi che sono chiamate a collaborare. Questa base deve essere tuttavia promossa e affermata attraverso l’illusione dell’universalità dell’azione politica. Questa universalità viene sia propagandata e sostenuta dai politici della classe che sale al potere, sia accettata, almeno parzialmente, da coloro che ad essi danno appoggio. Abbiamo poi 3) l’imperialismo concettuale, meccanismo «freddo», in cui la spiegazione delle credenze è basata sulla posizione sociale. Si verifica quando una forma sociale o una parte di essa, in generale considerata meno avanzata, viene giudicata con categorie proprie di un’altra forma sociale o di una sua parte, considerata, al contrario, più avanzata. In particolare, Elster richiama il fatto che, nelle Teorie sul plusvalore, Marx mette in guardia contro l’applicazione di categorie capitalistiche all’artigiano indipendente o al contadino piccolo proprietario, cioè contro l’applicazione di categorie capitalistiche ai settori non capitalistici di un’economia prevalentemente capitalistica. Alla base di questo errore c’è l’illusione ideologica che i mezzi di produzione siano sempre e comunque capitale.

Il meccanismo generale che è alla base di questi tre esempi, cioè la generalizzazione di caratteristiche locali ad una realtà globale si ritrova anche in forma autonoma. In questo caso 4) la spiegazione delle credenze è basata sulla posizione sociale. Si tratta dell’errore per cui, dal fatto che un certo predicato o un insieme di predicati risulta vero se applicato a un singolo agente, si deduce che sia vero anche quando viene applicato alla totalità degli agenti. Elster cita qui un passo del terzo libro del Capitale in cui Marx coglie questa fallacia in relazione all’uso del capitale come capitale impiegato nella produzione o come capitale che produce interesse[27]. Dal fatto che ognuno possa individualmente usare il proprio capitale non in attività produttive ma come capitale che viene prestato fruttando un interesse, è errato credere che tutti possano farlo. Se ciò si verificasse la produzione reale si arresterebbe e la struttura economica capitalistica non esisterebbe più come tale.

Analisi coerenti con il principio dell’individualismo metodologico si ritrovano anche nella parte delle Teorie sul plusvalore in cui Marx esamina le teorie dei mercantilisti e degli economisti da lui definiti «volgari», dal punto di vista degli errori cognitivi alla base di esse. Elster ha parole di notevole apprezzamento per queste analisi[28]. Sussiste però a nostro avviso una contraddizione tra questa valutazione positiva e il rifiuto sostanziale da parte di Elster della teoria del valore, cui abbiamo precedentemente accennato. Invero, la critica da parte di Marx agli economisti da lui definiti «volgari» si definisce proprio a partire dalla teoria del valore, che si accetti o no questa teoria. In essa, la rendita e il profitto sono viste come parte del plusvalore, a sua volta sottrazione dal valore complessivo oggettivato dall’operaio, in opposizione alla visione degli economisti «volgari» che ritengono, al contrario, che salario profitto e rendita siano una giusta retribuzione per il contributo dei fattori produttivi lavoro, capitale e terra. Essi generalizzano, così, il punto di vista superficiale degli agenti della produzione, ognuno dei quali considera necessaria, da un punto di vista funzionale, la propria partecipazione al processo produttivo. Questo problema né solleva un altro più profondo e cioè la compatibilità della teoria del valore con i principi dell’individualismo metodologico. Come si ricorderà, analizzando il modo in cui Elster legge la teoria economica marxiana, abbiamo cercato di mostrare che il concetto di feticismo può essere conciliabile con i presupposti ontologici dell’individualismo metodologico. Il problema, per quanto riguarda la teoria del valore, è costituito dal rapporto tra valori e prezzi di produzione. Come già abbiamo avuto modo di sottolineare, dal punto di vista di una concezione economica coerente con una forma individualismo metodologico in senso stretto (reali sono solo le azioni di individui basate su intenzioni coscienti), reali sono solo i prezzi perché coloro che agiscono sul mercato prendono decisioni significative esclusivamente in base ad essi. In una concezione siffatta i valori devono necessariamente essere considerati entità sconosciute agli agenti economici, entità che, in altri termini, non entrano nei loro calcoli e nelle loro valutazioni e non influenzano minimamente le dinamiche dell’economia; in una parola: entità «metafisiche». Tuttavia, ciò che Marx voleva dimostrare è proprio il fatto che le dinamiche del valore si impongono alle spalle degli agenti produttivi e che questi hanno, come nell’esempio che abbiamo esaminato, una visione superficiale e contraddittoria della realtà economica basata solo sui prezzi. O si liquida questo aspetto – come Elster effettivamente fa – quale «residuo hegeliano» del pensiero di Marx, oppure, da questo punto di vista, l’individualismo metodologico sembra difficilmente conciliabile con la teoria del valore e, in senso più ampio, con la metodologia marxiana.

Nel capitolo di Making sense of Marx dedicato ai vari spunti marxiani riguardanti una possibile analisi delle classi sociali, Elster si propone di considerare queste ultime come possibili attori collettivi. Ed è questo principio che ispira anche la sua interpretazione dei testi marxiani, sebbene questa parte sia quella che più si allontana dal filo testuale, spostandosi piuttosto verso un tentativo di elaborazione autonoma del concetto di coscienza di classe e della possibilità di una sua microfondazione. Ciò significa spiegarla in base alle motivazioni e agli interessi dei singoli individui, alle condizioni che favoriscono od ostacolano appunto la presa di coscienza di questi interessi e che permettono che essi possano «coagularsi» nell’azione collettiva, senza presupporre che questa coscienza sia data a priori semplicemente in virtù di una particolare collocazione nella struttura sociale. In particolare, riguardo al problema della coscienza di classe, Elster cita alcuni passi in cui Marx sembrerebbe oscillare tra due visioni di questo fenomeno. Da una parte, una visione microfondata, secondo la quale gli sforzi che i lavoratori compiono per ottenere benefici economici cambiano i lavoratori stessi, creando in essi il desiderio di andare oltre questi benefici in nome di obiettivi politici. Gli interessi di più ampio respiro, quindi, non emergono prima dell’organizzarsi stesso dei lavoratori, volto a confrontarsi con i capitalisti sugli interessi più immediati[29]. Dall’altra, una visione teleologica dove quegli sforzi hanno solo la funzione di tramite necessario per creare la coscienza di classe e per promuovere la rivoluzione politica, indipendentemente dai concreti risultati economici. Si osservi comunque che anche in questo caso si tratta di opere non destinate alla pubblicazione o comunque di scritti di circostanza. Dal punto di vista testuale la ricostruzione di Elster del concetto di coscienza di classe parte richiamando un famoso passo del Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte in cui Marx parla della condizione di reciproco isolamento dei contadini francesi definiti come «patate in un sacco» e in opposizione alla quale enuncia i tre requisiti fondamentali affinché si possa parlare di classe per sé. Questi requisiti sono la comunanza di interessi, la presenza di legami nazionali e l’organizzazione politica. Prima di arrivare alla classe per sé, tuttavia, è possibile, secondo Elster, identificare due categorie intermedie, e cioè, innanzitutto, la classe per altri, nel senso dell’identità di un gruppo di persone che si forma semplicemente attraverso l’opposizione a un altro gruppo. A questo proposito, Elster fa l’esempio – tratto dall’antropologia – di un membro di una determinata tribù che vede i membri di un’altra tribù come un gruppo indifferenziato verso il quale egli ha lo stesso schema di comportamento. Egli non dimentica di far osservare che Marx ha comunque sfiorato questo concetto, parlando della classe lavoratrice inglese come classe in opposizione al capitale, ma non ancora per sé, e della borghesia tedesca che già si trova in conflitto con il proletariato, senza essere politicamente costituita come classe[30]. Un secondo livello è la solidarietà. La contrattazione collettiva è un esempio di solidarietà così come, sempre in questo ambito, il rifiuto che una parte della classe operaia può opporre allo stipulare un accordo con i padroni, a proprio vantaggio ma a svantaggio degli altri lavoratori. Elster definisce allora la coscienza di classe in senso affermativo (cioè non definita, come nel caso della classe per altri, per negazione) come «la capacità di superare il problema del free-rider nella realizzazione degli interessi di classe»[31]. Il conflitto principale è quindi quello tra l’interesse del singolo individuo e l’interesse della classe. Tuttavia anche la classe può essere tentata di comportarsi come free-rider, rispetto ai suoi interessi a lungo termine.

Un altro aspetto fondamentale per comprendere le motivazioni all’azione collettiva sempre dal punto di vista della microfondazione sono i guadagni e le perdite di chi vi si impegna. Chi agisce deve quindi valutare: a) il guadagno che gli deriva dalla cooperazione, b) Il guadagno che gli deriva comportandosi da free-rider, c) La perdita che gli deriva se è lui il solo a impegnarvisi. Chiaramente, la probabilità dell’azione collettiva aumenta all’aumentare di a) e diminuisce all’aumentare di b) e c). Sempre dal punto di vista dei requisiti in vista dell’azione collettiva, ulteriori aspetti di una microfondazione della coscienza di classe risultano essere: 1) la comprensione che i membri della classe hanno della situazione in cui si trovano, delle cause che l’hanno determinata e dell’identità delle altre classi; 2) la capacità di andare oltre il conflitto immediato, faccia a faccia, e di capire le varie mediazioni che si oppongono alla comprensione delle vere responsabilità dello sfruttamento (i lavoratori, infatti, non interagiscono direttamente con i proprietari dell’impresa ma con i managers). Un ostacolo al realizzarsi di queste condizioni può essere, tuttavia, la mancanza, nella vita quotidiana, di un’assoluta certezza di dove giace la linea di demarcazione tra le classi. Altre determinanti della motivazione all’azione collettiva sono: 1) l’ampiezza del gruppo; 2) l’isolamento o la vicinanza dei potenziali soggetti dell’azione collettiva; 3) Il livello di turnover del gruppo[32].

L’insieme di fattori così evidenziati, quali determinanti dell’azione collettiva e della formazione della coscienza di classe, deve a sua volta essere integrato da alcuni presupposti metodologici di carattere più generale. Questi presupposti sono: 1) non presumere, a priori, che l’azione collettiva porti dei benefici al gruppo ma considerare, innanzitutto, il singolo attore e attribuirgli un comportamento razionale e autointeressato. Questo è il primo livello su cui deve situarsi la spiegazione; 2) se così non si riesce a spiegare la sua partecipazione all’azione collettiva, occorre considerare delle possibili motivazioni altruistiche. Se neppure in questo modo si giunge a una spiegazione soddisfacente, è sensato introdurre motivazioni irrazionali[33]. Il modello base in cui questi presupposti si incarnano è il gioco del dilemma del prigioniero in cui la non cooperazione è la strategia dominante. In esso la cooperazione può emergere  in due forme distinte, a seconda che il gioco abbia come soggetto la classe operaia o la classe capitalista. Nel primo caso – il dilemma del prigioniero diventa un gioco di assicurazione. Nel secondo diventa un gioco ripetuto indefinitamente. Il passaggio dalla strategia dominante, egoistica, all’altruismo avviene, in entrambi i casi, attraverso la regola-principio «coopera solo se l’altro coopera nel primo round», oppure, da un altro punto di vista, «coopera solo se ti aspetti che l’altro cooperi». Si può parlare, quindi, di preferenza condizionale per la cooperazione, che per realizzarsi necessita di informazioni sulle motivazioni dell’altro.

Come abbiamo poco sopra osservato, questa parte è quella che più si allontana dal filo dell’analisi testuale. Per quanto interessante, quindi, non è chiaro lo statuto dell’insieme di concetti che abbiamo esposto all’interno del lavoro propriamente ricostruttivo elsteriano. A volte rimangono accenni isolati, perciò non si riesce a cogliere completamente quale relazione abbiano con il testo e il pensiero marxiano, come nel caso delle considerazioni svolte da Elster sui presupposti dell’azione collettiva e di alcuni accenni a quella che egli chiama «tecnologia dell’azione collettiva» e che comprende un insieme di analisi più tecniche sui costi e i benefici dell’azione collettiva e sulla sua formazione. Altre volte questi concetti sono visti come almeno compatibili con l’approccio marxiano anche se Marx non li ha usati. Così ad esempio, afferma Elster, Marx nelle sue analisi non accenna mai all’isolamento, al turnover, alla dimensione o all’omogeneità del gruppo come fattori che possono influenzare l’azione collettiva, ma essi risulterebbero perfettamente compatibili con le sue concezioni generali[34]. Altre volte ancora Elster lo accusa di non aver saputo cogliere alcuni problemi, lasciando sottintendere che alla base vi sia, come al solito, una carenza del quadro metodologico d’insieme[35]. Così, sempre a proposito del problema del free rider applicato alla classe come attore collettivo, egli scrive: «se i gruppi d’interesse latenti risolvono il loro problema del free rider e riescono a organizzarsi, può sorgere tra i gruppi un problema di free riding di ordine superiore. Ogni gruppo ha interesse ad accrescere la sua parte del prodotto sociale, anche se, così facendo, riduce il totale da suddividere a causa delle perdite secche associate ai monopoli, ai costi di contrattazione ecc. Marx non ha mai preso in considerazione questa eventualità»[36].

Certo, è piuttosto problematico collegare, in maniera non estrinseca, questi concetti così tecnici e specifici e, in generale, questo tipo di analisi, che presuppongono lo sviluppo di una vasta parte delle scienze sociali di questo secolo, a un pensatore come Marx che aveva un diverso quadro teorico di riferimento e altre preoccupazioni sia metodologiche che di ordine sostanziale. Tuttavia, al di là di qualche forzatura legata all’impostazione «micro» (come abbiamo sottolineato, non sembra facile per il singolo individuo, nell’immediatezza della vita quotidiana, riuscire a calcolare i costi e i benefici dell’azione collettiva. Gli si attribuisce una razionalità quasi impossibile da avere in molte situazioni) le intenzioni di Elster sono qui fondamentalmente apprezzabili. Marx, infatti, sottolinea che un insieme di individui diventa un fattore d’importanza sociale significativa, quando intraprende un’azione collettiva e assume quindi una dimensione politica. Le difficoltà cominciano, in effetti, proprio qui. Marx è stato consapevole del rapporto profondamente problematico tra classe in senso strutturale – intesa cioè come caratteristiche di un insieme di individui generate da un dato sistema economico – e classe come attore dinamico del processo storico. Egli ha prestato, tuttavia, un’attenzione molto minore al secondo gruppo di problemi e al modo in cui le classi assumono forme sociali e politiche «attive» e definite. In generale, inoltre, il nesso tra coscienza dello sfruttamento e coscienza della possibilità di un cambiamento dell’ordine economico sembra essere, nelle società odierne, piuttosto labile. La prima forma di coscienza è abbastanza diffusa la seconda si verifica invece raramente[37]. Le analisi di Elster danno un contributo al chiarimento di questi aspetti  anche se, data la prospettiva metodologica di fondo, rimangono in ombra molti problemi con cui la teoria marxista ha dovuto confrontarsi quando ha cercato di spiegare, da un punto di vista non soltanto formale, il sorgere o meno della coscienza di classe nei lavoratori[38].

1.3.   A conclusione della nostra esposizione, vogliamo soffermarci più approfonditamente sul concetto di individualismo metodologico e di quello connesso di riduzionismo quali chiavi di lettura delle analisi marxiane. Seguendo J. Sensat, possiamo fissare alcuni requisiti che devono definire in modo più preciso l’individualismo metodologico. Questi aspetti sono: 1) individualismo ontologico; 2) psicologismo; 3) generalità delle leggi che riguardano il livello di spiegazione individuale; 4) a-socialismo[39].

Il requisito dell’individualismo ontologico implica che solo gli individui in carne ed ossa siano reali, e solo ad essi siano pertanto attribuibili proprietà di vario livello. Non esistono cioè proprietà che riguardano pensieri, intenzioni, stati mentali di entità sopraindividuali. Le spiegazioni a livello individuale devono inoltre richiamarsi sempre a una forma di psicologismo, devono, in altri termini, porre come primarie le disposizioni cognitive e motivazionali del soggetto in un determinato contesto. Questo contesto può anche essere sociale, ma deve in ogni caso essere definito psicologicamente. Ad esempio, reti di potere in termini di preferenze, intenzioni e aspettative reciproche delle persone, quindi, per chiarire, non in termini giuridici, sulla base di codici e regolamenti, né in termini di risorse. La generalità delle leggi fondamentali che riguardano il livello di spiegazione individuale è il terzo requisito. Esse devono essere applicabili a qualsiasi contesto e non solo a situazioni specifiche. Così ad esempio, se volessimo spiegare la reazione di rabbia di x verso i propri capi, quale risposta a una mancata promozione, dovremmo fare riferimento non a una particolare disposizione di x (è ambizioso e quindi è rimasto particolarmente deluso), né alla particolare dinamica legata all’ambiente di lavoro (è normale, se non si riceve una  promozione che ci si aspettava, sviluppare rabbia contro i propri superiori), ma a una disposizione generale dell’essere umano che prescinde da tratti particolari del carattere del singolo attore e dal particolare ambiente in cui è situato. Essa può essere  enunciata come segue[40]: se l’azione di un individuo non riceve la ricompensa che questi si attendeva o dà luogo a un castigo imprevisto, l’individuo metterà in atto con più probabilità un comportamento aggressivo e giudicherà più validi i risultati di questo comportamento. Il criterio appena definito è determinante per definire un effettivo livello individuale di spiegazione, livello che deve quindi portare questa dimensione di generalità nell’approccio al comportamento in contesti sociali. Il quarto requisito è l’a-socialismo (asocialism). Esso richiede, in modo rigoroso, che il vocabolario usato al livello di spiegazione individuale non comprenda attributi sociali dei soggetti. Si deve, cioè, riuscire a definire gli stati mentali, fisici ed emozionali degli individui senza far riferimento alle dinamiche relazionali ed istituzionali in cui questi individui sono coinvolti, quindi in termini esclusivamente psicologici. Il vincolo dell’a-socialismo non nega che gli eventi sociali possano determinare negli individui credenze e desideri. Il problema è semmai la natura di quelle credenze e di quei desideri: detto altrimenti, il problema è, usando il vocabolario adeguato, se sia possibile definirli in modo autonomo rispetto al livello della realtà sociale, oppure se qualsiasi loro occorrenza debba essere spiegata come non determinabile indipendentemente da un processo sociale di qualche tipo.

Indipendentemente dalla possibilità e dall’utilità di verificare se una teoria sociale soddisfi o no questi requisiti, l’analisi di Marx non può essere inserita in una metodologia che rispetti i punti summenzionati, eccezion fatta per l’individualismo ontologico. Nel pensatore tedesco si ritrova infatti una netta opposizione a un tipo di analisi sovrastorica e generalizzante. Illuminante a questo proposito è l’analisi svolta, sempre da Sensat, del modo in cui Marx tratta il concetto di concorrenza. Marx, senza rifiutare l’individualismo ontologico, rifiuta però una descrizione a-sociale della concorrenza. Quest’ultima è una caratteristica immanente del capitalismo sviluppato e non qualcosa di contingente, che si aggiunge, per così dire, dall’esterno, attraverso decisioni individuali dei capitalisti. Non è possibile definire il capitalista come ruolo sociale senza la relazione di concorrenza[41]. Il fatto di cercare in tutti i modi di tener bassi i salari, ad esempio, non è una scelta rispetto alla quale il capitalista potrebbe avere alternative. Anche se i singoli capitalisti possono, in effetti, percepire la concorrenza come qualcosa che esercita una costrizione contro il loro presunto libero arbitrio, non avrebbe senso affermare che se non fossero costretti dalla concorrenza, essi non farebbero ogni sforzo per limitare i salari e pagherebbero di più gli operai. Infatti se non ci fosse la concorrenza che impone questa dinamica significherebbe che l’economia non è di tipo capitalistico e quindi non esisterebbero neppure i capitalisti e i lavoratori salariati. Allo stesso modo, quando Marx, nell’Introduzione al primo libro delCapitale, afferma di trattare il capitalista esclusivamente come personificazione di una categoria economica e come portatore di relazioni e di interessi di classe, sta negando la possibilità di una forma di riduzionismo psicologico. Esistono leggi di una determinata sfera sociale (in questo caso leggi del mercato) che sono indipendenti dalle motivazioni individuali e alle quali ci si deve adattare qualsiasi possano essere queste motivazioni. Queste leggi quindi costituiscono un livello esplicativo sociale soverchiante, rappresentato dalla necessità di essere competitivi attraverso varie strategie e quindi dalla necessità di reinvestire continuamente i profitti per riprodurre il ciclo denaro–merce–maggiore denaro. Ad esso possono corrispondere, a livello psicologico, varie motivazioni: semplice sete di denaro, di prestigio sociale e di potere, oppure accumulazione di denaro con l’intenzione, da un certo momento in poi, di vivere di rendita e coltivare i propri hobbies, di avviare un progetto di beneficenza o persino, per assurdo, di finanziare la rivoluzione proletaria. Marx quindi, senza negare possibilità d’azione al singolo individuo, cerca di collegarla a delle strutture sociali dotate di una loro autonomia e stabilità[42]. D’altra parte Marx esclude anche il concetto di generalità. Come precedentemente precisato, esso specifica che le leggi fondamentali che riguardano il livello di spiegazione individuale non devono essere applicabili soltanto a delle situazioni sociali particolari, dovendo essere appunto generali. Infatti, nel Capitale, Marx nega utilità esplicativa al concetto di produzione in generale, espressione che dovrebbe indicare un insieme di leggi sovrastoriche della produzione. Queste ultime, pur essendo in qualche modo determinabili, non contribuiscono, se non in maniera trascurabile, alla comprensione del funzionamento di un determinato modo di produzione. In conclusione Marx può dunque essere considerato un anti-riduzionista. L’antiriduzionismo riconosce l’importanza di considerare il microlivello nella spiegazione dei fatti sociali, ma tiene ferma l’irriducibilità delle spiegazioni di macrolivello.

2. Una lettura “analitica” della Prefazione del 1859.   Priorità delle forze produttive e spiegazione funzionale.

2.1.     Gerald A. Cohen nel suo libro Karl Marx’s theory of history. A defence[43], tenta di applicare la spiegazione funzionale al materialismo storico, proponendone una versione epistemologicamente «avvertita» attraverso i concetti di fatto disposizionale (dispositional fact) e legge di conseguenza (consequence law). Una consequence law è un’asserzione condizionale il cui antecedente è un’asserzione causale ipotetica, definita appunto fatto disposizionale. Formalmente: se si dà il caso che, se un evento del tipo E accade, esso provoca l’evento F (fatto disposizionale), allora un evento del tipo E accade[44].  Il condizionale «se E allora F» – se un evento del tipo E accade, esso provoca l’evento F – viene definito fatto disposizionale perché generalizza la disposizione/propensità di un certo evento, in certe condizioni ad avere un certo effetto. Più specificamente esso generalizza la disposizione/propensità, in una determinata società,  di una certa pratica o di una certa istituzione a causare un determinato effetto utile ed esprime quindi una forma di regolarità. Esso deve pertanto riferirsi a un fatto empiricamente osservato od osservabile. Allo scopo di mettere in risalto questo aspetto, la consequence law può essere enunciata anche come segue: l’evento e si è verificato a causa della sua propensità (disposizione) a causare l’evento f perché ogni volta che la classe di eventi E causa la classe di eventi F la classe di eventi E si verifica (fatto disposizionale)[45].

Consideriamo, per esempio, l’affermazione «la danza della pioggia ha, in situazioni di tensione, la funzione di ristabilire la coesione sociale». Essa, così come è enunciata, è un asserzione funzionale ingenua, perché spiega il verificarsi della danza della pioggia con il fatto che essa serve per ristabilire la coesione. Proviamo ora a tradurla  in una legge di conseguenza. Il punto fondamentale, come già accennato, per poter enunciare una legge di conseguenza è la messa in luce del fatto disposizionale.  Devono allora darsi le due seguenti condizioni: 1) deve essere stato accertato empiricamente che, ogni volta che si creano situazioni di tensione, una determinata società, con determinate caratteristiche, mette in atto una forma di interazione sociale definita danza della pioggia. Oppure, in forma più debole, deve essere stato accertato empiricamente che, ogni volta che si creano situazioni di tensione, una determinata società, con determinate caratteristiche mette in atto alcune forme rituali tra le quali ci può essere la danza della pioggia; 2) deve essere stato accertato empiricamente che, in seguito a queste pratiche, si ristabilisce la coesione. Se effettivamente la 1) e la 2) sono state accertate, possiamo enunciare la consequence law nella forma richiamata poco sopra: se si dà il caso che, se E accade esso provoca F (fatto disposizionale), allora E accade. Passando al caso concreto: se si dà il caso che, se la danza della pioggia viene messa in atto essa causa un alleviamento della tensione, allora la danza viene messa in atto.  In simboli:

                               ( E           F )          E

Il fatto disposizionale,  che nell’esempio è l’asserzione condizionale (se quella determinata società mette in atto la danza della pioggia, o un’altra pratica rituale analoga, la sua coesione sociale si ristabilisce), generalizza la disposizione/propensità della danza della pioggia in quella società a ristabilire la coesione. Oppure: generalizza la disposizione/propensità di varie pratiche rituali tra cui la danza della pioggia, in quella società, a ristabilire la coesione. L’evento e danza della pioggia si è verificato a causa della sua propensità (disposizione)  a causare l’evento f coesione sociale perché ogni volta che la classe di eventi E (insieme di pratiche rituali)  causa la classe di eventi F (alleviamento tensione, coesione sociale…) la classe di eventi E si verifica. Il fatto disposizionale riguarda solo quella particolare società. Essa possiede caratteristiche tali che sviluppa certe pratiche piuttosto che altre per ristabilire la coesione[46].

Secondo Cohen la spiegazione funzionale, nella forma della legge di conseguenza appena analizzata, riesce a risolvere un problema di relazione causa-effetto insito nelle enunciazioni tradizionali del materialismo storico[47]. In esse si manifesta infatti una forma di reciprocità  non simmetrica di cui non è chiaro lo statuto logico. Consideriamo le note asserzioni:
1) l’affermarsi di determinate forze produttive determina (causa) l’affermarsi di determinate relazioni  produzioni. Essa può anche essere formulata in modo più generale:  il livello di sviluppo delle forze produttive di una società spiega la natura della sua struttura economica;
2) le relazioni di produzione favoriscono lo sviluppo delle forze produttive. O anche, come ne caso precedente: la struttura economica di una società favorisce lo sviluppo delle forze produttive;
3) L’affermarsi di determinate relazioni di  produzione determina (causa) l’affermarsi di determinati rapporti giuridici e politici. O anche: la struttura economica di una società spiega la natura della sua sovrastruttura.
4) I rapporti giuridici e politici favoriscono lo stabilità delle relazioni di produzione. O anche: la sovrastruttura di una società favorisce la stabilità della struttura economica.
Nella prima asserzione viene affermata la priorità dello sviluppo delle forze produttive che determinano causalmente l’affermarsi di determinata relazioni. Allo stesso tempo però, nella seconda asserzione, viene asserito che i rapporti favoriscono questo sviluppo. Le relazioni di produzione, quindi, non sembrano essere qualcosa di secondario rispetto alle forze produttive, anche perché rispetto a un certo di tipo di forze produttive sono adatte solo determinate relazioni di produzione e, senza il venire in essere proprio di queste relazioni, quelle forze non si svilupperebbero o comunque non potrebbero funzionare in maniera proficua. La schiavitù, ad esempio, sarebbe incompatibile con una società basata su una tecnologia avanzata. Il rapporto che le relazioni intrattengono con le forze produttive – espresso appunto nel verbo «favorire» –  non è però dello stesso tipo strettamente causale di quellom che le forze produttive intrattengono con le relazioni. Lo stesso discorso vale per il rapporto tra relazioni di produzione e rapporti giuridici e politici. In pratica, si afferma che un certo evento ne causa un altro e nello stesso tempo che quest’ultimo è necessario al sussistere del primo, anche se  non c’è simmetria, cioè non si dà lo stesso rapporto di causa-effetto dal secondo al primo che si dà dal primo al secondo. È appunto il modello della spiegazione funzionale che riesce, secondo Cohen, a chiarire il tipo di rapporto che sussiste tra le relazioni di produzione e le forze produttive e la sua non simmetria. Riprendendo quindi gli schemi precedenti:
1) L’evento e – l’instaurarsi di determinate relazioni di produzione – si è verificato a causa della sua propensità (disposizione) a causare l’evento f – lo sviluppo delle forze produttive –  perché ogni volta che la classe di eventi E causa la classe di eventi F la classe di eventi E si verifica (fatto disposizionale). Oppure: se si dà il caso che, qualora in una determinata società determinate relazioni di produzione si affermino, esse favoriscono lo sviluppo delle forze produttive, allora quelle relazioni si affermano.
2) L’evento e – l’entrata in vigore di determinati rapporti giuridici e sociali – si è verificato a causa della sua propensità (disposizione) a causare l’evento f – la stabilità di determinate relazioni di produzione –  perché ogni volta che la classe di eventi E causa la classe di eventi F la classe di eventi Esi verifica (fatto disposizionale). Oppure: se si dà il caso che, qualora in una determinata società un insieme di rapporti giuridici entri in vigore, esso contribuisce alla stabilità delle relazioni di produzione, allora quel insieme di rapporti entra in vigore.
Nella 1) il fatto disposizionale espresso dal condizionale «se in una determinata società l’affermarsi di determinate relazioni di produzione favorisce lo sviluppo delle forze produttive, allora quelle relazioni si affermano» generalizza la disposizione/propensità di determinate relazioni di produzione a favorire lo sviluppo delle forze produttive. Allo stesso modo nella 2) il fatto disposizionale espresso dal condizionale «se in una determinata società, un insieme di rapporti giuridici ha come effetto di contribuire alla stabilità delle relazioni di produzione, allora quei rapporti giuridici si affermano» generalizza la disposizione/propensità di determinati rapporti giuridici a contribuire alla stabilità delle relazioni di produzione.

2.2   Una volta chiarita la logica della spiegazione funzionale e la sua applicabilità a un determinato ambito di problemi, il lavoro interpretativo di Cohen sui testi marxiani è volto a mostrare come, a partire da questi, sia possibile formulare le tesi centrali del materialismo storico attraverso la costruzione di insiemi coerenti di proposizioni, legate insieme da regole logico-deduttive, sulla base di termini il cui significato è definito in modo rigoroso. Questo insieme di termini riguarda in particolare i concetti di forza produttiva e di relazioni di produzione e permette, da un lato, di chiarirne l’ambito di applicabilità e, dall’altro, di spiegarne il rapporto, secondo il tipico modo di procedere della filosofia analitica.
G. Kirkpatrick chiarisce molto bene il rapporto che la ricostruzione testuale di Cohen intrattiene con questa tradizione di pensiero:
Nelle Ricerche filosofiche, Wittgenstein pone con urgenza l’esigenza filosofica di chiarezza per quanto riguarda il problema dei differenti significati che le parole hanno in diversi contesti. La sua soluzione è quella di rinunciare definitivamente ai tentativi di fondazione ultima del significato che devono essere sostituiti dall’analisi che le parole hanno in contesti ristretti. L’analisi del linguaggio deve concentrarsi sui giochi linguistici all’interno dei quali ogni termine ha un senso ben definito, confermato dalla coerenza nel comportamento di coloro che usano questo termine, e ad esso rispondono, in quel limitato contesto. In maniera corrispondente, l’uso da parte di Cohen della filosofia analitica nella sua ricostruzione di Marx definisce la teoria di quest’ultimo come un insieme di descrizioni operative in un ambito ristretto, analogamente alla concezione wittgensteiniana dei giochi linguistici. Nel lavoro di Cohen l’enfasi è posta sul tentativo di stabilire un insieme di definizioni che costituisce la base di una teoria della storia, grazie alla loro precisione analitica rigorosamente circoscritta[48].
Il primo passo consiste allora in una delimitazione netta di quali entità possono essere ricomprese nel concetto di forza produttiva e quali devono esserne escluse.  A questo scopo, Cohen definisce le forze produttive da tre diversi punti di vista: estensionale – quali oggetti e quali fenomeni possono essere catalogati sotto il concetto di forza produttiva? – intensionale – quali proprietà sono condivise dagli oggetti che cadono sotto il concetto  di forza produttiva e quindi quale definizione di essa possiamo dare, in modo da capire se un certo oggetto, durante un suo uso determinato, è una forza produttiva oppure no? –  e teorico. Quest’ultimo specifica come viene usato il concetto di forza produttiva all’interno della teoria del materialismo storico. Dal punto di vista estensionale abbiamo da una parte i mezzi di produzione – a loro volta suddivisi in strumenti di produzione, spazi in cui la produzione si svolge e materiale grezzo – e, dall’altra, la forza lavoro. Nel concetto di forza lavoro, considerata come forza produttiva, rientrano naturalmente le facoltà di coloro che producono: forza fisica, capacità, conoscenza, inventiva ecc.[49]. Dal punto di vista intensionale, per qualificarsi quale forza produttiva «un oggetto deve essere passibile di uso da parte di un agente della produzione in modo tale che la suddetta produzione si verifichi (almeno parzialmente) come risultato del suo uso e in modo tale che sia possibile definire il contributo di questo oggetto alla produzione come disegno intenzionale di qualcuno»[50]. Dal punto di vista teorico, infine, abbiamo quattro condizioni: un oggetto può definirsi una forza produttiva se 1) la sua proprietà da parte di qualcuno contribuisce a definire la posizione di costui all’interno della struttura economica della società; 2) si sviluppa nel corso della storia; 3) contribuisce a spiegare la relazioni di produzione della società in cui si è sviluppato; 4) il suo sviluppo può essere ostacolato o favorito dalle relazioni di produzione in cui è inserito[51].

Le forze produttive così definite costituiscono, insieme alle persone, gli elementi  delle relazioni di produzione. Le relazioni di produzione possono essere tra una persona (o gruppo di persone) e un’altra persona (o gruppo di persone) o tra una persona (o gruppo di persone) e una forza produttiva (o gruppo di forze produttive). Le relazioni di produzione sono, quindi, sia relazioni di proprietà di persone su forze produttive o su persone, sia relazioni tra persone che presuppongono quelle relazioni di proprietà. Con il termine «proprietà», Cohen intende non un rapporto legale ma un rapporto di controllo effettivo. Su questa base è possibile elaborare uno schema dei possibili diversi rapporti di proprietà, a seconda che l’individuo non possegga/possegga parzialmente/possegga totalmente i mezzi di produzione con i quali opera.  In questo schema[52], che comprende tutte le varie tipologie che si sono storicamente affermate, lo status di subordinazione è fondamentale per definire il proletario. Infatti, si può essere possessori della forza lavoro e non possessori dei mezzi di produzione senza essere proletari, com’è il caso dei liberi professionisti. Da queste definizioni e da queste analisi emerge, secondo Cohen, una distinzione più profonda tra proprietà materiali/fisiche e sociali degli oggetti e degli individui, ben nota nell’ambito di tutta l’opera marxiana. Vengono citati a questo proposito vari passi dei Grundrisse, del Capitale e delle Teorie sul plusvalore. Per esempio, essere uno schiavo, (per un essere umano) essere capitale (per un mezzo di produzione), sono proprietà che emergono solo all’interno di determinate relazioni economiche e sono quindi proprietà relazionali. Cohen cita il seguente famoso passo di Marx da Lavoro salariato e capitale:
un negro è un negro. Egli diviene schiavo soltanto in determinati rapporti di produzione. Un filatoio meccanico è una macchina per filare il cotone. Esso diviene capitale soltanto in determinati rapporti di produzione. Strappato a queste relazioni esso non costituisce capitale più di quanto l’oro di per sé costituisca denaro[53].
Secondo E.M. Wood[54],  tuttavia, Cohen,  insistendo su questa opposizione, altera  il senso del discorso marxiano. Marx, fa notare la Wood, non è interessato all’opposizione tra «materiale» e «sociale» ma a definire il «materiale» attraverso il «sociale». Fondamentale in questo senso è la sua critica agli economisti classici che partono dal livello materiale, identificato come «produzione in generale», e in seguito considerano il processo di produzione capitalistico come se fosse questa produzione in generale, e non una forma storicamente determinata, e come se il capitale stesso fosse un’entità fisica e non un rapporto sociale. Marx vuole quindi mostrare ciò che l’astrazione nasconde, non ciò che essa svela. Paradossalmente quindi, secondo la Wood, Cohen – non comprendendo questo aspetto – compie lo stesso errore che Marx critica. Le osservazioni della Wood non colgono però l’impostazione di fondo del lavoro di Cohen che consiste – come già abbiamo avuto modo di sottolineare – nel definire campi del discorso diversi a livello analitico, in cui ogni definizione, alla Wittgenstein, riceve il suo senso solo all’interno del campo stesso, così come la forma di spiegazione in atto trova legittimità solo in relazione a quel preciso insieme di definizioni. Secondo quest’impostazione le proprietà relazionali o sociali, all’interno della determinata struttura economica in cui sorgono, hanno la stessa importanza delle proprietà materiali. Ad esempio, quindi, non è logicamente corretto affermare che un uomo non è uno schiavo come tale o che dei mezzi di produzione non sono capitale in sé. Le varie entità fisiche (vale naturalmente per le forze produttive) hanno differenti insiemi di proprietà – un insieme di proprietà sociali ed un insieme di proprietà materiali – entrambe ad un certo tempo t, altrettanto reali ed effettuali, anche se possono essere prese e analizzate separatamente. Nessuna caratteristica sociale inoltre può essere dedotta da caratteristiche materiali Una connotazione distintiva proposta da Cohen di una descrizione sociale è allora la seguente: «una descrizione è sociale se e solo se comporta l’ascrivere a persone – specificate o non specificate – diritti e poteri nei confronti di altre persone» [55].

Poter definire con precisione due insiemi distinti di caratteristiche, sociali e materiali, fornisce il punto di partenza per una spiegazione storica che si collochi su un piano di sufficiente universalità. Questo significa che, attraverso le categorie finora evidenziate, si riescono ad afferrare i caratteri fondamentali di qualsiasi società. Su questo schema di base possono poi essere integrati i fattori storico-sociali contingenti. Cohen, sottolinea ancora Kirkpatrick «situa le descrizioni di tipo storico sul confine tra i resoconti scientifici di fenomeni materiali e le descrizioni sociali dell’interazione umana. Oggetti naturali come rocce, acqua, mare ecc, rientrano nella teoria della storia all’interno di descrizioni che mettono in luce la loro relazione con la riproduzione sociale umana, come “materie prime” o “mezzi di produzione”. In modo simile, i fenomeni sociali rientrano nella teoria della storia all’interno di descrizioni che insistono sulla loro qualità di categorie generali e costanti, piuttosto che sugli aspetti più limitati relativi ad un’epoca»[56].

2.3    Una volta definita, secondo le linee che abbiamo esposto, la possibilità di una descrizione esclusivamente materiale della società, Cohen si propone – attraverso una serrata analisi dellaPrefazione alla critica dell’economia politica e, in seguito, cercando di estendere i risultati ottenuti alle analisi di Marx sulla struttura economica capitalistica – di mostrare come il concetto di sviluppo delle forze produttive sia centrale in tutta l’opera marxiana, come Marx attribuisca priorità a queste ultime rispetto alle relazioni di produzione e come, infine, si possa sostenere questa priorità in modo logicamente coerente.

Dalla Prefazione alla critica dell’economia politica – scomponibile in sei asserzioni fondamentali[57] – emergono, secondo Cohen, due idee centrali e cioè che 1) le forze produttive tendono a svilupparsi nel corso della storia e 2) la natura delle relazioni di produzione di una società è spiegata dal livello di sviluppo delle sue forze produttive. La prima è definita da Cohen tesi dello sviluppo (development thesis), la seconda tesi della supremazia [sottinteso: delle forze produttive] (primacy thesis). La development thesis rappresenta, secondo Cohen, lo sfondo teorico di tutte le sei asserzioni della Prefazione. La primacy thesis è invece riscontrabile nella prima asserzione. Ciò che essa afferma – secondo Cohen – con l’espressione «le relazioni di produzione corrispondono alle forze produttive», è che le prime sono come effettivamente sono in quanto funzionali (nel senso di «favorevoli allo sviluppo») alle seconde. In altri termini, la tesi sostanziale di Cohen è che il concetto di corrispondenza, espresso nella prima asserzione, deve essere preso in senso non simmetrico. Le forze produttive sono il polo primario e sono quindi le relazioni di produzione che mutano in caso di conflitto. La corrispondenza asimmetrica assume la forma della spiegazione funzionale. L’uso di quest’ultima ha la sua radice logica in questa non-simmetria e allo stesso tempo la fonda, secondo le linee precedentemente viste[58].

Spostandosi dal piano esclusivamente logico-sintattico, Cohen tenta anche di fornire alla development thesis una forma di microfondazione, mettendo sostanzialmente in atto una strategia esplicativa psicologista, secondo la quale spiegare un fenomeno sociale significa ricondurlo a un insieme di asserzioni di tipo psicologico generale e sulle circostanze materiali. Il concetto di sviluppo delle forze produttive, fino a questo momento considerato come un dato ultimo, è allora collegato a tre asserzioni astratte sulla natura umana. Le asserzioni proposte da Cohen sono: a) gli uomini sono razionali; b) la situazione storica degli uomini è una situazione di scarsità; c) gli uomini hanno l’intelligenza che permette loro di migliorare la situazione in cui si trovano[59]. Esse possono fornire una spiegazione di ciò che, secondo Cohen, l’evidenza storica mostra chiaramente, e cioè che le forze produttive non solo vengono progressivamente sostituite da forme sempre più avanzate ma, effettivamente, tranne che in casi eccezionali, non regrediscono mai.

J. Elster richiama tuttavia l’attenzione proprio sulla mancanza, nel testo, di un’evidenza storica precisa a favore della development thesis, esprimendo alcune riserve sulla possibilità di riferirsi con certezza ad un incessante ed universale sviluppo delle forze produttive: «Cohen non menziona le ragioni psicologiche ed istituzionali che in molti periodi storici hanno impedito il progresso tecnico, come la mancanza di obiettivi d’investimento (in mancanza del sistema dei brevetti) o la mancanza di motivazioni all’investimento (come avvenne per la non-diffusione del mulino ad acqua nell’antica Roma). Il materialismo storico, nella visione di Cohen, afferma l’esistenza di un progresso tecnico senza interruzioni nel corso della storia, anche se a un tasso ineguale. In alternativa, si potrebbe sostenere che le forze produttive sono state largamente statiche fino a tempi recenti, quando l’avvento del capitalismo ha reso possibile una rottura rivoluzionaria. Ciò sarebbe coerente con i molti passi nei quali Marx insiste sul carattere conservatore dei precedenti modi di produzione, anche se in disaccordo con le affermazioni più generali della Prefazione del 1859»[60].

L’analisi della Prefazione prosegue mettendo in luce tutti i possibili nessi logici tra le varie asserzioni, mantenendo sempre come riferimento la forma della spiegazione funzionale e le tre asserzioni sulla razionalità umana. La nostra chiave di lettura di queste analisi, che riassume e tenta ad un tempo di sviluppare autonomamente lo sforzo interpretativo di Cohen sui nessi logici della prefazione, cercando di precisare il concetto di contraddizione, può essere presentata secondo le linee seguenti[61]: se, in virtù delle tre asserzioni summenzionate, le forze produttive hanno la tendenza a svilupparsi (development thesis) e, secondo la logica della spiegazione funzionale, i rapporti di produzione hanno una certa forma perché essa serve a favorire questo sviluppo (asserzione 1 e primacy thesis) potrà succedere che, a un certo momento, questo rapporto di funzionalità si incrini e si determini un’instabilità delle relazioni di produzione. L’adeguamento può non essere immediato e ovviamente possono esserci resistenze su molteplici piani. Entro certi limiti, tuttavia, esso sarà possibile con modificazioni non sostanziali dei rapporti. Quelle che sono semplici disfunzionalità possono però trasformarsi in conflitto, che possiamo considerare come un contrasto non risolvibile sulla base di quei rapporti (asserzione 2), qualora si verifichino le condizioni seguenti: le forze produttive per le quali c’è spazio all’interno di quei determinati rapporti si sono sviluppate (asserzione 5) e nuove condizioni materiali sono mature all’interno della società (asserzione 6). In questo caso i rapporti divengono ostacoli insormontabili allo sviluppo delle forze (asserzione 3). Si danno allora due casi: α) le forze produttive cessano di svilupparsi; β) le relazioni cambiano. Il caso α) non è possibile perché nelle forze è insita la tendenza allo sviluppo ed inoltre la corrispondenza non è simmetrica, ma le forze produttive sono il dato primario, mentre le relazioni devono adeguarsi (primacy thesis). Subentra quindi un’epoca di rivoluzione sociale (asserzione 4); nel caso β) le relazioni cambiano e le forze produttive possono riprendere a progredire[62].

La limpidezza delle argomentazioni fin qui esposte non deve però trarre in inganno. Si tratta infatti di un livello esclusivamente logico-sintattico che si ridimensiona considerevolmente non appena tentiamo un confronto tra la coerenza logica  sviluppata sui testi marxiani e l’aspetto più concreto dell’evidenza storica ed empirica. A questo proposito, le critiche e le osservazioni più significative sono probabilmente quelle sviluppate da A. Levine, E. Sober e E. O. Wright che si sono ampiamente soffermati sulle difficoltà del rapporto tra razionalità, agire collettivo e i due livelli delle forze produttive e delle relazioni di produzione, mettendo in dubbio l’idea – alla base della development thesis – di una razionalità sovrastorica e di una scarsità assoluta come motivi dell’agire umano, espressa nelle tre asserzioni sulla razionalità umana formulate da Cohen. Riguardo alla scarsità, ad esempio, ogni epoca storica e ogni classe sociale sembrano avere un proprio termine di riferimento, espresso dalle abitudini di vita così come dagli stili di consumo: quante calorie sono necessarie per una dieta adeguata, quanto e con quanta intensità si può lavorare, la durata media della vita. Anche la stessa razionalità sembra determinata dai rapporti di produzione ed appartenere, comunque, ad un soggetto socialmente definito, guidato da fini determinati storicamente e definibili razionali esclusivamente per lui, in quanto membro di una determinata classe sociale. Così, ad esempio, a causare il miglioramento dei mezzi di produzione in epoca feudale non fu un’astratta istanza razionale a lottare contro la scarsità naturale e ad aumentare la produttività, ma la razionalità «concreta» dei signori feudali, che volevano estrarre un maggior surplus dai contadini per finanziare le proprie continue guerre per la supremazia sui territori.  Il contadino feudale non beneficiava minimamente del lentissimo sviluppo delle forze produttive in questo periodo e la sua razionalità concreta, se avesse  avuto i mezzi per renderla storicamente effettuale, lo avrebbe con ogni probabilità spinto  a scegliere un assetto sociale senza sviluppo delle forze produttive ma senza la sottomissione ai signori[63].

Un altro punto significativo riguarda l’assenza, nel discorso di Cohen, di un riferimento ad un soggetto reale, storicamente determinato in grado di stabilire un rapporto tra razionalità astratta e prassi sociale e che, quindi, svolga un ruolo effettivo nel cambiamento dei rapporti di produzione. Così, nel modo di produzione asiatico la particolare struttura dello Stato e delle forze produttive stesse determinò un’evidente incompatibilità tra queste e le relazioni di produzione cosicché lo sviluppo delle prime rimase stagnante per secoli. Nonostante ciò, non si arrivò mai a una situazione di contraddizione, che, secondo lo schema di Cohen, avrebbe dovuto implicare una sorta di automatica attività volta al cambiamento. A causa, infatti, della centralizzazione del potere statale, della mancanza di autonomia politica delle città e dell’appartenenza dei mercanti alla classe dominante, non riuscì ad emergere, come invece avvenne in occidente, una classe imprenditoriale protocapitalistica, cioè un attore razionale collettivo che, lottando contro la classe al potere e promuovendo lo sviluppo delle forze produttive, si rivelasse realmente in grado di farsi carico di quel cambiamento[64].

Inoltre, non è immediato sostenere che, nel caso di una contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, sono questi ultimi che devono necessariamente modificarsi. Non è possibile, infatti, evitare il problema dell’agire razionale della classe che dovrebbe attuare il cambiamento sociale, in altri termini, il problema delle sue capacità e possibilità d’azione. Una classe sociale può avere interesse al cambiamento dei rapporti sociali, ma non possederne le capacità e le risorse necessarie. Nel caso della classe lavoratrice, inoltre, queste stesse capacità, com’è storicamente ed empiricamente dimostrabile, dipendono da una serie di fattori non legati allo sviluppo delle forze produttive, bensì di ordine ideologico e politico, che possono anche agire in senso sfavorevole. Ne sono un esempio i processi sistematici di segmentazione del mercato del lavoro, le divisioni razziali ed etniche con effetti sulle differenze occupazionali all’interno della stessa classe. Lo stesso sviluppo delle forze produttive può agire negativamente sulla classe operaia, indebolendola, come, di fatto, è avvenuto negli ultimi 30 anni nei paesi a sviluppo capitalistico avanzato. Così, è un dato di fatto che, grazie agli straordinari progressi nelle telecomunicazioni e nei trasporti, la borghesia ha potuto organizzare la produzione su scala globale, sfruttando i paesi dove il costo del lavoro è più basso. Produzione diretta e sua coordinazione tecnica restano così separate e ciò rende più facile il controllo sui lavoratori. L’enorme sviluppo della tecnologia bellica, infine, ha reso molto più difficile l’azione di movimenti insurrezionali di qualsiasi tipo. Più in generale, i costi connessi al processo di cambiamento potrebbero essere talmente elevati da scoraggiare qualsiasi attore razionale, anche se il risultato, in caso di successo, fosse per lui vantaggioso. Se, quindi, le capacità e le possibilità d’azione della classe operaia – cioè dell’attore razionale che dovrebbe risolvere la contraddizione tra forze e relazioni di produzione a favore delle prime – dipendono da fattori e dinamiche proprie delle relazioni di produzione e non possono essere derivate dallo sviluppo delle forze produttive come tali, diventa estremamente problematico attribuire logicamente un primato alle forze produttive sostenendo che le relazioni sono spiegate in modo funzionale dalla loro tendenza a favorire lo sviluppo delle prime[65].

Il determinismo tecnologico di Cohen potrebbe forse trovare un riscontro storico-empirico in alcune analisi nelle quali la tesi che l’elemento fondamentale per comprendere la struttura e lo sviluppo e di una società risiede nella sua tecnologia, è sostenuta da ampie ricerche comparate[66]. Rimane tuttavia il problema di fornire delle solide motivazioni teoriche del perché attribuire priorità assoluta alla tecnologia, quale fattore che condiziona in modo determinante gli altri livelli della riproduzione sociale e, a livello epistemologico, rimangono i problemi richiamati nel corso dell’esposizione, legati al particolare rapporto che sussiste tra forze e relazioni di produzione e alla sostanziale difficoltà, se non impossibilità, di dare priorità alle prime pur nella forma della spiegazione funzionale. Sotto questo aspetto allora, anche se la tesi, sostenuta da Marx nella Prefazione del 1859, secondo la quale esiste una tendenza delle forze produttive a svilupparsi e una tendenza dei rapporti di produzione, del diritto e della politica ad adattarsi a questo sviluppo, può, se collegata con la ricerca empirica, e verificata società per società, essere plausibile, il rapporto tra questi due livelli potrebbe essere del tutto irriducibile, dal punto di vista storico, economico e sociologico, ad enunciazioni di tipo generale. Tuttavia, anche se gli automatismi descritti in Karl Marx’s theory of history difficilmente possono essere proposti fuori da un ambito linguistico-testuale, pena il rischio di una forma di meccanicismo ormai insostenibile, il lavoro ricostruttivo di Cohen, rappresenta un importante contributo sulle possibilità e sui limiti del concetto di spiegazione funzionale applicata al materialismo storico. Esso, inoltre, come abbiamo avuto modo di vedere, propone, specialmente nella prima parte, illuminanti analisi ed esempi di cosa effettivamente siano le forze produttive e le relazioni di produzione e sui loro rapporti effettivi, nonché, se si accetta l’impostazione analitica, una chiarificazione del livello di astrazione a cui può muoversi una possibile teoria della storia.

3. Sfruttamento, scambio ineguale e assetti alternativi.

3.1. Nell’opera A general theory of exploitation and class[67], J.E. Roemer mette al centro della sua riflessione il concetto di sfruttamento, usando come riferimento la definizione classica: un agente è sfruttato/sfruttatore se il lavoro che ritira dal mercato attraverso il suo reddito è minore/maggiore del lavoro che ha erogato. Rimanendo fedeli a questo presupposto, è possibile costruire un modello che permetta, eventualmente con alcune rinunce sul piano teorico, di identificare in modo inequivocabile agenti sfruttati e agenti sfruttatori?  É possibile, inoltre, definire lo sfruttamento in maniera non teleologica, cioè non dare per scontato che esso si verifichi solo perché ci sono persone povere e persone ricche e/o perché è utile a queste ultime?

Per rispondere a questi interrogativi, Roemer propone in sostanza il concetto di «scambio ineguale» – nel quale agenti dotati di differenti tecnologie, una più avanzata[68] e l’altra meno avanzata, scambiano i loro prodotti –  inquadrato in un modello di equilibrio generale. Lo sfruttamento viene cioè definito rispetto a situazioni nelle quali agenti ottimizzanti, dotati appunto di differenti tecnologie, si incontrano su mercati competitivi, nei quali non c’è eccesso di domanda di lavoro, non ci sono capitali che rimangono inutilizzati o imprese che falliscono, quindi non c’è disoccupazione e non ci sono merci invendute. A partire da questi presupposti – di cui ora chiariremo il senso – e dalla possibilità di definire un tempo di lavoro sociale medio, vengono poi proposti tre differenti modelli che specificano lo sfruttamento in diversi assetti istituzionali.

Nel primo modello[69], anche senza l’esistenza di un mercato dove il lavoro sia venduto e acquistato, ma attraverso il semplice scambio di merci, l’agente che usa la tecnologia più avanzata si appropria di una quantità di ore di lavoro maggiore della quantità da lui oggettivata (o, da un altro punto di vista, lavora meno del tempo di lavoro medio) e quindi, secondo la definizione, risulta uno sfruttatore. L’agente che usa la tecnologia meno avanzata si appropria di una quantità di ore di lavoro minore della quantità da lui oggettivata (o, da un altro punto di vista, lavora più del tempo di lavoro medio) e quindi, secondo la definizione, risulta sfruttato. Per afferrare meglio questo punto, immaginiamo una situazione astratta, nella quale esistono solo due agenti economici X e Y. X produce beni di sussistenza con una tecnologia avanzata. Egli produce un paniere medio, nel quale c’è tutto il necessario per esattamente 2 persone per un mese al livello di sussistenza, in, per ipotesi, 30 ore esatte (15 ore per se stesso e 15 ore per Y). Y possiede una manifattura artigianale di vestiti che impiega una tecnologia non sviluppata. Facciamo l’ipotesi che i vestiti debbano essere sostituiti una volta al mese. Il tempo di lavoro è qui di 60 ore (30 ore per produrre i propri vestiti e 30 ore per quelli di Y). Il tempo complessivo di lavoro di questa economia è 90 ore, cioè 30+60. Il tempo di lavoro medio sociale è 90/2 = 45. Possiamo interpretare questo lavoro medio come se X lavorasse nella sua industria per 15 ore,  producendo mezzi di sussistenza per sé stesso e poi si recasse nella manifattura di abbigliamento e lavorasse 30 ore producendo vestiti per sé stesso. Lo stesso discorso, invertito, vale per Y. Rispetto a questo tempo medio, a causa della diversa proprietà su differenti tecnologie –  che non permette una divisione del tempo di lavoro egualitaria come quella ora accennata – e sulla base dello scambio,  X lavora 15 ore in meno mentre Y 15 ore in più. X è quindi sfruttatore, Y è sfruttato. Ciò che viene scambiato è un paniere di vestiti di 30 ore di lavoro contro un paniere di cibo di 15 ore. In pratica X da a Y 15 ore oggettivate in cibo e Y dà a X 30 ore oggettivate in vestiti. Si tratta chiaramente di uno scambio ineguale, Y, tuttavia, non potrebbe pretendere più cibo sulla base dell’argomentazione che i suoi vestiti contengono 15 ore di lavoro in più, e quindi dovrebbero essere scambiati contro una quantità maggiore della merce prodotta da X, perché è il tempo di lavoro complessivo medio che impone i termini dello scambio.  Il secondo e il terzo modello presentano entrambi un mercato del lavoro. Il secondo[70] è un’economia di pura sussistenza stazionaria, senza accumulazione. Il terzo è invece un’economia con accumulazione, ed è quello che più si avvicina ad un economia capitalistica reale.  Presupposto di entrambi i modelli, come si è detto, è che gli agenti cerchino di ottimizzare, cioè impiegare al meglio le proprie dotazioni. Ciò significa minimizzare il lavoro speso e, per chi è in possesso delle risorse adeguate, mettere in atto quei processi produttivi che garantiscono il massimo saggio di profitto.

In questi modelli, se esiste una struttura di preferenze non anomala – per cui potrebbe darsi che una persona con grandi dotazioni voglia per qualche motivo lavorare –  e cioè gli attori vogliono minimizzare il lavoro erogato e quindi quest’ultimo diminuisce con la loro ricchezza, è allora possibile vedere emergere delle classi sociali ed enunciare un principio di corrispondenza tra classe e ricchezza[71]. Gli agenti ricchi non lavorano e per impiegare al meglio le loro risorse, cioè il loro capitale, assumono lavoro tentando di impiegare le tecnologie che danno il massimo saggio di profitto, oppure tentano di prestare denaro al massimo saggio d’interesse. Gli agenti non ricchi, completamente privi di risorse, devono invece, ovviamente, erogare lavoro per ottimizzare (nel senso che le alternative o non esistono o sono eccessivamente rischiose o aleatorie). Vi è poi un insieme di agenti che non ha sufficienti dotazioni per trarre il proprio sostentamento esclusivamente dall’assunzione di lavoro, e che quindi ottimizza lavorando in proprio. Nei tradizionali modelli marxiani, questo insieme è identificato come «piccola borghesia». La struttura di classe è allora definibile in modo non ambiguo, con gli agenti meno dotati di ricchezza, cioè il proletariato, alla base e gli agenti più dotati, la borghesia, alla sommità e la piccola borghesia nella fascia intermedia. La collocazione appena vista, cioè, appunto, l’appartenenza di classe – ed è questo un punto fondamentale –  non è legata in questo modello a fattori strutturali (che tuttavia presenti sullo sfondo visto che si parla di «dotazioni») ma al vendere o non vendere lavoro. Si può quindi affermare, una volta definito il presupposto del comportamento ottimizzante, che chi ha grandi dotazioni, per ottimizzare, necessariamente assume lavoro, chi non le ha, necessariamente vende lavoro.  Stabilito quindi, attraverso il principio della corrispondenza classe-ricchezza, che gli agenti ricchi non lavorano ma assumono lavoro per ottimizzare, possiamo enunciare, sulla base del nucleo del rapporto di scambio ineguale (chi ha grandi dotazioni usa una tecnologia avanzata e ritira dal mercato una maggiore quantità di lavoro di quella che ha oggettivato) un principio di corrispondenza tra classe e sfruttamento[72]: chi assume lavoro è sfruttatore e chi lo vende è sfruttato.

All’interno di questo modello, la «piccola borghesia», cioè gli agenti che lavorano in proprio e vendono direttamente le proprie merci senza vendere ne acquistare lavoro (e quindi come forma generale possono essere paragonati al primo modello di scambio presentato) possono risultare neutrali rispetto allo sfruttamento, cioè possono non essere né sfruttati né sfruttatori. Questo avviene se le merci che essi vendono contengono esattamente il lavoro sociale medio, cioè, in termini marxiani, se i prezzi sono proporzionali ai valori. In questo caso abbiamo un unico valore che corrisponde all’agente non sfruttato né sfruttatore. Se i prezzi non sono proporzionali ai valori abbiamo diversi valori di ricchezza che corrispondono a questo insieme di agenti; a questo insieme di valori di ricchezza corrispondono merci vendute che possono contenere più o meno lavoro sociale medio e i cui possessori possono essere, nella mediazione sociale del mercato, sfruttati o sfruttatori. È quindi importante sottolineare che non vale l’opposto del principio della corrispondenza tra classe e sfruttamento.  Dal fatto che se X vende/compra lavoro è sfruttato/sfruttatore non segue che se X è sfruttato/sfruttatore necessariamente vende/compra lavoro[73].

Si osservi che, nel secondo modello che abbiamo presentato, il presupposto dell’agente ottimizzante serve proprio per escludere strutture di preferenze anomale. Cosa succede infatti se una persona ricca vende lavoro, cioè se neghiamo la corrispondenza tra classe e ricchezza? Potremmo ancora affermare che questa persona è sfruttata? Sulla base del semplice scambio ineguale di lavoro potremmo affermarlo, se essa si limitasse ovviamente ad acquistare merci sul mercato soltanto con il suo reddito da lavoro. Se usufruisse di rendite finanziarie o immobiliari, si avrebbe la situazione in cui X non è sfruttato pur vendendo lavoro, perché il lavoro contenuto nelle merci che può acquistare con il suo reddito è maggiore del lavoro che ha oggettivato durante la sua giornata lavorativa. Di conseguenza, se si verifica che X non è sfruttato pur vendendo lavoro, si avrebbe una negazione del principio che definisce una corrispondenza tra essere sfruttato e vendere lavoro. Se accettassimo l’ipotesi che X usa solo il proprio reddito da lavoro, avremmo la situazione controintuitiva per cui una persona ricca risulta sfruttata. Si avrebbe una negazione del rapporto tra il fatto di avere grandi dotazioni e il fatto di non lavorare (e di assumere lavoro), quindi non si potrebbe più stabilire un rapporto tra vendere/acquistare lavoro e appartenenza di classe e non si potrebbe più collegare l’appartenenza di classe all’essere sfruttati o sfruttatori. Il presupposto dell’agente ottimizzante è allora necessario 1) per definire una chiara appartenenza di classe riferita all’azione di vendere o non vendere lavoro e quindi la corrispondenza tra classe e ricchezza, poiché intuitivamente chi assume lavoro ha sufficienti dotazioni di capitale per farlo, cioè è ricco e preferisce, appunto, non lavorare; 2) per definire indirettamente attraverso questa appartenenza di classe, in modo inequivocabile, l’essere sfruttato o sfruttatore in base al vendere o non vendere lavoro. Senza questi presupposti, lo sfruttamento potrebbe comunque realizzarsi per motivi contingenti – per esempio merci vendute al di sopra o al di sotto del loro valore – ma non potrebbe essere legato a una struttura di azione sociale definita e prevedibile identificata dalla corrispondenza classe-ricchezza.

D’altra parte, se i modelli non fossero definiti in una cornice di equilibrio generale, il concetto di comportamento ottimizzante, a prescindere dal problema delle preferenze, sarebbe tale solo sulla carta, in astratto; detto altrimenti i piani ottimizzanti degli agenti potrebbero non realizzarsi effettivamente. Ci sarebbero agenti che non riescono a far fruttare il loro capitale, altri che non riescono ad ottenere il saggio di profitto rispetto al quale avevano programmato i loro piani di investimento, dovendo magari iniziare a erogare lavoro e «scivolando» così in una classe inferiore. Altri ancora che invece non riuscirebbero a vendere la loro forza lavoro, rimanendo disoccupati. Anche in casi del genere, pur se le preferenze fossero normali, le classi non risulterebbero più nettamente delimitate e definite e quindi neppure la suddivisione in sfruttati e sfruttatori. Lo sfruttamento non potrebbe più essere visto come il risultato che emerge da un processo sociale di scambio messo in atto da agenti a) in possesso di differenti dotazioni, b) che ottimizzano, c) in  mercati competitivi. Assumere i presupposti del comportamento ottimizzante e dell’equilibrio economico serve proprio per mostrare che, indipendentemente da tutte le situazioni concrete nelle quali essi sono costantemente violati – e quindi, lo ripetiamo, l’essere sfruttati o sfruttatori può verificarsi per motivi contingenti –, basta assumere a), b) e c) per avere una netta suddivisione in classi e in agenti sfruttati e sfruttatori. Secondo quanto richiamato all’inizio, siamo ora in grado di capire come effettivamente lo sfruttamento, in questi modelli, non sia considerato un dato strutturale e, per così dire, presupposto a priori e non si realizzi in maniera teleologica ma emerga, piuttosto, in modo coerente con i presupposti dell’individualismo metodologico, come risultato globale, macro, dal livello micro rappresentato dal comportamento di agenti che in mercati competitivi tentano di ottimizzare (cioè minimizzare il lavoro erogato e ottenere il massimo saggio del profitto). Come già precisato, se un agente ricco vendesse lavoro ci sarebbe un collegamento tra classe e ricchezza negato sul piano della prassi, per cui, come si è appena visto, l’agente ricco risulterebbe sfruttato, oppure ci sarebbe un agente che vende lavoro senza essere sfruttato.

I primi due modelli presentati da Roemer si riferiscono ad un’economia nella quale non c’è accumulazione e nella quale i panieri consumati dai lavoratori corrispondono a preferenze di pura sussistenza. Il terzo modello analizzato[74] è quello più vicino ad un’economia capitalistica reale con accumulazione di capitale, nella quale gli agenti possono in effetti avere preferenze non di pura sussistenza e ricevere più di un salario di sussistenza. Per estendere a questi modelli i risultati che abbiamo esposto – cioè la possibilità di identificare con certezza agenti sfruttati e agenti sfruttatori – è necessario formulare una nuova definizione di sfruttamento, indipendente dalle preferenze di pura sussistenza. Consideriamo tutti i panieri possibili che l’agente X può acquistare con il reddito di cui è in possesso; valutiamo la quantità di lavoro in ciascuno di essi oggettivato e identifichiamo quello che contiene la quantità massima/minima di lavoro oggettivato. Se questa quantità è comunque minore/maggiore della quantità di lavoro oggettivata da v durante la sua giornata lavorativa, v è un agente sfruttato/sfruttatore[75]. La necessità di questa  nuova definizione di sfruttamento  risiede nel fatto che, non trattandosi più di un economia di pura sussistenza, il paniere di consumo degli agenti non è fisso. I  loro gusti e le loro preferenze sono quindi, entro certi limiti, liberi di cambiare. Ma se un agente potesse da sfruttato diventare sfruttatore e viceversa, semplicemente cambiando i gusti e le preferenze (quindi acquistando merci diverse),  la necessità e le connotazioni etiche del concetto di sfruttamento andrebbero perdute.

A questo proposito, Jon Elster sottolinea giustamente che nell’analisi di Roemer sia l’appartenenza di classe che lo sfruttamento sono definiti in maniera modale. Un individuo è capitalista se per ottimizzare deve assumere forza lavoro. Non è forzato dalle circostanze a farlo, ma se vuole ottenere il massimo reddito dalle sue dotazioni deve comportarsi così. Allo stesso modo, un agente è sfruttato non perché il lavoro oggettivato nelle merci che compra è minore del lavoro che ha erogato, ma perché il lavoro contenuto in qualsiasi merce che può comprare è minore di quello che ha erogato. In questo modo lo sfruttamento diventa indipendente dalle preferenze di consumo[76]. Anche in questo modello, se i prezzi sono proporzionali ai valori, associato alla classe «piccola borghesia» c’è un solo valore di ricchezza a cui corrisponde un agente che non è né sfruttato né sfruttatore. Se i prezzi non sono proporzionali ai valori, proprio in virtù della nuova definizione di sfruttamento, l’«area grigia» di agenti che non sono neutrali rispetto allo sfruttamento (in quanto alcuni di essi acquistano un paniere di beni che contiene più lavoro di quanto ne abbiano speso e sono quindi definibili sfruttatori pur non assumendo lavoro, mentre altri, al contrario, acquistano un paniere che contiene meno lavoro di quanto ne abbiano speso e sono quindi definibili sfruttati pur non vendendo lavoro) e per i quali quindi non vale l’inverso del principio, è più ampia rispetto al modello di semplice sussistenza.

Nel modello con accumulazione si evidenziano alcuni problemi. Gli agenti infatti, non avendo, come si è detto, preferenze di pura sussistenza,  possono decidere di lavorare più a lungo. Questo può facilitare il darsi delle preferenze anomale cui abbiamo accennato prima. Una persona potrebbe accumulare ricchezza al punto da poter impiegare il lavoro altrui e mantenere poi la sua stessa struttura di preferenze cosicché il lavoro che eroga non diminuirebbe con la ricchezza. La corrispondenza classe-ricchezza può allora venir meno e, indirettamente, anche la corrispondenza classe-sfruttamento, in quanto non sarebbe più possibile identificare con precisione agenti sfruttati e agenti sfruttatori. Tuttavia, pur con le limitazioni appena accennate, Roemer ritiene che la sua analisi possa rappresentare una risposta alle critiche neoliberali al concetto di appropriazione ingiusta e di sfruttamento. Per esempio, R. Nozick ha sostenuto che può esserci un clean path all’accumulazione originaria e quindi un possesso legittimo di capitale e che, in generale, se il capitale che un individuo possiede è realmente frutto delle sue abilità, della sua forza e della capacità di differire le gratificazioni, il titolo di proprietà su di esso è legittimo. Nei modelli di Roemer, invece, sulla base esclusivamente di una differente dotazione di risorse di qualsiasi genere (reali o finanziarie) e attraverso una forma di scambio sociale, cioè la mediazione di un mercato competitivo, indipendentemente dal modo giusto o ingiusto con cui  quelle risorse sono state acquisite, alcuni agenti, necessariamente, si appropriano di una quantità di lavoro maggiore di quanta ne abbiano immessa nel mercato risultando così sfruttatori, mentre altri si appropriano di una quantità di lavoro minore di quanta ne abbiano immessa nel mercato emergendo come sfruttati, e ciò indipendentemente dalla loro volontà e dalla loro coscienza. Questo meccanismo, oltre che nei modelli con mercato del lavoro, può verificarsi sia, come abbiamo visto, in un’economia senza mercato del lavoro, sia attraverso la semplice mediazione creditizia[77].

Lo scambio tra capitale e lavoro non è quindi fondamentale, nell’analisi di Roemer, per definire il concetto di sfruttamento, che risulta essere un rapporto più generale tra individuo e società. Proprio perché lo scambio tra capitale e lavoro non è fondamentale per definire lo sfruttamento, Roemer non attribuisce importanza al processo lavorativo, del tutto assente dalla sua analisi, e alle forme di dominio e controllo presenti in esso allo scopo di aumentare la produttività della forza lavoro. In sostanza, cioè, Roemer non si preoccupa del problema dell’estrazione di plusvalore che è invece il fulcro dell’analisi marxiana. In quest’analisi, com’è noto, viene mostrato come, dall’incontro dell’elemento forza lavoro con l’elemento capitale, attraverso il dato istituzionale «esterno» di una giornata lavorativa opportunamente fissata a un certo numero di ore, e attraverso sostanziali forme di intensificazione del lavoro e di controllo messe in atto sul luogo di lavoro, emerge un surplus, di cui il sistema legale garantisce l’approprazione alla classe dei possessori dei mezzi di produzione. Ciò che rimane, nei modelli analizzati, dell’impostazione marxiana classica è, allora, solo la definizione di sfruttamento basata sul rapporto tra lavoro ritirato dal e immesso nel mercato. Nell’insieme, Roemer adotta quindi una visione sostanzialmente neoclassica, già adombrata nell’uso dello schema di equilibrio generale, abbandonando anche il concetto di valore come fondamento dei prezzi di produzione[78].

Secondo la visione tradizionale degli economisti neoclassici, le forme di dominio e controllo sul luogo di lavoro sono dovute sostanzialmente a delle imperfezioni contrattuali. Nello scambio tra capitale e lavoro, data la fluidità e la disomogeneità della forza lavoro stessa, è difficile determinare con esattezza in anticipo come essa sarà usata nel processo lavorativo. Per questa ragione, è lasciato ampio margine ai capitalisti per forme di controllo e di intensificazione del lavoro di vario tipo. Dal punto di vista teorico, quindi, le forme di dominio sul luogo di lavoro  potrebbero essere eliminate realizzando dei contratti perfetti che riuscissero a rendere il più possibile definito e «fisso» il rapporto tra forza lavoro e lavoro erogato. In contratti del genere verrebbe specificato fin nel minimo dettaglio come la forza lavoro dovrebbe essere usata nel processo lavorativo, in modo che ogni momento della giornata lavorativa e ogni mansione siano fissati e definiti in anticipo. Questi contratti potrebbero imporre condizioni e ritmi estremamente alienanti ma, all’interno della fictio juris di questo mondo perfetto, sarebbe salvaguardato il libero arbitrio del lavoratore il quale, perfettamente informato fin dall’inizio di quale sarà la situazione di lavoro, sarebbe in grado di accettare o rifiutare. inoltre, sul luogo di lavoro la necessità di una forma di sorveglianza sarebbe minima posto che, qualora il lavoratore contravvenisse alle regole imposte dal contratto, potrebbe essere immediatamente licenziato e sostituito[79].

Trascurando per un momento l’irrealtà di un simile scenario, visti i costi insostenibili, in termini di tempo e di difficoltà di formazione e di integrazione, legati al probabile continuo turn over di lavoratori, ammettiamo per un momento che un contratto come quello descritto sia possibile. Dobbiamo considerare due possibilità: la prima è che il contratto lasci ampia libertà all’operaio, e quindi non ci siano regole rigide su vari aspetti del lavoro, né ritmi di attività particolarmente gravosi. In questo caso però o non c’è plusvalore e non c’è accumulazione, oppure ci troviamo in un contesto non competitivo, nel quale l’accumulazione può procedere a ritmi più lenti rispetto a quelli imposti da una realtà concorrenziale, che impone innovazioni continue per aumentare il tempo di lavoro non pagato e diminuire i prezzi delle merci. É evidente però che questo scenario non corrisponde più ad un’economia capitalistica. La seconda possibilità, come già è stato richiamato, è che il contratto imponga a priori, proprio perché non prevede la possibilità di un forma di controllo diretta, modalità e ritmi particolarmente rigidi e alienanti. In questo caso l’unica ragione per cui,  in una logica rational choice, un individuo accetterebbe tale contratto è il fatto di non avere alternative o il fatto che queste alternative, ammesso che esistano, risultano troppo rischiose e aleatorie. In questo caso però deve esserci – come nel modello marxiano classico – una variabile esterna che agisce da regolatore e da «guardiano», cioè la disoccupazione o, come si esprimeva Marx, l’esercito industriale di riserva, quale elemento strutturale e non transitorio della realtà capitalistica. La sua esistenza costringe i lavoratori ad accettare determinate condizioni di lavoro e bassi salari ed influisce anche sulla contrattazione collettiva. Integrare questo aspetto, tuttavia, colloca necessariamente l’analisi ad un livello di astrazione inferiore rispetto alle intenzioni originarie dell’autore[80]. I modelli con il mercato del lavoro e  con le classi sociali, inoltre, sono già modelli di capitalismo avanzato – le classi sociali sono legate in modo deterministico ai mezzi di produzione, c’è un mercato del lavoro e soprattutto un mercato del credito – senza gli elementi di disturbo che caratterizzano un’economia capitalistica reale: competizione, squilibri tra domanda e offerta, conflitto sociale nei luoghi di lavoro[81].

Le difficoltà inerenti all’astrattezza della costruzione teorica di Roemer sono sottolineate anche da A. Przeworsky. Il modello di capitalismo di Roemer è concepito – egli sostiene – secondo uno schema di cicli isolati, che si riproducono uno dopo l’altro in modo identico nel tempo senza che vari la distribuzione del reddito [82]. Da questo punto di vista, l’aver rinunciato alla centralità del processo lavorativo porta Roemer a postulare un rapporto diretto tra distribuzione attuale del reddito e dotazioni iniziali di ricchezza in particolare nel caso dei capitalisti. Dal punto di vista di questi ultimi, tuttavia, il raggiungere un determinato reddito partendo da una certa dotazione iniziale di ricchezza, dipende proprio dalla loro capacità di estrarre, in vari modi, plusvalore nel processo produttivo. Il collegamento automatico, implicito nei modelli di Roemer, tra ricchezza iniziale e finale è, nel caso del capitalisti, del tutto aleatorio[83]. Secondo E.O.Wright, invece, il concetto di dominio e di controllo nel processo lavorativo è essenziale per definire il concetto di classe. Egli sottolinea che le relazioni di appropriazione reale che caratterizzano una classe sociale e le relazioni di dominio sono interconnesse e che l’appropriazione senza il dominio e il dominio senza l’appropriazione creerebbero una situazione incompatibile con la stabilità delle relazioni di produzione. É proprio l’aspetto del dominio che distingue una relazione di classe rispetto alla semplice disuguaglianza[84]. Per quanto riguarda, infine, i due principi della corrispondenza classe-ricchezza e classe-sfruttamento, anche se permettono, dati certi presupposti, di dedurre la posizione di classe guardando semplicemente la ricchezza dell’agente, e lo sfruttamento guardando la posizione di classe, occorre sottolineare, ancora una volta, che essi possono essere ritenuti validi solo in riferimento a situazioni di equilibrio, cioè stati dell’economia in cui, come abbiamo sottolineato più volte, ogni agente è riuscito ad usare completamente le proprie dotazioni e in cui domanda e offerta si equilibrano. Essi non si applicano a situazioni di competizione imperfetta, ossia di non  equilibrio. Eppure queste ultime rasppresentano nondimeno le situazioni preponderanti nella vita economica reale con monopoli, oligopoli, squilibri tra domanda e offerta, agenti che non riescono ad usare le proprie dotazioni e, quindi, fallimenti di imprese e disoccupazione. Non è quindi possibile dire come si comporterebbero agenti «ottimizzanti» in queste situazioni. Per quanto riguarda il concetto di comportamento ottimizzante può suscitare infine qualche perplessità il modo in cui Roemer «deduce» da esso e dalle dotazioni degli agenti la loro posizione di classe. Deve esserci stato, infatti, un momento originario in cui le dotazioni, e quindi le classi, si sono costituite, che non può essere spiegato dal comportamento ottimizzante stesso.

3.2   Nell’ultima parte della sua opera A general theory of exploitation and class,[85] Roemer elabora una teoria dello sfruttamento che prescinde dal valore lavoro per richiamarsi ai concetti della teoria delle coalizioni, ramo della teoria dei giochi. La nuova teoria, dovrebbe servire, tra l’altro, a risolvere alcune situazioni ambigue legate alla definizione di sfruttamento come scambio ineguale di lavoro sulle quali ci siamo già soffermati. Il nucleo della teoria classica dello sfruttamento proposta da Roemer, era sostanzialmente che appartenenza di classe e ricchezza possono essere considerate buone approssimazioni l’una dell’altra: si può ragionevolmente identificare l’assumere lavoro con l’essere ricchi e il vendere lavoro con l’essere «poveri», cioè privi di dotazioni. L’assunzione che il lavoro prestato diminuisca con l’aumento della ricchezza è ragionevole dal punto di vista storico ed è intuitiva. Da un punto di vista strettamente logico, però questa assunzione, secondo Roemer, non tiene[86].

Come abbiamo avuto modo di sottolineare, infatti, possono esserci situazioni, dovute a preferenze «anomale», in cui all’aumento della ricchezza si associa un aumento del lavoro che l’agente desidera erogare. Per comprendere più in dettaglio questa possibilità, si consideri il seguente modello, nel quale è usata una tecnologia ad alta intensità di capitale. Essa richiede una giornata di lavoro e un’unità di capitale grano per produrre un’unità di grano come prodotto netto, cioè come puro mezzo di sussistenza che permette di vivere una settimana. Il tempo di lavoro necessario del modello è dunque un giorno e la settimana rappresenta l’unità temporale. Immaginiamo una situazione in cui ci sono due agenti, J e K, con una differente distribuzione iniziale di capitale-grano. J possiede 3 unità, K 1 unità. Usando entrambi la tecnologia ad alta intensità di capitale essi lavorano, rispettivamente, J tre giorni, producendo tre unità di grano, di cui 1 da consumare e le altre 2 da accumulare (oppure, ma non in questo caso, anch’esse da consumare oltre le necessità di sussistenza), K un giorno, producendo un’unità di grano. I due agenti hanno, tuttavia, una struttura di preferenze molto diversa l’uno rispetto all’altro. J, infatti, che è riuscito ad accumulare le 3 unità di capitale attraverso il duro lavoro, ha ormai fatto propria una morale calvinista rigida che lo spinge a lavorare e arricchirsi ancora di più. Invece di lavorare tre giorni usando le sue 3 unità di capitale, producendo per il consumo e l’accumulazione 3 unità di grano come prodotto netto, preferirebbe lavorare quattro giorni e consumare e accumulare più di 3 unità, diciamo 3 e 1/3 unità di grano. K, invece, essendo di indole pigra, preferirebbe non lavorare assolutamente passando piuttosto il tempo a leggere. Poiché spende poche energie, preferirebbe anche consumare meno di un’unità di grano e precisamente 2/3. Essi possono allora migliorare la loro situazione attraverso il seguente accordo: J lavora un giorno in più per K, ricevendo come salario proprio 1/3 di grano a cui K è disposto a rinunciare. Rimangono 2/3 di grano a K che ha lavorato esattamente 0 giorni. Poiché, come abbiamo precisato, il tempo di lavoro necessario in questo modello è un giorno, cioè ogni agente dovrebbe lavorare un giorno per produrre i propri mezzi di sussistenza, K sfrutta J in senso marxiano, in quanto vive del lavoro non pagato di J. Tuttavia J è il più dotato e K il meno dotato[87]. In generale, quindi, se si ammette, almeno in linea teorica, l’esistenza di questo tipo di preferenze, lo sfruttamento non è più una buona approssimazione della ricchezza e della collocazione di classe.

Un’altra situazione ambigua – che costituisce la base delle critiche neoliberali alla teoria dello sfruttamento – è quella per cui possono generarsi situazioni di sfruttamento da un’originaria eguaglianza di dotazioni. Si tratta di una variante, o meglio di un ulteriore sviluppo, del problema che il modello presentato precedentemente cerca di cogliere. La disuguaglianza si crea a causa delle diverse preferenze per il tempo libero dei due agenti nel periodo iniziale, uno di essi lavora infatti più dell’altro. Da essa emerge poi lo sfruttamento nel senso tradizionale: colui che ha accumulato capitale assume l’altro riuscendo ad ottenere un pluslavoro.   L’idea centrale di questa nuova teoria è che una persona o un gruppo sono sfruttati se esiste una determinata situazione alternativa (conditionally feasible alternative), nella quale essi si troverebbero meglio. La situazione alternativa può essere variamente definita, specificando la nuova distribuzione di ricchezza di cui ogni gruppo o individuo si troverebbe a godere in essa.  Più analiticamente: si definisce un gioco, vale a dire una particolare situazione sociale, in cui alcuni individui o gruppi interagiscono secondo determinate regole, e si definiscono delle coalizioni. Ognuna di queste coalizioni può partecipare al gioco o ritirarsi sotto certe condizioni (sostanzialmente, nuovi assetti istituzionali e quindi indirettamente nuove distribuzioni di dotazioni) e ottenere ricompense (pay-offs) diverse (in senso lato, il guadagno o la perdita in termini di ricchezza materiale, benessere, salute, ecc). Definiamo V(S) la ricompensa che la coalizione S riceve nel gioco V, ritirandosi sotto certe condizioni. Se questa ricompensa risulta maggiore del reddito che essa riceve normalmente, la coalizione S si definisce sfruttata. Nel linguaggio della teoria dei giochi si definiscenucleo (core) di un gioco l’insieme di allocazioni di ricchezza per cui nessuna coalizione è sfruttata. Una certa distribuzione del reddito, cioè, è nel nucleo del gioco V se ogni coalizione, ritirandosi con il suopay-off V(S), non può stare meglio di quanto stia normalmente. Se, viceversa, una coalizione S sta meglio ritirandosi con il pay-off V(S) di quanto stia con la sua attuale distribuzione del reddito, si dice – sempre nel linguaggio della teoria dei giochi – che la coalizione può «bloccare» questa distribuzione del reddito. Una coalizione «bloccante» è una coalizione sfruttata. Viceversa, se una coalizione, ritirandosi con un determinato pay-off sta peggio, è una coalizione sfruttatrice. A seconda dei particolari tipi di nucleo che definiamo, si avranno differenti condizioni di ritiro e quindi differenti tipi di sfruttamento. Si osservi che ogni definizione di nucleo corrisponde, per così dire, a una particolare intuizione sulla giustizia distributiva. Una situazione di sfruttamento, quindi, si definisce sempre in base a una distribuzione più evoluta, dal punto di vista dell’uguaglianza, di beni alienabili e non alienabili[88]. Seguendo questi criteri è allora possibile identificare diversi tipi di sfruttamento: feudale, capitalista, socialista, sfruttamento da status e da bisogno (tutte le definizioni che seguono si possono applicare in termini relazionali, definendo cioè – come appena specificato – due coalizioni , S e il suo complementoS’,  per capire chi è sfruttato e chi è sfruttatore).

Definendo il nucleo secondo dei criteri tradizionali di proprietà privata, possiamo cogliere lo sfruttamento feudale. Secondo le allocazioni di questo nucleo, nessuno degli agenti feudali risulta sfruttato. Il servo ha il suo piccolo pezzo di terra da cui trae sostentamento e non lavora sulla terra del signore. Il signore non dispone più del lavoro del servo ma rimane con la sua ricchezza monetaria e i suoi possedimenti. Allo stato effettivo delle cose, allora, la coalizione dei servi, è sfruttata perché se si ritirasse con le dotazioni definite in questo tipo di nucleo starebbe chiaramente meglio. Il suo pay-offsarebbe infatti positivo, in quanto potrebbe tenersi i frutti del proprio lavoro di cui prima si appropriava il signore. Il signore, dovendo rinunciare al lavoro del servo, starebbe peggio. Il suo pay-off sarebbe negativo, perderebbe i frutti del lavoro del servo, di cui prima si appropriava. Se non esistono ancora delle forme di rendita finanziaria, sarebbe costretto a mettersi a lavorare o vendere delle proprietà. Quindi il servo è sfruttato il signore è sfruttatore[89].

Lo sfruttamento capitalista[90] si può cogliere collocando nel nucleo, cioè nella distribuzione alternativa di dotazioni, una distribuzione nella quale la ricchezza materiale e finanziaria è ripartita pro capite in maniera egualitaria, quindi, indirettamente, il tempo di lavoro complessivo non è più appropriato da una parte ristretta della società. Possiamo definirlo nucleo socialista. Secondo questa allocazione, nessuno degli agenti capitalisti – proprietari e operai –  è sfruttato. Nella situazione attuale, invece, la coalizione degli operai è una coalizione sfruttata, perché, se si ritirasse sotto le condizioni appena definite, starebbe meglio. Il suo pay-off, infatti, sarebbe positivo, avrebbe il possesso del proprio tempo di lavoro. Viceversa, la coalizione dei capitalisti è una coalizione sfruttatrice, perché, se si ritirasse, sempre sotto quelle condizioni di equa ridistribuzione, starebbe peggio. Il suo pay-off sarebbe ovviamente negativo, perderebbe il possesso e il controllo del lavoro  dell’operaio.

E’ possibile, secondo Roemer, definire anche altri tipi di sfruttamento meno immediati. Così, all’interno di una società che ha ridistribuito in maniera egualitaria la ricchezza materiale – chiamiamola solo per semplicità «socialista» – sarebbe possibile raffinare ulteriormente la sensibilità alla disuguaglianza ammettendo l’idea, controintuitiva dal punto di vista dell’etica capitalistica, che chi possiede intelligenza e talento «sfrutta» chi non li possiede perché ha lavori migliori e meglio retribuiti.  In questo caso il nucleo è rappresentato da quell’insieme di allocazioni che comprende, oltre che una ridistribuzione materiale, come nel caso precedente, anche una «redistribuzione» di intelligenza e talento.  Possiamo allora  definire una forma di sfruttamento «socialista» sostenendo che una coalizione è sfruttata se la sua situazione migliorerebbe qualora si ritirasse con la sua quota pro capite di beni non alienabili – intelligenza e talento – una volta che quelli alienabili sono già stati distribuiti[91]. La distribuzione del reddito socialista non è nel nucleo del gioco perché se la coalizione delle persone che ne sono prive si ritirasse con una redistribuzione procapite di intelligenza e talento starebbe meglio[92].

Abbiamo poi lo sfruttamento da status (status exploitation) e lo sfruttamento da bisogno (need exploitation)[93]. Lo sfruttamento da status tenta di cogliere quelle situazioni di ingiustizia – che in particolare si verificano in società a direzione fortemente centralizzata come sono state quelle del comunismo reale, ma che potrebbe avere un’applicazione più ampia – in cui alcune persone hanno un insieme di privilegi semplicemente grazie alla loro appartenenza a un gruppo, in particolare, nel caso degli ex paesi comunisti, una burocrazia. Questi privilegi sono garantiti dal possibile uso diretto o indiretto del potere e della forza. Potremmo definire il nucleo, cioè la distribuzione alternativa di dotazioni, come segue: l’insieme di allocazioni che comprendono una redistribuzione dello status e quindi una redistribuzione dei benefici di chi fino a quel momento aveva usato la sua posizione per esercitare un’indebita influenza, purché chi ora ne può usufruire non eserciti a sua volta un privilegio a spese di altri, cioè non ottenga altri benefici in modo indebito sempre attraverso lo status.

Lo sfruttamento da bisogno definisce infine le situazioni in cui un individuo non è in grado – a causa di handicap fisici o psichici, età ecc. – di lavorare o in generale di essere socialmente utile. Egli è allora soggetto a una forma di sfruttamento da bisogno nel senso che, ad esempio, le persone che hanno una malattia grave o una forma di invalidità, pur avendo gli stessi bisogni delle persone sane possono, sulla base di un determinato assetto sociale, non essere in grado di soddisfarli. Una struttura sociale più evoluta deve appunto definire un’allocazione di risorse che eviti questa situazione. Il nucleo in questo caso è definibile come l’insieme di allocazioni che comprendono una redistribuzione ulteriore di ricchezza a favore di handicappati e malati. La dotazione di risorse di coloro che soffrono di un handicap o di una malattia non è nel nucleo perché se la persona si ritirasse con le nuove dotazioni appena descritte starebbe meglio. Anche in questi ultimi due casi, designando delle coalizioni, si può poi applicare la solita definizione per capire se una coalizione è sfruttata o sfruttatrice dal punto di vista dello status o del bisogno.

Nello schema di Roemer, ognuna delle forme di sfruttamento descritte corrisponde ad un particolare modo di produzione. Ognuna, come già abbiamo richiamato, è criticata dal punto di vista ideologico dello sviluppo successivo (cioè l’ideologia capitalistica attacca quella feudale, quella socialista attacca quella capitalista, ecc.) e ogni modo di produzione elimina la forma di sfruttamento precedente. Questa eliminazione progressiva delle forme di sfruttamento costituisce il primo aspetto di una teoria della storia che Roemer precisa in vari testi[94] e che presenta vari aspetti problematici a causa dello schema rational choice nella quale è inserita. Possiamo allora pensare ai vari raffinamenti non come a stadi di una sequenza storica sociale necessaria ma come a giochi alternativi non ordinati temporalmente, che possono anche coesistere tra loro. Lo sfruttamento feudale può sussistere ancora accanto a quello capitalista, così come lo sfruttamento socialista può sussistere accanto a quello capitalista. In alcune parti del mondo, infatti, esistono ancora forme più o meno manifeste di schiavitù. In generale, se guardiamo ai rapporti tra nazioni sviluppate e nazioni non sviluppate, vediamo che questi sono caratterizzati da grandi differenze di capacità e di accesso a dotazioni di capitale che si realizzano e si riproducono attraverso il credito, il commercio internazionale, il mercato del lavoro e attraverso forme più o meno dirette di dominio politico. Nell’ambito di questi rapporti è possibile mettere in luce proprio la compresenza di forme di sfruttamento feudale, capitalista e socialista[95].

Roemer sviluppa anche[96] alcuni modelli nei quali è applicata concretamente al capitalismo la teoria dello sfruttamento in termini di condizioni di ritiro. Questi modelli devono essere compresi tenendo presente il principio dell’individualismo metodologico, cioè quel principio per cui l’agire di una classe si spiega in base alla razionalità dell’agire dei singoli individui che la compongono, senza presupporre, in maniera strutturalista, che questa razionalità sia una proprietà di soggetti collettivi già costituiti. Il concetto di classe trova in questo modo una possibilità di collegamento con gli interessi concreti degli individui. Come al solito, sono definite delle coalizioni – nella fattispecie capitalisti, operai e contadini – e, successivamente, tutti i possibili  rapporti tra queste coalizioni, in relazione a differenti condizioni di ritiro, ossia ai diversi assetti sociali alternativi con relative e diverse distribuzioni di ricchezza. Questa impostazione solleva tuttavia il problema non trascurabile dell’informazione, vale a dire, di che cosa, ciascun soggetto, è in grado di sapere sui futuri stati dell’economia, sulle condizioni ipotetiche future e sui futuri equilibri.

Nello schema di Roemer, inoltre, i lavoratori sono anch’essi individui razionali che cercano di sfruttare al meglio le loro risorse. Da questo punto di vista, come ha sottolineato ancora A. Przeworsky, il loro interesse è aumentare il reddito e riuscire a passare in un’altra classe sociale. Anche ammettendo che il passaggio al socialismo fosse considerato un’alternativa razionale, in quanto effettivamente in grado, sulla base dei nuovi rapporti di proprietà e di una nuova organizzazione del processo produttivo, di aumentare il reddito dei lavoratori, decidere di lottare per esso potrebbe comunque non costituire un’azione razionale, proprio dal punto di vista della massimizzazione del reddito. La transizione, infatti, ammesso ovviamente che abbia successo, potrebbe imporre un’elevatissima, per quanto temporanea, perdita di benessere sia ai lavoratori che al resto della società[97]. Rimanendo fedele allo schema della rational choice, Roemer non ha introdotto nessuna motivazione etica che spinga gli individui a desiderare il passaggio ad un altro modo di produzione. Senza motivazioni etiche, sembra però difficile dare una base a un’azione volta al cambiamento dei rapporti di produzione. All’interno di uno schema rational choice, infatti, non risulta mai conveniente per l’individuo scegliere di lottare per un diverso assetto dei rapporti di produzione, ma solo cercare di migliorare la propria condizione all’interno della società così com’è. É tutt’altro che semplice, comunque, riuscire ad identificare una motivazione all’azione che si situi in un ideale punto di equilibrio tra agire determinato da interessi concreti e principi universalistici. Le ricerche di Roemer non riescono forse a collegare in modo completamente soddisfacente l’istanza etica – posta, come abbiamo visto, sul piano astratto della progressiva eliminazione delle varie forme di sfruttamento – alla prassi degli individui concreti. Esse hanno tuttavia il merito di aver messo in risalto questo problema e di aver portato – come ha sottolineato J. Bidet – una valida critica alla metafisica dei grandi soggetti. I suoi limiti – osserva ancora Bidet – probabilmente insiti in un approccio rational choice, consistono, in particolare per quanto riguarda Roemer, nell’aver messo da parte troppo nettamente gli aspetti strutturali dello sfruttamento e nell’aver ridotto quest’ultimo a una forma di disuguaglianza togliendo, come abbiamo richiamato più volte, importanza agli aspetti concreti della appropriazione di tempo nel processo lavorativo. Roemer, inoltre, nella nuova teoria basata sulle condizioni di ritiro ha dato eccessiva importanza a un approccio controfattuale – nel quale la razionalità del teorico si sovrappone alla realtà – e ha privilegiato in maniera sostanziale i rapporti di distribuzione rispetto a quelli di produzione, rinunciando completamente al concetto di contraddizione[98]. Più in generale, sempre riguardo alla nuova teoria, gli esempi sulle particolari strutture di preferenze che costituirebbero il motivo principale per la sua introduzione, sembrano descrivere situazioni talmente eccezionali da non giustificare in maniera convincente l’abbandono della teoria dello sfruttamento basata sullo scambio ineguale di lavoro. La differenza di preferenze e capacità sembra davvero avere un impatto molto lieve sulla realtà dello sfruttamento[99].

4. Conclusione

Nell’insieme, le ricerche degli autori che abbiamo analizzato presentano, a nostro avviso, i pregi e i limiti di un’impostazione che rientra nella tradizione della filosofia analitica. Il tentativo di  instaurare un dialogo con le scienze sociali contemporanee, la psicologia e la teoria economica, si rivela fecondo; il rigore e la precisione linguistica permettono di dare forma a quelle che altrimenti rimarrebbero vaghe intuizioni, di esplicitare problemi e interrogativi. Il prezzo, per ciascun autore con sfumature diverse, è tuttavia un elevato livello di astrazione che porta ad accentuare eccessivamente l’aspetto metodologico e a dimenticare, a volte, l’importanza della concreta dimensione storica sociale di molti fenomeni. É forse anche a causa di questa astrazione che, come abbiamo osservato all’inizio, risulta del tutto assente nel marxismo analitico un confronto approfondito con la tradizione marxista del novecento, rispetto alla quale esso sembra, in generale, autocollocarsi in una sorta di isolamento intellettuale.

A questo proposito, riguardo al problema dei residui hegeliani nel pensiero di Marx, avevamo osservato (vedi 1. I), come a volte stupisca l’insistenza e l’asprezza polemica di Elster su questo argomento, essendo il tema della teleologia e dell’influsso hegeliano nelle opere giovanili di Marx e del suo reale significato nell’ambito dello sviluppo del pensiero marxiano già stato oggetto di un’ampia analisi critica di cui non troviamo nel testo neppure un accenno. Tra le posizioni meno speculative e più epistemologicamente consapevoli, che hanno insistito sulla continuità tra Hegel e Marx, riscontrabile anche nelle opere della maturità di quest’ultimo, segnaliamo in Italia G. Bedeschi. Alla base del concetto di sfruttamento, e quindi di quello di plusvalore, categoria centrale del Capitale,resta sempre il concetto di lavoro alienato, incomprensibile, secondo Bedeschi, senza tener presente la dialettica hegeliana[100]. I limiti teorici dei tentativi di un innesto hegeliano su tematiche marxiane, risultano invece evidenti e inaggirabili nel famoso libro di G. Lukács Storia e coscienza di classe che vede nel proletariato, grazie alla sua particolare posizione nel processo produttivo, una sorta di surrogato materialistico dello Spirito hegeliano che giunge ad autocoscienza. Più fertili di spunti risultano, a nostro avviso, le posizioni che hanno messo l’accento sulla «rottura» tra Marx ed Hegel come quella di Althusser che, come si è accennato in apertura, pur con i suo limiti, ha indicato, nel già citato Leggere il Capitale e in Per Marx[101], una nuova direzione da seguire, ripresa con altri strumenti dagli autori che abbiamo analizzato. Secondo Althusser, la concezione marxiana della dialettica è completamente diversa da quella hegeliana. La dialettica hegeliana muove infatti da un’unità originaria che si scinde in due elementi opposti e produce, attraverso la sua autoevoluzione, tutto il processo successivo. Essa non si perde mai tuttavia in questo processo, perché la sua complessità e la sua pluralità sono solo apparenti, sono solo l’aspetto superficiale del fenomeno. Per Marx, invece, il semplice trova la sua esistenza soltanto all’interno di una struttura complessa. In questa struttura complessa le differenze non si danno, come in Hegel, solo per essere negate. La contraddizione principale (tra capitale e lavoro, tra forze produttive e rapporti di produzione) sussiste accanto a contraddizioni secondarie che sono altrettanto reali e agiscono sulla contraddizione principale. Quest’ultima risulta, per usare il linguaggio di Althusser, «surdeterminata». Per questo la contraddizione tra capitale e lavoro, anche se fondamentale, può non giocare, in una data formazione sociale, il ruolo dominante. Una posizione significativa sempre a favore del distacco di Marx da Hegel è stata quella di G. Della Volpe, che nella sua opera Logica come scienza storica[102] vede il metodo di Marx – fatto di astrazioni determinate e storiche – come radicalmente diverso dalla dialettica speculativa hegeliana, ma anche, è il caso di sottolinearlo, dal positivismo e dalla sua venerazione per i fatti. Manca in effetti, nel lavoro di Elster, nonostante la polemica sulla teleologia, un confronto con questi autori e queste problematiche.

Per quanto riguada Karl Marx’s theory of history, le tesi di Cohen, seppur proposte con uno un stile argomentativo molto diverso, evocano nondimeno le posizioni assunte in ambito strutturalista da M. Godelier. In due suoi noti articoli[103] Godelier ha sottolineato che la contraddizione tra le due strutture rappresentate dalle forze produttive e dai rapporti di produzione è più importante, per la comprensione della dinamica profonda dell’economia, rispetto a quella, interna ai rapporti di produzione borghesi stessi, tra capitalisti e operai.[104] Nell’introduzione a Karl Marx’s theory of history  Cohen critica – con l’eccezione dello studio di Balibar I concetti fondamentali del materialismo storico – lo strutturalismo marxista e, in particolare, Althusser. È tuttavia significativo il fatto che nel dibattito svoltosi tra Godelier stesso e L. Sève, quest’ultimo abbia criticato Godelier con argomentazioni simili a quelle impiegate da Levine e Wright nei confronti di Cohen. In particolare Sève ha sostenuto che, nella visione di Godelier, il passaggio ad una diversa forma di società avviene secondo il modello «quasi cibernetico» di un’incompatibilità funzionale tra due strutture, quelle appunto delle forze produttive e dei rapporti di produzione senza nessun riferimento a un attore sociale reale che determini il cambiamento[105].

Sempre per quanto riguarda Cohen, un confronto critico con le posizioni di J. Habermas, avrebbe potuto rivelarsi, con riferimento a molti aspetti, chiarificatore. Habermas, infatti, nel suo già citato testo Per la ricostruzione del materialismo storico, critica radicalmente l’idea di una teoria della storia basata esclusivamente sullo sviluppo delle forze produttive (come quella che si trova in Karl Marx’s theory of history e che si concretizza nello schema dell’evoluzione «unilineare, necessaria, continua e ascendente di un macrosoggetto»[106]), proponendo invece una teoria nella quale sono decisivi i diversi livelli di coscienza morale che presenta una forma di sviluppo e autonomo. In aggiunta, si noti come anche la sequenza delle diverse forme di sfruttamento e la loro eliminazione – che, come abbiamo più volte sottolineato, dovrebbe, secondo Roemer, costituire il collegamento tra materialismo storico ed etica – potrebbe trovare in questa teoria una forma di microfondazione più completa e non collegata esclusivamente allo sviluppo delle forze produttive. Rispetto tuttavia agli sviluppi del pensiero di Habermas, che nel suo testo posteriore l’Etica del discorso ha collocato i processi d’intesa in uno spazio trascendentale, il marxismo analitico ha avuto il merito di riportare in primo piano, come avevamo accennato in apertura, le dinamiche effettive dell’agire, dove l’intesa (ed, eventualmente, l’azione) possono svilupparsi a partire da interessi concreti e non solo da una discussione razionale basata sul rispetto di un insieme di regole procedurali e caratterizzata da una realizzabilità quanto mai problematica. Più in generale, al marxismo analitico deve essere riconosciuto, nonostante gli aspetti non privi di difficoltà messi in luce, di aver fatto emergere, all’interno di un’impostazione e di una tradizione diversa da quella liberale, il problema dell’individuo, dei suoi rapporti con la struttura sociale, dei suoi vincoli e delle sue possibilità.





[1]  R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, Il Mulino, Bologna 1971.
[2] Vedi K. Hempel, Logica dell’analisi funzionale, Istituto Superiore di Scienze Sociali, Trento 1967 e E. Nagel, La struttura della scienza, Milano, Feltrinelli 1984.
[3] Più in generale, la spiegazione funzionale, presenta, secondo Ester, tre paradigmi, così riassumibili:
1) Tutte le istituzioni e i comportamenti hanno delle funzioni latenti, cioè delle conseguenze che non sono volute né riconosciute e che sono positive per alcune strutture economiche o politiche (paradigma funzionale debole).
2) Tutte le istituzioni e i comportamenti che hanno delle funzioni latenti sono anche spiegati da queste funzioni (paradigma funzionale principale).
3) Tutte le istituzioni e i comportamenti hanno delle funzioni latenti e sono anche spiegati da queste funzioni (paradigma funzionale forte); vedi J. Elster, Explaining technical change, Cambridge University Press, Cambridge 1983, p. 57 e J. Elster, «Marxismo, funzionalismo e teoria dei giochi» in S. Petrucciani e F. S. Trincia (a cura di), Marx in America. Individui, etica, scelte razionali, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 181-183.
Il paradigma funzionale debole non spiega l’esistenza di un’istituzione o di un comportamento attraverso le sue conseguenze positive ma afferma che queste conseguenze semplicemente ci sono, anche se non sono desiderate e riconosciute. Esso, quindi, non presenta particolari problemi. Naturalmente la sua forza esplicativa è limitata. Il paradigma funzionale principale non afferma che tutte le istituzioni sono spiegate dalle loro funzioni latenti, perché possono esserci, in effetti, delle istituzioni che non ne hanno. Esso può risultare valido se si riesce a specificare un meccanismo con cui l’effetto (positivo) riproduce la causa che lo ha determinato, anche senza la consapevolezza degli attori coinvolti nel processo. La versione ingenua e ideologica della spiegazione funzionale è il paradigma funzionale forte che trova largo uso, secondo Elster, nella sociologia e nella politologia marxiste. Esse tendono a postulare, nelle dinamiche sociali, una valenza positiva – in termini economici, psicologici, culturali – per un determinato gruppo o classe sociale (in particolare quella dominante), senza che coloro che ne fanno parte abbiano agito con l’intenzione di raggiungere questo risultato. È come se queste dinamiche, quindi, avessero uno scopo senza un soggetto sociale che ne sia consapevolmente portatore.
[4]  J. Elster, Making sense of Marx, Cambridge University Press, Cambridge 1985. Trad. fr. Karl Marx. Une interprétation analytique, PUF, Paris 1989, p. 18. Nel presente saggio si farà riferimento all’edizione francese.
[5]  L. Althusser – E. Balibar, Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1968.
[6] A. Callinicos, «Le marxisme analytique anglo-saxon: introduction au marxisme analytique», «Actuel Marx» 7 (1990), pp. 18-19.
[7]  G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, Editori Riuniti, Roma 1981.
[8]  J. Habermas, Etica del discorso,  Laterza, Bari 1985.
[9]  J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna 1986.
[10] J. Habermas, Per la ricostruzione del materialismo storico,  Etas, Milano 1979
[11] J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., p. 36. Questa frase si trova in un articolo per il New York Daily Tribune, datato 10 giugno 1853, in K. Marx – F. Engels, Opere,  vol. XII, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 111-115.
[12] Ibidem. Anche questa frase si trova in un articolo per il New York Daily Tribune, datato 25 giugno 1853, in K. Marx – F. Engels, Opere,  vol. XII, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 129-135.
[13] R. Boudon, ad esempio, che non è certo accondiscendente verso l’uso di forme surrettizie di funzionalismo ingenuo e di teleologia, basti pensare alla sua polemica verso Foucault,  propone di considerare Marx come un pensatore che scriveva consapevolmente con intenti differenti e per lettori diversi (R. Boudon, Reply to Elster, in C. Modgil et S. Modgil, Robert Merton: consensus and controversy, Falmer Press, London-New York 1991, pp. 80-81).
[14] A. Wood, «Historical materialism and functional explanation», «Inquiry» 29 (1986), p. 21. Anche Wood sottolinea il fatto che, se le accuse di teleologia possono essere sensate per quanto riguarda una parte del pensiero giovanile di Marx, la teoria della storia tratteggiata nell’Ideologia tedesca – come già richiamato – è completamente diversa.
[15] Mi sono soffermato ampiamente su queste analisi in S. Bracaletti, Filosofia analitica e materialismo storico, Mimesis Edizioni, Milano 2005, in particolare pp. 96-102.
[16] K. Marx, Il capitale,  libro III, tomo 2, (a cura di D. Cantimori), Edizioni Rinascita, Roma 1956, p. 310, citato in J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., p. 60.
[17] Ivi, pp. 60-61.
[18] Vedi nota 3.
[19] D. Schweickart, «Reflections on anti-marxism: Elster on Marx’s functionalism and labour theory of value», «Praxis international» 8 (1988), 1, p. 112.
[20] Per un’esposizione e un’analisi di queste parti, vedi S. Bracaletti, Filosofia analitica e materialismo storico cit., in particolare pp. 96-102, pp. 102-113.
[21] Per il dibattito in lingua italiana, tra i contributi più significativi si possono richiamare quelli di P. A. Garegnani,  B. Miconi, D.M. Nuti, F. Panizza, M. Cini raccolti in Valori  e prezzi nella teoria di Marx. Sulla validità analitica delle categorie marxiane, Einaudi, Torino 1982. Per un altro contributi importante, vedi gli articoli di P. Giussani, pubblicati sulla rivista «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica», tra cui «La critica del sistema neoricardiano», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 3 (1984),  pp. 78-104 e Id., «Merce e valore», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 6 (1987),  pp. 86-112. Per contributi in ambito non strettamente italiano vedi H. Ehrbar – M. Glick, «La teoria del valore lavoro», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 6 (1987), pp. 3-46, E. Ochoa, «La relazione tra prezzi e valori», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 6 (1987), pp.47-60 e A. Shaikh, «La trasformazione da Marx a Sraffa», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 3 (1984),  pp. 33-74. E, più recenti, i contributi raccolti in R. Bellofiore ed.,Marxian Economics: a Reappraisal, vol. 2, Palgrave Macmillan 1998, e M. Campbell – G. Reuten eds.,The Culmination of Capital. Essays on Volume Three of Marx’s Capital, Palgrave Macmillan 2001.
[22] Vedi E. Screpanti – S. Zamagni, Profilo di storia del pensiero economico, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1992. 
[23] Vedi V. Valli, Politica economica, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1986.
[24] Vedi F. Moseley, «Il declino del saggio del profitto nell’economia USA del dopoguerra. Una spiegazione marxiana», in G. Pala, P. Giussani, F. Moseley, E. Ochoa, Prezzi, valori, saggio del profitto, Casa Editrice Vicolo del Pavone, Piacenza 1989. Altri autori che cercano di portare prove empiriche a sostegno della teoria sono A. Shaikh, «Il saggio di profitto di lungo periodo nell’industria manifatturiera U.S.A., 1909-1985», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 8 (1990),  pp. 3-29, G. Dumenil, M. Glick e J. Rangel, «Il declino della profittabilità negli Stati Uniti», «Plusvalore, Studi di teoria e analisi economica» 5 (1985),  pp. 23-61. Per una discussione d’assieme su questi problemi vedi G. Pala, P. Giussani, F. Moseley, E. Ochoa, Prezzi, valori, saggio del profitto cit.. Anche per questi argomenti, vedi R. Bellofiore ed., Marxian Economics: a Reappraisal cit. e M. Campbell – G. Reuten eds., The Culmination of Capital. cit.
[25] Vedi E. Zagari, Storia dell’economia politica. Dai mercantilisti a Marx, Giappichelli, Torino 1991.
[26] J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., pp. 638-660.
[27] K. Marx, Il capitale,  libro III, tomo 2, (a cura di D. Cantimori), Edizioni Rinascita, Roma   1956, p. 310, citato in J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., p. 655.
[28] J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., pp. 662-675.
[29] J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., pp. 496-499.
[30] J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit.,  p. 467.
[31] Ivi, p. 468.
[32] Ivi, pp. 473-479.
[33] Ivi, pp. 483-488.
[34] Ivi, p. 501.
[35] Ibidem.
[36] Ivi, p.469, nota 108.
[37] Vedi A. Giddens, La struttura di classe nelle società avanzate, Il Mulino, Bologna 1973.
[38] La diffusione capillare di un’ideologia individualistica, qual è il caso ad esempio degli Stati Uniti, ha come risultato una scarsa adesione ai sindacati e uno scarso impulso all’adesione all’azione collettiva. Questa ideologia individualistica massimizza la struttura di preferenze tipica del dilemma del prigioniero, indipendentemente dal realizzarsi o no di una stretta forma di interazione tra i membri di una classe. Inoltre, aspetti strutturali quali risorse, capacità e poteri di cui una classe dispone sono di importanza fondamentale per valutare se essa può organizzarsi collettivamente e per valutare quali conseguenze questa organizzazione può avere sia sulla classe in questione sia su altre forze all’interno della società. Fattori ancora più generali di carattere strutturale, manifestatisi nel corso dello sviluppo capitalistico, sono stati di ostacolo alla formazione di una coscienza di classe. Tra questi, i più significativi sono stati l’aumento della divisione del lavoro, il formarsi di nuovi strati sociali intermedi e di una sempre più vasta burocrazia statale e aziendale così come la progressiva standardizzazione dei consumi. Vedi S. Lash e J. Urry, «The new Marxism of collective action: a critical analysis», «Sociology» 18 (1984), p. 39.
[39] J. Sensat, «Methodological individualism and Marx», «Economics and philosophy» 4 (1988), 2, pp. 193-197.
[40] Vedi G. C. Homans, Le forme elementari del comportamento sociale, Franco Angeli, Milano 1975.
[41] J. Sensat,  «Methodological individualism and Marx» cit., p.208.
[42]  Ivi, p. 210.
[43] G. A. Cohen, Karl Marx’s theory of history. A defence, Princeton University Press,       Princeton  1978.
 [44] Ivi, p. 260.
[45] Ivi, p. 261.
[46] Ivi, p. 262.
[47] G. A. Cohen, «Replica ad Elster su marxismo, funzionalismo e teoria dei giochi», in S. Petrucciani e F. S. Trincia (a cura di), Marx in America. Individui, etica, scelte razionali, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 229-231 e G. A. Cohen, «Functional explanation: reply to Elster», «Political studies» 28 (1980), pp. 129-130.
[48] G. Kirkpatrick, «Philosophical foundations of analytical marxism», «Sciences and society» 58 (1994), 1, p. 38.
[49] G. A. Cohen, Karl Marx’s theory of history cit., p. 42.
[50] Ivi, p. 32.
[51] Ivi, p. 41.
[52] Ivi, p. 65.
[53] Ivi, pp. 88-89.
[54] E. M. Wood, «Rational choice marxism: is the game worth the candle?», «New Left Review» 177 (1989), pp. 70-73.
[55] G. A.Cohen, Karl Marx’s theory of history cit., p. 94.
[56] G. Kirkpatrick, «Philosophical foundations» cit., p. 39.
[57] 1) Le relazioni di produzione corrispondono a un certo stadio dello sviluppo delle forze   produttive materiali.
2) A un certo punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in conflitto con  le relazioni di  produzione all’interno delle quali avevano funzionato fino a quel momento.
3) Da forme di sviluppo delle forze produttive queste relazioni diventano ostacoli.
4) Comincia allora un’epoca di rivoluzione sociale.
5) Nessuna formazione sociale si estingue prima che tutte le forze produttive per le quali c’è spazio all’interno di essa  si siano sviluppate.
6) Nuove, più elevate relazioni di produzione non appaiono mai prima che le condizioni materiali della loro esistenza  siano maturate nel grembo stesso della vecchia società.
[58] Questa non simmetria non esclude la possibilità del condizionamento contrario, cioè dalle relazioni alle forze.  Nessuna delle sei proposizioni asserisce di fatto che tutti i cambiamenti nelle relazioni in produzione avvengano in conseguenza di cambiamenti nelle forze produttive. Marx stesso, come fa osservare Cohen, non ha mai escluso che il condizionamento contrario potesse verificarsi. Tuttavia – ed è questo sostanzialmente il punto fondamentale su cui Cohen insiste –  non vi è nessuna generalizzazione nei testi marxiani di questo rapporto opposto come vi è (sulla base, lo ripetiamo, delle sei proposizioni e della logica della spiegazione funzionale) del rapporto che vede le forze produttive come dato primario (G. A. Cohen, Karl Marx’s theory of history cit., p. 138).
[59]   Ivi, p. 152.
[60]  J. Elster, «Cohen on Karl Marx’s theory of history», «Political studies» 28 (1980), p. 124.
[61] Ho analizzato i dettagli delle argomentazioni sviluppate da Cohen in S. Bracaletti, «L’interpretazione funzionalista del materialismo storico», «Quaderni materialisti» 1 (2002),  pp. 155-194.
[62] Più stringatamente: se una data società si trova in una situazione in cui tutte le forze  produttive per le quali c’è spazio all’interno di essa si sono sviluppate (asserzione 5), e se nuove condizioni materiali sono pronte all’interno di essa (asserzione 6), può verificarsi una situazione di conflitto significativo tra le forze produttive e i rapporti di produzione (asserzione 2). I rapporti divengono ostacoli (asserzione 3). In questo caso le forze non possono più svilupparsi. Poiché, tuttavia, ciò non è possibile e le forze produttive tendono a svilupparsi (development thesis), e poiché la corrispondenza non è simmetrica, ma le relazioni di produzione devono adeguarsi al cambiamento delle forze produttive (primacy thesis), subentra un’epoca di rivoluzione sociale (asserzione 4). Le relazioni cambiano e le forze produttive riprendono a svilupparsi.
[63] A. Levine – E. O. Wright, «Rationality and class struggle», «New left review» 123 (1980), pp. 61-62.
[64] Ivi, pp. 63-64.
[65] Ivi, pp. 65-67.
[66] Vedi, in particolare, G. Lensky e L. Lensky, Human societies: an introduction to macrosociology,  McGraw-Hill, New York 1974.
[67] J. Roemer,  A general theory of exploitation and class, Harvard University Press, CambridgeMass. 1982.
[68] «Tecnologia avanzata» deve essere qui intesa in senso relativo: se x ha un pezzo di terra e una vanga e y ha solo un pezzo di terra, x ha una tecnologia più avanzata di y.
[69] Ivi, pp. 28-60; J. Roemer, «New directions in marxian theory of exploitation and class», in J. Roemer (ed.) Analytical marxism, Cambridge University Press, Cambridge 1986, pp. 84-86; Id., Value, exploitation and class, Harwood Academic Publishers (trad. it. Valore, sfruttamento e classe, Giuffrè, Milano 1993, pp. 45-54).
[70] J. Roemer, A general theory cit., pp. 61-105; Id., «New directions in marxian theory» cit., pp.  87-91; Id., Valore, sfruttamento e classe cit., pp. 57-58.
[71] J. Roemer, Valore, sfruttamento e classe cit.,  p. 62.
[72] Ivi, p. 67 ed anche J. Roemer,  A general theory cit., pp. 78-82.
[73] J. Roemer, A general theory cit., p. 79.
[74] Ivi, pp. 109-192 e J. Roemer, «New directions in marxian theory» cit., pp. 95-97.
[75] J. Roemer, A general theory cit., pp. 132-135. Più chiaramente, se la quantità di lavoro oggettivata durante la sua giornata lavorativa è comunque maggiore/minore di quella oggettivata nel paniere di sussistenza che contiene la quantità massima/minima di lavoro v è un agente sfruttato/sfruttatore.
[76] J. Elster, Karl Marx. Une interprétation analytique cit., p. 243.
[77] Roemer costruisce anche un modello in cui esiste solo un mercato del credito senza un mercato del lavoro e delle classi sociali speculari a quelle del modello con il mercato del lavoro, tranne che i termini “assumere\vendere lavoro” sono sostituiti da “dare\prendere in prestito capitale”. Egli dimostra che questo modello è isomorfo a quello del mercato del lavoro: l’agente che ottimizza prestando capitale è sfruttatore mentre quello che ottimizza prendendolo a prestito è sfruttato (J. Roemer,  A general theory cit., pp. 86-105 e Id., Valore, sfruttamento e classe cit., pp. 71-77).
[78] Per le ragioni che spingono Roemer all’abbandono della teoria del valore lavoro, legate sostanzialmente alla possibilità di dare una validità più generale ai due principi suesposti rispetto ai modelli visti finora, che si riferiscono solo a una particolare tecnologia, quella cosiddetta di Leontief, vedi ancora S. Bracaletti, Filosofia analitica e materialismo storico cit., pp. 219-221.
[79] R. A. Kieve, «From necessary illusion to rational choice», «Theory and society» 15 (1986),  pp. 559-563.
[80] Ivi, pp. 567-572.
[81] Ivi, pp. 577-581.
[82] A. Przeworski, «Exploitation, class conflict and socialism: the ethical materialism of John Roemer», in Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1989, pp. 226-229.
[83] Ivi, p. 230.
[84] E. O. Wright, «The status of the political in the concept of class structure», «Politics and Society» (1982), pp. 331-332.
[85] J. Roemer, A General theory cit., capitolo 7. Vedi anche J. Roemer, «New directions in marxian theory» cit., paragrafo 8 e Id., Valore, sfruttamento e classe cit., capitolo 9.
[86] Ivi, p. 63.
[87] Ivi, pp. 85-86.
[88] J. Roemer, A General theory cit., pp. 194-198; Id., «New directions in marxian theory» cit., pp. 102-104.
[89] J. Roemer,  A General theory cit., pp. 199-202; Id., «New directions in marxian theory» cit., pp. 104-105.
[90] J. Roemer,  A General theory cit., pp. 203-212; Id., «New directions in marxian theory» cit., p. 105.
[91] J. Roemer, A General theory cit., pp. 212-213; Id., «New directions in marxian theory» cit., p. 109.
[92] Pur tenendo presente il carattere volutamente controfattuale dello schema proposto, è difficile evitare, nella fattispecie, tre interrogativi, lasciati sullo sfondo da Roemer: 1) come si può identificare la  mancanza di intelligenza e di talento con procedure non totalitarie ma adeguate ai principi che si vorrebbero applicare, ed inoltre in tempo per porre rimedio alle distorsioni che quella mancanza potrebbe provocare? 2) Come si opera una redistribuzione del talento, che tra l’altro non danneggi chi lo possiede, se non in termini di compensazione monetaria? 3) Ma, allora, come si può assicurare che questa compensazione venga effettivamente impiegata per colmare quella mancanza e non in altro modo?
[93] J. Roemer, «New directions in marxian theory» cit., p. 110.
[94] In particolare in J. Roemer, A General theory cit., capitolo 9 e Id., Free to loose. An introduction to marxist economic philosophy, Harvard University Press, Harvard 1988, capitolo 8.
[95] A. Carling, «Rational Choice Marxism», «New left review» 160 (1986), p. 54.
[96] Vedi J. Roemer, «Rapporti di proprietà contro plusvalore nello sfruttamento marxiano» in S. Petrucciani e F. S. Trincia (a cura di), Marx in America. cit., pp. 99-173.
[97] A. Przeworski, «Exploitation, class conflict and socialism» cit., pp. 236-238.
[98] J. Bidet, Teoria della modernità. Marx e il mercato, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 209-215.
[99] M. Fleurbay, «Exploitation et inégalité: du coté du marxisme analytique», «Actuel Marx»  7 (1990), p. 120.
[100] Vedi G. Bedeschi, Introduzione a Marx, Laterza, Bari 1981.
[101] L. Althusser, Per Marx, Editori Riuniti, Roma 1972.
[102] G. Della Volpe, Logica come scienza storica, Editori Riuniti, Roma 1969.
[103] Vedi M. Godelier, «Sistema, struttura e contraddizioni nel Capitale» e «Logica dialettica e analisi delle strutture» in M. Godelier e L. Séve, Marxismo e strutturalismo. Un dibattito a due voci sulle scienze umane, Einaudi, Torino 1977, pp.11-48 ed, pp. 101-135.
[104] Godelier cerca inoltre di dimostrare che è possibile far emergere dai testi marxiani i principi di una metodologia strutturalista: il principio secondo il quale la struttura non può essere identificata con le relazioni sociali visibili ma è nascosta sotto di esse; il principio che afferma come lo studio delle strutture sia prioritario rispetto allo studio della loro genesi ed evoluzione.
[105]  Vedi L. Séve, «Metodo strutturale e metodo dialettico», in M. Godelier e L. Séve, Marxismo e strutturalismo cit., pp. pp. 51-97.
[106] J. Habermas, Per la ricostruzione del materialismo storico, Etas, Milano 1979, p. 114.

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