"No hay porvenir sin Marx. Sin la memoria y sin la herencia de Marx: en todo caso de un cierto Marx: de su genio, de al menos uno de sus espíritus. Pues ésta será nuestra hipótesis o más bien nuestra toma de partido: hay más de uno, debe haber más de uno." — Jacques Derrida

◆

"Los hombres hacen su propia historia, pero no la hacen a su libre arbitrio, bajo circunstancias elegidas por ellos mismos, sino bajo aquellas circunstancias con que se encuentran directamente, que existen y les han sido legadas por el pasado. La tradición de todas las generaciones muertas oprime como una pesadilla el cerebro de los vivos. Y cuando éstos aparentan dedicarse precisamente a transformarse y a transformar las cosas, a crear algo nunca visto, en estas épocas de crisis revolucionaria es precisamente cuando conjuran temerosos en su auxilio los espíritus del pasado, toman prestados sus nombres, sus consignas de guerra, su ropaje, para, con este disfraz de vejez venerable y este lenguaje prestado, representar la nueva escena de la historia universal" — Karl Marx

26/11/13

Spettri di Marx all’Hotel Bauen in Argentina | Una lettera da lontano

  • Pubblichiamo qui una missiva inviataci da un nostro “corrispondente” all’estero.
Karl Marx ✆ Ronan de Calan
Carissimi: forse avrete letto il breve servizio apparso qualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera, a proposito dell’Hotel Bauen1, l’albergo a 4 stelle situato nel centro di Buenos Aires, che dal 2001 viene autogestito dagli ex-dipendenti. A questo proposito, vorrei condividere con voi qualche riflessione fatta a braccio, ed un po' di fantapolitica rivoluzionaria.

Innanzitutto, mi pare sintomatico che il Corriere e altri mezzi d’informazione (perfino Mediaset!), dopo aver taciuto per lungo tempo sull’argomento, tornino a parlarne proprio adesso. Con il catastrofico aggravarsi della crisi – che prevedibilmente subirà un'ulteriore accelerazione nel 2014-2015 (gli stessi analisti della Federal Reserve vedono già all'orizzonte una colossale bolla creditizia/immobiliare in arrivo dalla Cina) – forse l'inconscia speranza, da parte padronale, è che i proletari salvino il capitale rimettendolo in funzione per proprio conto, naturalmente senza rompere con lo scambio, il denaro, la merce, lo Stato etc. D’altra parte, stiamo parlando di un fenomeno che esiste realmente, e la cui
dimensione non è trascurabile. Giusto per fornirvi alcuni dati che ho raccolto qua e là, in Argentina sarebbero oggi circa 10.000 coloro che lavorano nelle imprese “recuperate”; di queste se ne contano ufficialmente circa 320, ma sembra che in realtà siano molte di più. Il governo Kirchner si è sforzato di disegnare un quadro giuridico che le agevoli. Pensate che il Ministero del Lavoro argentino, nel 2012, ha persino pubblicato una guida che le censisce2. Naturalmente si deve tenere conto della specificità del caso argentino, se non altro perché va messo in relazione al vasto movimento sociale iniziato nel 2001. Ma le imprese recuperadas non esistono solo Argentina: in Uruguay, ad esempio, sono circa una quarantina. Io, tra l’altro, credevo ingenuamente che una pubblicistica a riguardo non esistesse nemmeno, e invece mi sono dovuto ricredere… È interessante notare come gli studi condotti da ricercatori italiani, siano tutti comparsi ad almeno 10 anni di distanza dal crack del 2001, e questo mi pare ancora una volta sintomatico di un interesse rinfocolato dalla crisi attuale3. All’inverso, noi possiamo considerare l’Argentina del 2001-2005 – prima crisi sociale ad investire un grande paese, colpito da un crack economico inatteso dalla popolazione – come un “inizio debole” nel senso di Lenin: qualcosa che ci parla del futuro.


Ritornando al servizio del Corriere, penso sia illustrativo il passaggio in cui un membro della Cooperativa Bauen dice: «abbiamo investito 2 milioni di dollari nell'Hotel, denaro che avremmo potuto metterci in tasca». Che, in termini marxiani, significa che il punto di partenza è un capitale costante equivalente a zero. Dato che non c'è più un padrone che possa prodigarsi in materiali, infrastrutture, manutenzione etc., tutto quel che viene investito in quel senso, deriva da profitti senza investimenti, i quali, alla lunga, devono essere detratti dal salario. Mi pare che tutto questo non possa non tradursi, presto o tardi, in un ulteriore abbassamento del costo della forza-lavoro (anche a parità di salario, si tratta comunque di fare di necessità virtù: di lavorare di più etc.). Aggiungo che – in una situazione che si presentasse eventualmente ben più catastrofica di quella odierna – il mantenimento o l'estensione di imprese o interi settori autogestiti, si rivelerebbe indissociabile da misure protezionistiche se non addirittura di autarchia nazionale, finalizzate a tutelare i “liberi produttori associati” dalla concorrenza internazionale, che dal punto di vista politico-ideologico potrebbero andare a braccetto tanto con un autoritarismo nazionalista che con un discorso iper-democratico: a braccetto, dunque, sia con le destre populiste che con tutte le anime belle dell’estrema sinistra che vorrebbero più padroni responsabili e meno finanza, e che saluterebbero positivamente queste iniziative come la rifondazione dal basso di un capitalismo dal volto umano, relativamente de-globalizzato e ri-nazionalizzato. Quest’ultima è, effettivamente, una via d'uscita dalla crisi teoricamente possibile (non esiste, per il capitale, un situazione assolutamente senza vie d'uscita). Ma questo “volto umano” non si costruirebbe gratis, presupporrebbe anzi un abbassamento ulteriore e radicale del valore della forza-lavoro in USA e in Europa, un riequilibrio verso il basso dei livelli salariali tra le “officine del mondo” e i centri capitalistici, e una reindustrializzazione di questi ultimi; in altri termini, presupporrebbe un autentico schiacciamento del proletariato, una controrivoluzione vittoriosa che potrebbe assumere le fattezze tanto dell’autogestione che dei pogrom razzisti (di cui abbiamo avuto di recente qualche esempio in Russia), e che in ogni caso emanerebbe (come sempre) dal proletariato stesso, dai limiti delle sue lotte. Ben inteso, tutto questo è al di là del nostro orizzonte teorico, che è dato dalla situazione di oggi; ma ritornando su quel che avevamo scritto ne Il Lato Cattivo N° 1, la Cina potenza numero uno mondiale non è cosa impossibile, è semplicemente una possibilità che presuppone il nostro massacro. Quindi – se mi perdonate lo humour nero – io me ne frego, tanto sarò già sotto terra…

Ritornando a noi, a mio avviso non si tratta di fare i moralisti con i lavoratori che intraprendono o intraprenderanno questo tipo di iniziative (i quali non sono stupidi, e sanno fare bene i loro conti), ma di cogliere di queste ultime i limiti e i possibili punti di rottura. Non si tratta di porre l’alternativa “prendere le fabbriche o prendere il potere”, come fece Bordiga polemizzando con Gramsci negli anni ’20 del secolo scorso, quasi ci fossero la rivoluzione da una parte e la controrivoluzione dall’altra. Le due sono sempre intrecciate, anche se noi speriamo che si separino… ma quando l’integralità della riproduzione sociale è giocoforza legata alle forze produttive del capitale, sarebbe incredibilmente ingenuo pensare che il processo rivoluzionario non sia un processo contraddittorio, in cui rivoluzione e controrivoluzione si separano e si ricongiungono senza posa. Come scriveva Marx nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte: 
«Le rivoluzioni proletarie [...] criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava compiuto per ricominciare daccapo, si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall'infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!».
Insomma, ci vuole uno “stato nascente permanente”…

Per noi, comunque, si tratta di essere allo stesso tempo teorici e pragmatici. Si può dimostrare in maniera più o meno brillante che nessuna rottura con il modo di produzione capitalistico è possibile sulla base dell’autogestione delle imprese. Ciononostante, ai proletari non interessa un fico secco del segnoastrattamente capitalista o “non sufficientemente anticapitalista” delle iniziative autogestionarie: guardano a cosa glie ne viene in tasca. Ancora una volta tocchiamo con mano che, concretamente, non si può contare su nessun programma o progetto politici, ma soltanto sulla critica pratica che si può svilupparea partire da queste stesse iniziative, allorché vengono vissute come costrizione a lavorare di più, in condizioni intollerabili, che richiedono sempre più sacrifici per “mandare avanti la baracca”; ovvero, allorché vengono vissute, volta per volta, come forme di perpetuazione del capitalismo, o di riflusso del “movimento”, o ancora come forme di autogestione della miseria tout court. Noi possiamo individuare teoricamente i limiti dell’autogestione, possiamo figurarci in maniera estremamente approssimativa cosa accadrebbe nel caso in cui il suo “punto di esplosione” venisse raggiunto, ma fare della propaganda su queste basi non porta a nulla. Noi comunisti, del resto, viviamo nello stesso mondo in cui vivono gli altri proletari. La sola differenza fra “noi” e “loro” è – come dice il nostro amico Bernard Lyon – che noi viviamo coscientemente da schizofrenici: da un lato speriamo ardentemente nell’esplosione rivoluzionaria e, dall’altro – al solo pensiero del caos catastrofico che sarà – la respingiamo, e viviamo tutti senza eccezioni come se questo caos non dovesse mai avere luogo, perché non si può fare altrimenti ed è normale che sia così. Si può lavorare una vita intera all’Hotel Bauen, ma non si può vivere una vita intera al Grand Hotel dell’Abisso!

Penso all’autogestione di Port Said, in Egitto – alla faccia dei toni trionfalistici che sono stati usati da alcuni4 – e non posso non fare il parallelo. Penso egualmente a quello che hanno scritto i compagni greci di Blaumachen5 sulle pratiche di autorganizzazione in Grecia, dalle banche del tempo agli ambulatori autogestiti. Anche a loro – e a ragione, credo – interessa fare non una critica normativa di queste pratiche sulla base della santissima lotta di classe “da manuale”, ma una critica positiva che, per dirla ancora con Marx, «nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche dal suo lato transeunte » (Poscritto alla seconda edizione di “Il Capitale”) – insomma, una critica che includa nella messa in rilievo dei limiti di queste pratiche, anche il loro possibile superamento.

Integrare i disoccupati e gli altri senza riserve alla produzione comunitaria, produrre ciò che serve a vivere e lottare e non al mercato (ci sarà forse bisogno di riprendere la produzione di cibo, non certo quella di energia nucleare o di arbre-magique), disfare la separazione tra i luoghi e i tempi della produzione e il resto della vita, instaurare la gratuità nel dare e nel prendere, portare colpi contro ciò che fa materialmente l'unità della classe capitalista e lega ad essa delle classi medie sempre più precarizzate – in due parole le misure comunizzatrici, saranno una necessità della lotta e non il frutto di un progetto formulato a priori; esse saranno coscienti e quindi sapranno formulare il proprio progetto. Sia come sia, uno dei loro tratti distintivi sarà che i proletari usciranno finalmente dalle imprese invece di chiudervisi dentro per salvarle.

Come al solito sono pensieri spettinati, prendeteli per quello che sono.

A presto,
R. F. 

Note

1 http://www.corriere.it/inchieste/hotel-quattro-stelle-occupato-gestito-ex-dipendenti/be08eba4-4e0c-11e3-a50b-09fe1c737ba4.shtml
2 Disponibile qui : http://www.trabajo.gov.ar/downloads/otros/130426_guia_empresas_guia.pdf
3 Aldo Marchetti, Fabbriche aperte. L’esperienza delle imprese recuperate in Argentina, Il Mulino, Bologna 2013 ; Elvira Corona, Lavorare senza padroni. Viaggio nelle imprese “recuperadas” in Argentina, EMI, Bologna 2011; Francesco Vignarolo, Le imprese recuperate. Argentina: dal crac finanziario alla socializzazione dell’economia, Altreconomia, Milano 2011. Inutile dire che l’interesse di queste pubblicazioni è decisamente altalenante
4 Si veda, a titolo di esempio, l’articolo di InfoAut, “Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie”, disponibile qui: http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/7001-egitto-lautogestione-di-port-said-e-le-lotte-operaie
5 http://illatocattivo.blogspot.it/2013/10/al-limite-lautorganizzazione-in-grecia.html
http://illatocattivo.blogspot.it/




◆ El que busca, encuentra...

“Todo lo sólido se desvanece en el aire; todo lo sagrado es profano, y los hombres, al fin, se ven forzados a considerar serenamente sus condiciones de existencia y sus relaciones recíprocas” — Karl Marx

Not@s sobre Marx, marxismo, socialismo y la Revolución 2.0

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◆ John Bellamy Foster: Marx y la fractura en el metabolismo universal de la naturaleza — Scribb
◆ José Manuel Bermudo Ávila: Concepto de Praxis en el joven Marx — Scribb
◆ Carlos Oliva Mendoza: Adolfo Sánchez Vázquez: ¿marxismo radical o crítica romántica? — InfoLibre
◆ Bernardo Coronel: ¿El marxismo es una ciencia? — La Haine
◆ Sylvain Rakotoarison: Le capitalisme selon Karl Marx — Agora Vox

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◆ Samuel Jaramillo: De nuevo Marx, pero un Marx Nuevo — Universidad Externado de Colombia
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◆ Joseph Daher: El marxismo, la primavera árabe y el fundamentalismo islámico — Viento Sur
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◆ Cest: Karl Marx y sus "Cuadernos de París" toman vida con ilustraciones de Maguma — El Periódico
◆ Leopoldo Moscoso: 'Das Kapital': reloading... — Público
◆ Laura "Xiwe" Santillan: La lucha mapuche, la autodeterminación y el marxismo — La Izquierda Diario
◆ José de María Romero Barea: Hölderlin ha leído a Marx y no lo olvida — Revista de Letras
◆ Ismaël Dupont: Marx et Engels: les vies extravagantes et chagrines des deux théoriciens du communisme! — Le Chiffon Rouge Morlai
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— Notas sobre debates, entrevistas y eventos
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◆ Segundo Congreso Mundial sobre Marxismo tendrá lugar en Beijing — Xinhua
◆ Debate entre Andrew Kliman & Fred Moseley — Tiempos Críticos
◆ David McNally & Sue Ferguson: “Social Reproduction Beyond Intersectionality: An Interview” — Marxismo Crítico
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◆ Alberto Maldonado: Michael Heinrich en Bogotá: El Capital de Marx es el misil más terrible lanzado contra la burguesía — Palabras al Margen
◆ Leonardo Cazes: En memoria de Itsván Mészáros — Rebelión (Publicada en O Globo)
◆ Entrevista con István Mészáros realizada por la revista persa Naghd’ (Kritik), el 02-06-1998: “Para ir Más allá del Capital” — Marxismo Crítico
◆ Rosa Nassif: “El Che no fue solo un hombre de acción sino un gran teórico marxista” — Agencia de Informaciones Mercosur AIM
◆ Entrevista a Juan Geymonat: Por un marxismo sin citas a Marx — Hemisferio Izquierdo
◆ Juliana Gonçalves: "El Capital no es una biblia ni un libro de recetas", dice José Paulo Netto [Português ] — Brasil de Fato
◆ Entrevista a Michael Heinrich: El Capital: una obra colosal “para desenmascarar un sistema completo de falsas percepciones” — Viento Sur
◆ Alejandro Katz & Mariano Schuster: Marx ha vuelto: 150 años de El Capital. Entrevista a Horacio Tarcus — La Vanguardia
◆ Salvador López Arnal: Entrevista a Gustavo Hernández Sánchez sobre "La tradición marxista y la encrucijada postmoderna" — Rebelión
◆ Jorge L. Acanda: "Hace falta una lectura de Marx que hunda raíces en las fuentes originarias del pensamiento de Marx" — La Linea de Fuego

— Notas sobre Lenin y la Revolución de Octubre
◆ Guillermo Almeyra: Qué fue la Revolución Rusa — La Jornada
◆ Jorge Figueroa: Dos revoluciones que cambiaron el mundo y el arte — La Gaceta
◆ Gilberto López y Rivas: La revolución socialista de 1917 y la cuestión nacional y colonial — La Jornada
◆ Aldo Agosti: Repensar la Revolución Rusa — Memoria
◆ Toni Negri: Lenin: Dalla teoria alla pratica — Euronomade
◆ Entretien avec Tariq Ali: L’héritage de Vladimir Lénine — Contretemps
◆ Andrea Catone: La Rivoluzione d’Ottobre e il Movimento Socialista Mondiale in una prospettiva storica — Marx XXI
◆ Michael Löwy: De la Revolución de Octubre al Ecocomunismo del Siglo XXI — Herramienta
◆ Serge Halimi: Il secolo di Lenin — Rifondazione Comunista
◆ Víctor Arrogante: La Gran Revolución de octubre — El Plural
◆ Luis Bilbao: El mundo a un siglo de la Revolución de Octubre — Rebelión
◆ Samir Amin: La Revolución de Octubre cien años después — El Viejo Topo
◆ Luis Fernando Valdés-López: Revolución rusa, 100 años después — Portaluz
◆ Ester Kandel: El centenario de la Revolución de octubre — Kaos en la Red
◆ Daniel Gaido: Come fare la rivoluzione senza prendere il potere...a luglio — PalermoGrad
◆ Eugenio del Río: Repensando la experiencia soviética — Ctxt
◆ Pablo Stancanelli: Presentación el Atlas de la Revolución rusa - Pan, paz, tierra... libertad — Le Monde Diplomatique
◆ Gabriel Quirici: La Revolución Rusa desafió a la izquierda, al marxismo y al capitalismo [Audio] — Del Sol

— Notas sobre la película “El joven Karl Marx”, del cineasta haitiano Raoul Peck
◆ Eduardo Mackenzie:"Le jeune Karl Marx ", le film le plus récent du réalisateur Raoul Peck vient de sortir en France — Dreuz
◆ Minou Petrovski: Pourquoi Raoul Peck, cinéaste haïtien, s’intéresse-t-il à la jeunesse de Karl Marx en 2017? — HuffPost
◆ Antônio Lima Jûnior: [Resenha] O jovem Karl Marx – Raoul Peck (2017) — Fundaçâo Dinarco Reis
◆ La película "El joven Karl Marx" llegará a los cines en el 2017 — Amistad Hispano-Soviética
◆ Boris Lefebvre: "Le jeune Karl Marx": de la rencontre avec Engels au Manifeste — Révolution Pernamente

— Notas sobre el maestro István Mészáros, recientemente fallecido
◆ Matteo Bifone: Oltre Il Capitale. Verso una teoria della transizione, a cura di R. Mapelli — Materialismo Storico
◆ Gabriel Vargas Lozano, Hillel Ticktin: István Mészáros: pensar la alienación y la crisis del capitalismo — SinPermiso
◆ Carmen Bohórquez: István Mészáros, ahora y siempre — Red 58
◆ István Mészáros: Reflexiones sobre la Nueva Internacional — Rebelión
◆ Ricardo Antunes: Sobre "Más allá del capital", de István Mészáros — Herramienta
◆ Francisco Farina: Hasta la Victoria: István Mészáros — Marcha
◆ István Mészáros in memoriam : Capitalism and Ecological Destruction — Climate & Capitalism.us