"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

8/3/15

Crisi & Capitalismo | Austerity vs. Anti-Austerity: un falso problema?

Francesco Macheda   |   Con l’esplosione e la diffusione della crisi economico-finanziaria, le medicine proposte sono essenzialmente due. Da un lato, i sostenitori dell'austerità, le cui convinzioni seguono i precetti della teoria economica neoclassica. Sul campo opposto, i sostenitori dell’intervento pubblico allo scopo di sostenere produzione ed occupazione. In questo caso, la teoria economica di riferimento è quella keynesiana. Tuttavia, esiste anche una terza ipotesi, riconducibile alla critica dell’economia politica di Marx. L’obiettivo di questo articolo è comparare i fondamenti delle tre teorie, tentando di sottolineare le rispettive implicazioni politiche.

1. Teoria neoclassica

Nella teoria neoclassica, la produzione è un rapporto puramente tecnico tra fattori – lavoro e capitale – allo scopo di produrre merci. Le forme sociali che si sono succedute, come feudalesimo e capitalismo, sono distinte in base al modo in cui tali fattori si combinano. Il capitale è dunque indipendente dal contesto storico-sociale, e la peculiarità del capitalismo starebbe nell’utilizzo del mercato per portare a termine questa combinazione, in un contesto di proprietà privata dei mezzi di produzione. Ne seguono tre conclusioni.

In primo luogo, poiché il lavoro è definito come un input al pari di materie prime e macchinari, ogni individuo è padrone di almeno un fattore di produzione. Certo, è contemplato che alcuni individui possano essere più fortunati poiché posseggono quantità di capitale maggiori. Nel capitalismo vige una sostanziale eguaglianza tra gli individui. Ogni concetto di classe è escluso a priori.

In secondo luogo, data la libertà individuale di utilizzare il proprio fattore di produzione, le differenze tra i vari tipi di reddito sono solamente formali, non riconducibili al fatto che gli individui siano divisi o meno in classi sociali. Piuttosto, la questione se l’individuo tragga i suoi redditi dal lavoro o dal capitale può essere risolta solo esaminando le preferenze individuali. Le persone che preferiscono spendere il proprio reddito immediatamente per acquistare beni di consumo offriranno ore lavorative, ricevendo pertanto solo redditi da lavoro. Coloro che si astengono dal consumo, saranno remunerati da redditi da capitale. Il punto chiave è che la decisione di occupare una o più di queste posizioni è solo funzione delle preferenze individuali, e non ha nulla a che fare come le decisioni altrui. Inoltre, sia L sia K ricevono dalla società una quota di ricchezza proporzionale alla produttività marginale del proprio contributo alla produzione. E poiché è eticamente legittimo che ognuno riceva un reddito in relazione a ciò che ha contribuito a produrre, la teoria neoclassica si distingue per la sua equità intrinseca. Nel frattempo, scompare il concetto di sfruttamento.

Infine, l’interazione tra gli attori, che sottende il processo di crescita economica, può essere ricondotta a un problema di libera scelta tra consumi odierni e consumi futuri. Più nello specifico, ogni individuo sceglie, in conformità alla utilità che ne ricava, di risparmiare o meno il suo reddito corrente al fine di renderlo disponibile per finanziare l’acquisto futuro di beni. Dopo aver scelto l’ammontare dei risparmi, gli individui decidono di renderli disponibili, sotto forma di prestiti, alle imprese che avranno i fondi necessari per incrementare la produzione di beni capitali con i quali produrranno più beni e servizi, pronti ad essere assorbiti dalle famiglie che aumenteranno così il livello di consumo futuro. La prima scelta determina quindi l’offerta di capitale disponibile per l’investimento, mentre la seconda fissa la quantità di lavoro da impiegare nella produzione. Il punto centrale qui è che la diminuzione del consumo odierno è la precondizione di un maggiore consumo futuro. Il premio dell’astensione dal consumo deve corrispondere al tasso di ritorno reale guadagnato dall’uso produttivo di questo capitale da parte del soggetto indebitato, ossia l’impresa. Il prestatore individuale riceve un premio reale, un tasso di ritorno sul risparmio, uguale al contributo fornito dal capitale prestato all’output. Ciò implica, da un lato, che i risparmi derivano solamente dalle decisione di consumo delle famiglie poiché si assume che le imprese paghino tutti i loro profitti come dividenti alle famiglie e dall’altro che le imprese ricalchino il comportamento del consumatore individuale.

Il luogo demandato alla raccolta del risparmio familiare per farlo fluire, sotto forma di capitale, alle imprese risiede nei mercati finanziari. Lo strumento che assicura l’uguaglianza tra offerta di risparmio dei detentori di ricchezza (famiglie) e domanda di finanziamento delle imprese è il tasso d’interesse tramite la sua influenza sulle decisioni di risparmio: ad un suo aumentare, gli individui risparmieranno maggiormente, ritirando moneta dalla circolazione. Tuttavia, l’eccesso di risparmio causerà la caduta del tasso d’interesse che stimolerà l’investimento. Ciò significa che la moneta immessa nella circolazione come investimento corrisponderà sempre e comunque alla moneta ritirata dalla circolazione come risparmio.

Il fenomeno del risparmio, e quindi dell’investimento, non sottende il riconoscimento delle classe sociali, poiché si postulano solamente due gruppi di individui distinti da decisioni differenti: da un lato, le famiglie che decidono la composizione ed il livello del consumo, e quindi il livello del risparmio; dall’altro le imprese che scelgono il livello e la composizione della produzione e dell’investimento. Inoltre, le decisioni di un gruppo non dipendono né da quelle dell’altro, né dal tipo di reddito ricevuto. Non c’è alcuna connessione tra la tipologia di reddito e lo schema di spesa, tra profitti e salari, da una parte, e consumo e investimento, dall’altra. In altri termini, basandosi su un settore indifferenziato chiamato ‘famiglie’, l’analisi neoclassica non distingue tra propensione al risparmio dei lavoratori, percettori di redditi da lavoro, e propensione al risparmio dei capitalisti, percettori di profitti. Ne segue che non viene alcuna distinzione tra risparmio personale e d’impresa, e dei loro differenti obiettivi. L’offerta di capitale nella società che si sostanzia nella crescita economica non riflette altro che le decisioni di risparmio del settore delle famiglie (per investirlo per guadagnare di più in futuro) conformemente alle loro preferenze individuali.

Dopo aver santificato la libertà individuale e il duro lavoro con la teoria della produttività marginale, la teoria neoclassica loda ora le virtù della frugalità: maggiore è la porzione di reddito che si decide di risparmiare e che contribuisce (come capitale investito) alla produzione, maggiori saranno i profitti delle imprese che, una volta redistribuiti interamente alle famiglie, consentiranno l’espansione del consumo futuro. Questa è la giustificazione teorica al concetto di austerità.

2. Teoria keynesiana

Keynes rigetta il ruolo assegnato dall’economia neoclassica alle scelte di risparmio delle famiglie come variabile dietro l’offerta di capitale con cui finanziare l’investimento delle imprese. Piuttosto, risparmi e investimenti sono grandezze distinte. Da un lato, il risparmio riflette la psicologia di massa e convenzioni sociali di comportamento data l’incertezza del futuro fronteggiata dai consumatori. Dall’altro, l’investimento è il risultato degli ‘animal spirits’, un termine che sintetizza le influenze che agiscono sulle decisioni degli imprenditori di investire, e delle aspettative sul futuro che stanno dietro la valutazione dell’efficienza marginale del capitale (profittabilità dell’investimento). Tali aspettative dipendono in primo luogo dalla presenza di una domanda aggregata in grado di assorbire i beni prodotti dalle imprese.

Lo stimolo della domanda aggregata dipende dai modelli di consumo e risparmio degli agenti economici: gli individui non spenderanno interamente il loro reddito a causa di una propensione psicologica di massa a risparmiare. L’altra faccia di questa legge psicologica è quella che determina il consumo reale: quanto gli individui non spendono, lo consumano. Essendo funzione inversa della prima e diretta della seconda propensione, il principio keynesiano del moltiplicatore ha nella domanda aggregata la spinta propulsiva per il suo funzionamento. In breve, l’investimento iniziale si traduce in una medesimo aumento del reddito. Una parte di questo reddito è risparmiata, mentre l’altra è consumata. A sua volta, questo consumo è reddito addizionale che crea ulteriore consumo e risparmio. Ad ogni ciclo, la crescita di consumo e reddito aumenta meno che in quello precedente a causa del fatto che parte del reddito è risparmiato piuttosto che essere speso. Ciò significa che maggiore è la propensione al risparmio, minori saranno gli effetti cumulativi del moltiplicatore una volta effettuato l’investimento, e quindi minore sarà la crescita di reddito da cui ricavare il risparmio con cui finanziare l’investimento iniziale.

Questa è la logica che sottende sia la massima keynesiana “è l’investimento che genera il risparmio, e non viceversa”, sia i paradossi del risparmio e del costo. Il primo paradosso postula che l’aumento della propensione al risparmio si traduce in una riduzione della domanda di beni di consumo e conduce ad un rallentamento della crescita economica, e quindi in una riduzione del risparmio. II secondo paradosso è speculare al primo poiché un aumento salariale avrebbe la capacità di accrescere la domanda di beni salario e per questa via la capacità di utilizzazione, che genererebbe gli investimenti necessari ad autofinanziarsi. Contrariamente ai neoclassici, in Keynes una redistribuzione del reddito dai profitti ai salari, cosi come un aumento di questi ultimi avrebbero pertanto l’effetto di stimolare gli investimenti piuttosto che deprimerli.

Sebbene l’efficienza marginale del capitale sia l’aspetto determinante, la decisione di effettuare o meno l’investimento dipende anche dalle altre opportunità di guadagno offerte all’imprenditore il quale, essendo dotato di un certo stock di ricchezza, valuta la sua allocazione al fine di ottenerne il ritorno monetario più vantaggioso. E’ qui che entra in scena la ‘preferenza alla liquidità’: stante la condizione d’incertezza che caratterizza l’economia monetaria, gli individui tenderanno a preferire di detenere la loro ricchezza in forma liquida (domandando moneta) rifuggendo dall’impiegarla in altre forme come obbligazioni o azioni emesse dalle imprese, che non garantirebbero la conservazione del suo valore in maniera altrettanto sicura. Conformemente a questo schema, Keynes introduce il tasso d’interesse: poiché il risparmio è funzione del reddito, il tasso d’interesse gioca un ruolo fondamentale sulle decisioni attinenti al modo in cui detenere tale risparmio, se in forma liquida, oppure per acquistare asset illiquidi. Nello specifico, Keynes intende il tasso d’interesse come “la ricompensa all’abbandono della liquidità per un certo periodo di tempo”, ovvero la ricompensa che spetta a colui che rinuncia a detenere la sua ricchezza in forma liquida. Dato che le decisioni di investimento dipendono dall’imprenditore, prese a partire dalla differenza tra profitti attesi e costo di finanziamento, se cresce la preferenza per la liquidità, aumentano i tassi e, a parità di profitti attesi, gli investimenti potranno diminuire. Qualora il tasso d’interesse salisse, infatti, la domanda di moneta scenderebbe poiché la detenzione di ricchezza in forma liquida sarebbe meno conveniente di un eventuale acquisto di obbligazioni che garantirebbero ritorni maggiori. Inoltre, all’aumentare dei tassi d’interesse, le aspettative tendono a conformarsi attorno l’idea che in futuro tali tassi scenderanno. L’individuo tenderà quindi ad acquistare immediatamente obbligazioni, dal momento che il loro prezzo salirà ulteriormente quando i tassi d’interesse sul capitale effettivamente scenderanno. Ad ogni modo, qualora i risparmiatori decidessero di impiegare i propri risparmi per acquistare obbligazioni emesse dalle imprese, una parte del reddito rifluirebbe sui mercati dei capitali per finanziare gli imprenditori.

Tuttavia, quale che sia la disponibilità di risparmio derivante dalle decisioni autonome delle famiglie, attratti da tassi d’interesse vantaggiosi, secondo Keynes l’investimento avrà luogo se, e solo, gli imprenditori avranno aspettative positive riguardanti il futuro. Se questi soggetti, delegati a impiegare concretamente i beni capitali, non desiderano investire, l’investimento non si verifica. Non esiste dunque alcun meccanismo che garantisca la conversione dei risparmi in investimenti. In questo senso, si capisce bene perché nello schema keynesiano i risparmi sono funzione del reddito, e non del tasso d’interesse, e perché, sebbene influenzate dal tasso d’interesse, le decisioni d’investimento sono indipendenti da quelle di risparmio. Inoltre, se anche gli investimenti pianificati eccedessero il risparmio disponibile si potrebbe fare ricorso al credito bancario per ridurre il gap endogenamente. Quel che è richiesto per l’accumulazione del capitale è l’accesso al credito. Ciò significa che l’aumento del risparmio oltreché essere depressivo per la crescita, risulta anche privo di significato, poiché la fattibilità dell’investimento dipende solamente dall’offerta endogena di credito delle banche. Ogni espansione della domanda, pertanto, deve essere preceduta dalla creazione di moneta creditizia da parte delle banche, che consente di finanziare l’investimento prima ancora che il valore della produzione sia stato realizzato mediante la vendita delle merci. L’investimento, quindi, crea il risparmio attraverso il processo della finanza.

In ultima analisi, anche in Keynes il funzionamento del mercato dei beni e della moneta è spiegato facendo ricorso alla psicologia umana. Da un lato, sarebbe sufficiente conoscere il tasso d’interesse per determinare i livelli d’investimento, inversamente dipendenti dall’efficienza marginale del capitale. Il problema è che i ritorni dell’investimento, sulla cui base è calcolata l’efficienza marginale del capitale, non sono altro che congetture degli imprenditori circa il futuro trend dell’economia. Ciò significa che, qualunque sia il tasso d’interesse, gli investimenti diminuiscono in concomitanza di un peggioramento delle aspettative delle imprese. Ne risulta la scomparsa delle contraddizioni che scaturiscono dalle caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalista, tralasciando le determinanti causali – ossia le relazioni economiche – che sottendono la ‘psicologia’ e l’azione delle imprese e degli speculatori finanziari.

D’altro canto, la spiegazione psicologica sottende anche il funzionamento del mercato monetario. È la coscienza degli agenti che agiscono per fini speculativi a determinare sia l’attrattività degli asset liquidi rispetto ai beni d’investimento, sia le aspettative su possibili oscillazioni del tasso d’interesse – l’altra variabile che condiziona l’investimento. Sebbene la teoria keynesiana ponga il sostegno alla domanda aggregata come conditio sine qua non per il rilancio degli investimenti, ribaltando il nesso causale risparmi-investimenti, un’analogia fondamentale con la teoria mainstream si trova a livello metodologico: i consumatori con preferenze date che interagiscono sul mercato per soddisfare i loro bisogni, tipici dello schema neoclassico, lasciano il posto ad agenti con preferenze date che interagiscono sul mercato per soddisfare il loro desiderio di detenere moneta o altri asset finanziari.

Più verosimilmente, la preferenza alla liquidità può essere co-determinata da altre variabili, come il tasso di profitto, che la teoria di Keynes dovrebbe invece spiegare. L’‘utilità’ fornita da particolari assets finanziari può cambiare rapidamente a causa delle mutevoli condizioni di prosperità o della volontà degli altri agenti di accettarli come pagamenti. In questo senso, la preferenza alla liquidità è un bisogno socialmente determinato. La costituzione di riserve monetarie seguite alla crisi finanziaria scoppiata nei paesi occidentali nell’agosto 2007 chiarisce bene questo concetto: sebbene sia un fenomeno reale, la detenzione di ricchezza in forma liquida non risiede solamente in una preferenza innata, quanto nella restrizione di opportunità profittevoli dove effettuare nuovi investimenti. Analogamente, molti degli assets che durante il periodo precedente venivano accettati come mezzi di pagamento, oggi sono considerati ‘spazzatura’. Nello schema keynesiano, ciò può essere mostrato come un cambio delle preferenze tra diversi assets. Ma ciò non dice nulla delle determinanti oggettive dietro la crescita della liquidità, poiché non si indagano le determinanti economiche che hanno dato luogo a questo fenomeno, ovvero l’andamento dei profitti.

Il vizio della teoria keynesiana è che, oscurando il processo di produzione della ricchezza, le determinanti oggettive che consentono l’appropriazione di profitti da parte dei proprietari dei beni capitali, e il ruolo dei diversi assets finanziari nel processo di produzione, sono totalmente ignorate. Al loro posto, gli ‘animal spirits’ degli imprenditori e le preferenze degli speculatori vengono assunti a cause primitive e non spiegabili. L’uscita dalla crisi tramite il sostegno pubblico alla domanda aggregata diviene una mera questione tecnica e di buon governo di cui, in ultima analisi, potranno beneficiare tutti, lavoro e capitale.

3. Teoria Marxista

Il punto d’entrata di Marx per analizzare il capitalismo sono le classi sociali, divise conformemente alla fonte del loro reddito: i percettori di salario (lavoratori), di profitti (capitalisti) e di rendite (rentier). Le classi sociali sono gruppi d’individui accomunati dal posto occupato nel sistema di produzione sociale storicamente determinato, dalla loro relazione rispetto ai mezzi di produzione e, in relazione a ciò, dalla quota di ricchezza sociale di cui dispongono, dal modo di acquisirla, e dalla sua origine. All’interno del capitalismo troviamo una classe, quella lavoratrice, che produce valore, ed un altra, quella capitalistica, che se ne appropria. Un’altra ancora, quella dei rentier che, dopo aver prestato denaro a quella capitalista per dare avvio al processo produttivo che impiega la classe lavoratrice, detrae una fetta di valore aggiunto qui prodotto, addizionato degli interessi. Poiché il capitalismo è un sistema volto alla produzione di valore, significa che vi una classe che lo produce, quella lavoratrice, e un’altra che, dopo averne dedotto i costi di riproduzione della forza lavoro (e di eventuali interessi), se ne appropria. Questa classe è quella capitalista. Ciò è possibile perché vi è una classe privata dei mezzi di produzione, e un’altra che li possiede.

Mentre i neoclassici e Keynes rivolgono la loro attenzione rispettivamente alla scambio ed alla distribuzione, il focus diviene ora la produzione e appropriazione di un surplus di ricchezza in conformità alla struttura di classe del capitalismo, affinché possa essere reinvestito per sostenere l’accumulazione del capitale. In altri termini, il valore creato all’interno della società non appare più come una risorsa economica ben definita, quanto una relazione sociale. È in questo senso che la teoria di Marx è ‘economia politica’: perché ha la necessita d’indagare il potere, e quindi il controllo, del e sul surplus prodotto. Ciò che distingue Marx dai due approcci precedenti è pertanto il ruolo centrale del surplus (l’eccedenza del prodotto dopo averne dedotto le spese necessarie al mantenimento della società) e della profittabilità del capitale (il rapporto tra surplus e capitale investito) quale condizione necessaria alla crescita e alla accumulazione del capitale. Posto che ogni società abbia il suo modo peculiare di produzione e appropriazione del surplus, è la relazione sociale specifica del capitalismo a trasformarlo in denaro, rendendo quest’ultimo come il fine in sé, conformemente alla formula D-M-D1. Nello specifico (vedi figura 1), il capitalista appare sul mercato come detentore di denaro (D) che gli permette di acquistare due tipi particolari di merci (M), ossia mezzi di produzione (Mp) e forza-lavoro (Fl). Nel processo di produzione (P), M sono usate al fine di creare un outflow di merci, un prodotto M1, il cui valore eccede M. Infine, affinché questo surplus di merci possa trasformarsi in surplus di valore, M1 deve essere venduto sul mercato in cambio di moneta D1.
Figura 1. D........M(Mp+Fl)....(P) processo di produzione........M1........ D1
Se D1>D allora nel processo produzione è creato valore aggiunto che media le sfere della produzione, circolazione e distribuzione tra le classi: mentre una parte di questo valore serve a soddisfare le esigenze di consumo della classe capitalista, la restante è trasformata in capitale, ossia è investita nell’acquisto di quote addizionali di macchinari, materie prime e forza-lavoro, necessarie all’espansione della produzione. Quest’ultimo stadio del ciclo, la conversione del valore aggiunto in capitale, è definito ‘accumulazione del capitale’, ed è attraverso di essa che l’economia capitalista si riproduce su scala allargata.

Mentre viene riconosciuto che, sul breve periodo e conformemente al pensiero di Keynes, i profitti siano determinati dalla domanda, Marx si focalizza sul lungo periodo, laddove la crescita è guidata dal tasso di profitto, le cui determinanti sono la distribuzione del reddito e la tecnologia. Il tasso medio di profitto r, che regola il processo di crescita può essere espresso come:
r = s/c+v
ossia il rapporto tra il valore aggiunto creato dalla forza lavoro e la somma dello stock di capitale, forza lavoro (v) e capitale costante (c) utilizzato per produrre tale valore aggiunto. Se la quota dei profitti investita, equivalente alla propensione al risparmio del capitalista, è uguale a Qr, il tasso di crescita dello stock di capitale, ossia il tasso di accumulazione gk, sarà :
gk = Qr r
Quest’ultima relazione mostra come, sul lungo periodo, il tasso di crescita dipenda dalla propensione al risparmio della classe capitalista e dal tasso di profitto. Si nota come la distribuzione del reddito risponda ai cambiamenti dei parametri lungo una linea intuitiva. Il tasso di accumulazione dipende dalla profittabilità, ossia la quota del surplus prodotto sul capitale investito, e dal comportamento di risparmio della classe capitalista, divenendo positivamente correlato ad entrambe le variabili. L’accento sulla centralità del risparmio potrebbe sembrare accomunare le teoria di Marx alla teoria neoclassica. In realtà una differenza sostanziale risiede nella fonte di tale risparmio, poiché il motore dell’investimento non risiede nel risparmio aggregato, bensì nel risparmio della classe capitalista. La ragione dietro questa assunzione è che, per Marx, i lavoratori, come classe, consumino internamente ed interamente il loro salario. Mentre i modelli neoclassici ignorano ogni questione distributiva alla luce dell’assunto della ‘famiglia rappresentativa’, gli economisti classici riconoscono i distinti gruppi sociali: da un lato i capitalisti, che risparmiano per motivi dinastici, e i lavoratori, il cui risparmio segue un tradizionale schema del ciclo di vita. Infatti, se è vero che a livello individuale il lavoratore può risparmiare, ad esempio risparmiando durante la giovinezza e la maturità per finanziare la sua pensione, a livello aggregato il risparmio di alcune unità lavoratrici è compensato dal consumo del risparmio accumulato da altre famiglie di lavoratori. Come classe, quindi, i lavoratori spendono interamente il loro salario. Anche qualora accumulassero risparmi sia direttamente, astenendosi dai consumi, sia indirettamente sotto forma di dividendi, la massa totale del risparmio famigliare sarebbe in ultima analisi un residuo del processo di accumulazione del capitale. Da un lato, determinando i livelli di occupazione, l’investimento stabilisce per via indiretta anche i redditi da lavoro, da cui vengono attinti i risparmi della classe lavoratrice. Dall’altro, determinando l’ammontare dei profitti, l’investimento regola anche quello dei dividendi delle imprese distribuiti alle famiglie lavoratrici.

Nella tradizione marxista della crescita, dunque, ciò che assume rilevanza primaria nella determinazione degli investimenti sono i profitti delle imprese, ossia la massa totale di valore aggiunto prodotto nel processo produttivo, da cui vengono attinti gli utili trattenuti (i risparmi della classe capitalista) con cui effettivamente vengono finanziati gli investimenti. Poniamo che f sia il settore delle imprese ed h quello delle famiglie. Considerando il bilancio del settore privato, si può mostrare come la domanda dell’investimento pianificato dalle imprese, I, sia finanziati dalla somma tra (a) i risparmi delle imprese dedotti della loro liquidità e delle loro obbligazioni; (b) il capitale azionario, (c) il credito bancario.
(1) I = [Sf – (ΔMd + ΔBNG )f] + ΔEQ + ΔDB
Dove Sf = utili trattenuti; Md = liquidità ; BNG = obbligazioni governative; EQ = titoli azionari; DB = credito bancario. A sua volta, il capitale azionario dipende dal risparmio temporaneo delle famiglie di lavoratori, dalla loro liquidità e dalle obbligazioni governative da esse detenute.
(2) ΔEQ = [Sh – (ΔMd + ΔBNG)h]
Combinando le equazioni 1 e 2 avremo:
(3) I = [Sf – (ΔMd + ΔBNG )f] + [Sh – (ΔMd + ΔBNG)h] + ΔDB
Che mostra come gli investimenti siano eguali alla somma degli utili trattenuti delle imprese e del risparmio famigliare, entrambi dedotti delle loro rispettive liquidità e obbligazioni, più il credito bancario. Rapportiamo ora le grandezze assolute al reddito prodotto, Y
(4)  I/Y = [ Sf – (ΔMd + ΔBNG )f]/Y + [Sh – (ΔMd + ΔBNG)h]/Y + ΔDB/Y
La 4 mette in relazione l’investimento del settore delle imprese alla sua disponibilità finanziaria, ossia al risparmio delle imprese e delle famiglie dei lavoratori dedotto delle proprietà monetarie e obbligazionarie di questi settori, più il credito bancario.
L’espressione: [Sf – (ΔMd + ΔBNG )f]/Y + [Sh – (ΔMd + ΔBNG)h]/Y
rappresenta quel che chiameremo surplus investibile, ossia la quota di risparmio privato disponibile per l’investimento nel settore delle imprese dopo che il rimanente è stato accantonato in forma monetaria e obbligazionaria. In altri termini, il surplus investibile costituisce l’ammontare di flusso di cassa del settore delle imprese, che può essere utilizzato per finanziare l’accumulazione del capitale. L’equazione 4 mostra che, dato il tasso di profitto, un incremento del risparmio sociale, aumentando il surplus investibile, conduce ad un aumento degli investimenti e quindi della crescita economica. Tuttavia, è importante sottolineare che in un contesto di stagnazione economica, un incremento degli utili trattenuti potrebbe non tradursi in investimenti produttivi in mancanza di opportunità profittevoli.

Certamente, un aumento del flusso di credito bancario, ΔDB/Y, sarebbe in grado di finanziare l’accumulazione. La teoria classica riconosce che il sistema creditizio, creando moneta e rastrellando capitale monetario momentaneamente inutilizzato al fine di imprestarlo alle imprese per finanziarie i loro investimenti, giochi un ruolo chiave nell’economica capitalista, e come tale può aumentare l’efficienza del processo di accumulazione. Tuttavia, a differenza della teoria keyenesiana, in Marx è nel turnover del capitale reale che le banche e le istituzioni finanziarie attingono credito, la cui disponibilità dipenderà dal valore aggiunto generato nella sfera produttiva, e il cui costo rifletterà la domanda avanzata dalle imprese che ne necessitano2. I pericoli derivanti dall’accrescimento del debito delle imprese (e delle famiglie) condurrebbe ad una fragilità in seno alle istituzioni finanziarie, il cui rimborso del capitale prestato, maggiorato degli interessi, dipende dalla creazione di nuovo valore creato nel ciclo di accumulazione.

A livello teorico, la sostanza oggettiva del debito implica che gli animal spirits keynesiani siano una condizione necessaria ma non sufficiente all’investimento, poiché il loro aumento deve essere sostenuto da una dilatazione del surplus investibile. Ciò equivale a dire che l’incremento del flusso di cassa del settore delle imprese necessario a finanziare gli investimenti pianificati passa attraverso lo spostamento nella composizione del risparmio privato, dalla liquidità e dalle obbligazioni, dipendenti dal deficit pubblico, in direzione dello stock di capitale e del capitale azionario. La necessità di questo spostamento distingue la prospettiva marxista da quella keynesiana riguardo l’utilizzo della spesa pubblica come antidoto alla crisi: una sua espansione, infatti, implica un’iniezione di moneta e obbligazioni addizionali nell’economia assorbiti dal settore privato. Tale assorbimento, dati i rapporti Sf/Y e Sh/Y, determinerebbe una diminuzione del surplus investibile del settore privato, che si tradurrà in una caduta ulteriore del tasso di accumulazione.

Sebbene gli effetti negativi di questa espansione sul tasso di crescita accomunino la teoria marxista a quella neoclassica, è necessario distinguere il livello della spesa pubblica dalla sua quota sul prodotto totale. Infatti, se quest’ultimo fosse fisso, una crescita permanente delle spesa implicherebbe l’ ingrandimento della sua quota sulla produzione totale. Tuttavia, in un contesto di crescita del prodotto, il livello della spesa pubblica deve aumentare allo stesso tasso per mantenere costante la sua quota sul prodotto. Ciò significa, ad esempio, che un ampliamento sul breve periodo del livello della spesa pubblica non dice, in sé, se sul lungo periodo il surplus investibile ne sia influenzato poiché, in un contesto di crescita economica, la quota di spesa sul prodotto tornerà al livello iniziale, lasciando pertanto immutato il rapporto tra surplus investibile e produzione totale. Questa distinzione risulta essenziale per cogliere il fatto che, dato il tasso di risparmio, è solamente l’aumento della quota della spesa pubblica sul prodotto a restringere il surplus investibile che può essere utilizzato per finanziare gli investimenti privati, frenando pertanto la crescita economica sul lungo periodo. Al contrario, la prospettiva neoclassica asserisce che anche un singolo aumento del livello della spesa pubblica necessariamente conduce ad una crescita della sua quota sul prodotto perché quest’ultimo è sempre in una condizione di piena occupazione.

Nondimeno, il pensiero che si rifà a Marx diverge da quello keynesiano in quel che concerne gli effetti re-distributivi di un’espansione del debito pubblico: talora si verifichi un aumento deficit, infatti, saliranno anche i suoi interessi, che dovranno essere finanziati da lavoratori e dai capitalisti (non è possibile accumulare debito infinitamente)3. Tuttavia, poiché i secondi risparmiano ad un tasso maggiore rispetto ai primi, gli interessi sul debito rappresentano una sorta di trasferimento regressivo: parte delle tasse dei lavoratori finanzieranno gli interessi netti pagati ai capitalisti. Inoltre, riducendone la ricchezza, il peso della tassazione mina anche l’abilità dei lavoratori di risparmiare per finanziarie le proprie pensioni. Ne risulta che un debito pubblico maggiore sarà associato ad una minore quota di ricchezza detenuta dai lavoratori.

Nonostante queste divergenze, già sufficienti a mettere in dubbio la neutralità delle risposte più o meno austere alla crisi, il tratto distintivo dell’economia politica di Marx è che, contrariamente ai neoclassici e a Keynes, il capitalismo è inteso come un sistema tendente alla crisi. Richiamiamo la formula del tasso di profitto:
r = s/c+v
La composizione organica del capitale, ossia il rapporto tra macchinari e lavoratori è:
c/v
La causa ultima della crisi risiede nell’aumento della composizione organica del capitale dovuta alla competizione che obbliga le singole imprese a reinvestire una frazione crescente dei loro profitti per accedere alle innovazioni tecnologiche, con cui aumentare la produttività necessaria ad assicurarsi un tasso di profitto maggiore dei concorrenti. Se, in un primo momento, ciò conduce all’aumento dell’occupazione, dei salari, e ad un’estensione della divisione del lavoro, accrescendone la sua forza produttiva, in seguito saranno le stesse tecniche labour-saving a ripristinare l’esercito industriale di riserva che, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori, porrà un freno ai loro salari. Tuttavia, essendo il lavoro l’unica fonte di valore, a livello sistemico il progressivo impiego di macchine in rapporto alla forza-lavoro causerà la caduta del tasso di profitto, e quindi degli investimenti che sorreggono l’accumulazione del capitale.

4. Conclusioni

La consistenza concettuale di una teoria va giudicata rispetto ai suoi risultati nella pratica sociale. L’apparato ideologico della teoria neoclassica serve a celare la natura di classe del capitalismo. Gli economisti che fondarono questa scuola erano ben coscienti delle implicazioni politiche della loro operazione. La paura delle classi lavoratrici ha motivato le teorie di Jevons; allo stesso modo, il tentativo di rifiutare le tenderze socialiste spinse Walras e Menger a ridefinire la teoria del valore al fine di mostrare come la mano invisibile del mercato conducesse al migliore dei mondi possibili. Turbato dal sentimento popolare secondo cui il lavoro fosse sfruttato, Clark s’impegnò alacremente contro Marx allo scopo di confutarne la teoria dello sfruttamento. Il suo concetto di produttività marginale colpisce nel segno, facendo dipendere la distribuzione del reddito da leggi naturali che, se lasciate operare senza impedimenti, attribuiscono ad ogni agente la quota di ricchezza da lui creata. In realtà, le conclusioni cui giunge la teoria neoclassica rispecchiano ancora oggi la piena consapevolezza, da parte delle classi possidenti, che la loro sopravvivenza deve passare attraverso misure che colpiscono duramente il lavoro. La gestione della crisi tramite politiche di austerity sono giustificate a livello teorico dalla dipendenza dell’investimento dal risparmio – dipendenza che necessita il restringimento dei consumi, ossia dei salari, al fine di accumulare risparmi per finanziare gli investimenti. Non è un caso che, indipendentemente dal colore, tutti i governi dei paesi capitalisti colpiti dalla crisi attuale stiano compiendo le medesime manovre all’insegna dell’austerità.

La collocazione della teoria keynesiana nell’ambito distributivo presenta anch’essa i tratti del problema economico oscurando i rapporti sociali, la struttura di classe e le relazioni di proprietà specifici del capitalismo. Per Keynes, l’ordine di determinazione causale dietro l’accumulazione del capitale va dall’investimento al risparmio attraverso il ‘moltiplicatore’ azionato dall’intervento statale. Proponendosi di sconfiggere i neoclassici sul loro terreno, Keynes mostra come non sia l’offerta a creare la domanda, quanto il contrario. Nonostante le differenti implicazioni in termini di gestione della crisi, il posizionamento della sequenza causale all’interno della sfera distributiva non muta la rappresentazione concettuale del sistema capitalista poiché, anche in Keynes, il fine dell’attività economica è il consumo.Ciò è in diretta antitesi con gli economisti classici che avevano colto immediatamene come la produzione capitalistica non fosse orientata ai bisogni di consumo, quanto alla produzione di capitale. È vero che l’impresa deve produrre allo scopo di consumare; ma per produrre deve prima vedere la luce verde della redditività.

Ciò non significa che Keynes fosse così ingenuo: il suo reale obiettivo era la costituzione di un compromesso tra capitale industriale e lavoro che riducesse il ruolo della finanza attraverso il controllo pubblico sugli investimenti. In questo quadro, la piccola borghesia salariata e intellettuale si ricava un ruolo di garante, custode e mediatore del sistema. Il loro sogno ancora oggi. Ma la tensione che lo spinse a cercare questo compromesso risiede nelle condizioni storiche in cui fu elaborata la Teoria Generale, laddove le politiche basate sull’austerità stavano mettendo in serio pericolo la sopravvivenza stessa del capitalismo. La crisi del 1929 e la stagnazione successiva diedero luogo, sia negli Stati Uniti che oltreoceano, ad una ondata di scioperi senza precedenti; inoltre, i progressi dell’Unione Sovietica stavano attirando le simpatie di milioni di lavoratori occidentali, le cui richieste non si limitavano più a semplici miglioramenti sindacali e sociali. Un conservatore come Keynes aveva colto lucidamente le conseguenze politiche di un possibile ribaltamento delle priorità, dai bisogni del mercato a quelli delle persone:
“Eppure io penso con terrore al ridimensionamento di abitudini e istinti nell’uomo comune, abitudini e istinti concresciuti in lui per innumerevoli generazioni e che gli sarà chiesto di scartare nel giro di pochi decenni [...] Per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. [...] Eppure non esiste paese o popolo, a mio avviso, che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza.”4
Il terrore riguardante il sorgere di un sistema socio-economico che assegnasse prorità al ‘vivere bene’ dell’uomo, all’impiego della sua ‘libertà’ in modo potenzialmente creativo, tuttavia, doveva condurre la borghesia, di cui Keynes era un lucido esponente, al rispetto degli imperativi del sistema capitalista:
“Per almeno altri cento anni dovremmo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perchè quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarazia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perchè solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno.”5
Coerentemente alla sua posizione sociale, e alla difesa dei suoi interessi, Keynes spiegava infine perché mai si sarebbe iscritto ad un partito seppur moderato come quello Laburista:
“Perché non mi iscrivo al Partito Laburista? In primo luogo, è un partito di classe, e di una classe che non è la mia. Se devo difendere interessi particolari, difenderò i miei. Quando arriverà la lotta di classe vera e propria, il mio patriottismo locale e il mio patriottismo personale si schiereranno con i miei simili. Posso essere mosso da quello che reputo che sia giusto e di buon senso, ma la lotta di classe mi troverà dalla parte della borghesia colta.”6
Sebbene il successo delle politiche keynesiane risieda nell’immane distruzione di capitale avvenuta con la Seconda Guerra Mondiale (nel 1939, dopo sei anni di politiche di fatto keynesiane da parte di Roosevelt, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti superava abbondantemente il 20 percento), le proposte odierne di ‘sostegno della domanda aggregata’ paiono ignorare il portato di classe della medicina keynesiana. Non paiono essere altrettanto sprovvedute le classi politico-dirigenti dell’emisfero capitalista le quali, in assenza di pressioni paragonabili a quelle degli anni Trenta da parte del mondo del lavoro, non hanno alcun dubbio riguardo la soluzione più efficiente per uscire dalla crisi.

Il punto di arrivo della critica all’economia politica di Marx è che la crisi sia la precondizione per un nuovo ciclo di accumulazione. Essa consiste nella svalutazione del capitale – capitale inteso come relazione sociale – che permetterà di effettuare nuovamente investimenti profittevoli. Concretamente, la funzione rigenerativa della crisi si manifesta attraverso il calo della composizione organica del capitale (c/v), ossia mediante la riduzione del valore della forza-lavoro e dei macchinari (il denominatore della formula del tasso di profitto) e ad un contemporaneo aumento del valore aggiunto prodotto dalla manodopera, ossia della quota di valore prodotto dai lavoratori espropriato dalle imprese (il numeratore della formula del tasso di profitto). In questo senso, l’austerità non è né di destra né di sinistra: la distruzione della concorrenza che consente alle imprese maggiori di accaparrarsi macchinari e impianti di quelle fallite a prezzi altamente svalutati; la disoccupazione che obbliga i lavoratori ad offrirsi ad un salario minore e a lavorare a ritmi più intensi; e le guerre che aprono mercati di sbocco per le imprese del centro – fenomeni che vengono sistematicamente realizzati nei momenti di crisi come quello attuale – non sono semplici errori compiuti da politici miopi. Al contrario, costituiscono le medicine necessarie per curare la crisi, pur rimendo nel capitalismo. In assenza di spinte provenienti dai lavoratori – debitamente cooptati all’interno delle compatibilità capitaliste durante e per merito dell’epoca keynesiana – l’austerità è la soluzione più pragmatica per abbassare il denominatore ed aumentare il numeratore del tasso di profitto, motore dell’accumulazione del capitale.

L’ineluttabilità delle crisi nel capitalismo non significa accettare passivamente il corso della storia. Al contrario, le crisi ed i soggetti sociali che ne stanno pagando i costi confermano la contraddittorietà degli interessi in gioco. Keynes, avendone piena consapevolezza, scelse coerentemente la squadra con cui schierarsi. Tale contraddittorietà è insita nelle relazioni di proprietà capitalistiche, intelligentemente sottaciute dall’economista inglese, che a sua volta determinano come e perché chi possiede ricchezza (i mezzi di produzione) decide – e il lavoratore deve accettare – cosa produrre, per chi produrlo e come produrlo. Gli imperativi delle imprese risiedono nella loro necessita di estrarre la quantità maggiore di profitto dalla loro attività, che significa allargare la forbice tra produttività del lavoro e salari dei lavoratori sottoposti ai loro comandi. Questa è la necessità dell’impresa di resistere agli aumenti salariali, di cercare lavoro più a buon mercato internamente o all’estero, di introdurre tecnologie in grado di tagliare i costi. Inoltre, il motivo del profitto regola anche la competizione tra capitali, dove le singole imprese lottano per sottrarre quote di mercato ai loro rivali. La razionalità che muove l’impresa capitalista è quindi basata sulla divisione tra proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione, sull’ineguaglianza e sulla competizione. D’altro lato, l’azione della classe lavoratrice è volta al bisogno di restringere tale forbice (produttività del lavoro meno salari), che si sostanzia nello sviluppo di una razionalità basata sulla solidarietà, sull’uguaglianza e sull’auto-determinazione. La soddisfazione delle necessità della prima è funzionale alla riproduzione dell’accumulazione del capitale. La soddisfazione delle esigenze della seconda, invece, ne è un freno. Detto altrimenti, i guadagni delle imprese significano perdite per i lavoratori, mentre eventuali guadagni di questi ultimi indeboliscono le prime. Questa doppia razionalità rappresenta il contenuto sociale contraddittorio delle relazioni di proprietà capitalistiche.

La disparità di risorse e potere all’interno del capitalismo preclude l’autodeterminazione di alcuni dei suoi agenti riguardo cosa produrre, per chi produrre, come produrre e perchè. Alienati dalla loro attività, resi estranei dal loro prodotto e dalla loro attività, i lavoratori trovano difficoltà a divenire il soggetto della produzione, ossia a manifestare la peculiarità del genere umano che consiste nell’azione libera e cosciente dell’appropriazione su, e in armonia con, la natura. Sebbene Keynes avesse colto pienamente questo aspetto, essendone terrorizzato, i suoi seguaci odierni paiono non accorgersi della natura di classe, e della contraddittorietà di interessi, che sottendono il funzionamento del capitalismo. Incuranti del fallimento delle politiche keynesiane all’inizio degli anni Settanta, una volta esaurita la spinta propulsiva della fase precedente, ciò li conduce a suggerire scappatoie alla crisi vantaggiose sia per la classe lavoratrice, sia per la classe capitalista.
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Note

1 Ringrazio Leonardo Bargigli per i suoi preziosi consigli. Qualsiasi errore ed imprecisione è da attribuire al sottoscritto. Contatti:
2 Tramite la leva finanziaria è possibile eccedere il capitale reale. Ma la fonte per ripagare il capitale finanziario generato endogenamente può solo provenire dall'accumulazione reale anche se ciò avviene successivamente, convalidando o meno i piani di investimento.
3 Negli USA questo non è avvenuto grazie al ruolo del dollaro come moneta internazionale di riserva, e grazie ai suoi mercati finanziari che hanno rastrellato liquidità mondiale, consentendogli di mantenere bassi tassi d’interesse.
4 John Maynard Keynes, “Esortazioni e profezie”.
5 Ibid.
6 Ibid. 
http://www.sinistrainrete.info/ 



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