25/1/17

Karl Marx, Manfredo Tafuri e il lavoro astratto in architettura

Manfredo Tafuri ✆ Giulio Raggi

Felice Mometti

Le api hanno sempre invidiato gli architetti. Ogni volta sono costrette, anche nel migliore dei casi, a costruire complessi alveari senza alcun preciso riferimento progettuale e invece gli architetti, anche i peggiori, hanno prima in testa ciò che vogliono costruire, dalla capanna al grattacielo. È il senso del famoso passo di Marx, oggetto di infinite controversie, sull’ape e l’architetto[1]. Infatti, come spesso accade negli scritti di Marx, dietro a quelle che possono sembrare delle banali evidenze si articolano molteplici discorsi sul lavoro concreto e astratto, sulla cooperazione e divisione sociale del lavoro. In tempi in cui nell’architettura predomina l’ossimoro di una retorica ipermodernista del postmoderno, scendere qualche gradino lungo la scala che porta ai «laboratori segreti» della produzione architettonica può risultare utile.
Un oggetto trascurabile

Da qualche tempo Hal Foster punta l’attenzione sul «complesso arte-architettura», alludendo al più inquietante «complesso militare-industriale», che avrebbe sussunto il culturale all’economico. Dagli incontri, dalle connessioni del passato, tra arte e architettura, si sarebbe giunti a un’unità quasi organica che avrebbe i caratteri di un blocco o di una sindrome[2]. Un «complesso» che condiziona fortemente scenari urbani e immaginari metropolitani. Pur nella loro valenza, le analisi di Foster non vanno tuttavia oltre la superficie percepibile dei fenomeni. Più sotto si colloca la contraddizione che attraversa l’arte contemporanea che, come ogni merce a produzione e circolazione globale, si è conformata alla logica del capitalismo finanziario internazionale e l’artista ha perso quella «differenza antropologica», attribuitagli dal modernismo, sulla quale aveva fondato la propria autenticità come critico della società[3], pur presentando ancora comportamenti di resistenza all’omologazione alle catene del valore del capitale transnazionale.